Quando finisce una relazione ci sentiamo spesso dire che dobbiamo “voltare pagina” o “andare avanti”. Sono espressioni comuni e dette quasi sempre con buone intenzioni, anche se spiegano poco di ciò che accade realmente durante una separazione.
Che cosa significa, infatti, andare avanti? Smettere di pensarci? Non provare più niente? Innamorarsi di qualcun altro?
Dal punto di vista sistemico-relazionale, la fine di una relazione può essere considerata una transizione: un passaggio nel quale l'organizzazione precedente della nostra vita viene meno e deve gradualmente essere costruito un nuovo equilibrio. Scabini e Cigoli hanno dedicato particolare attenzione alle transizioni familiari e al modo in cui, durante questi passaggi, i legami e i significati che li accompagnano vengono riorganizzati.
Una separazione modifica concretamente la quotidianità. Cambiano abitudini, frequentazioni, luoghi e talvolta anche la situazione abitativa o economica. Parallelamente dobbiamo riorganizzare una dimensione meno visibile: l'immagine che avevamo costruito di noi stessi all'interno di quella coppia e il futuro che avevamo immaginato.
Per questo il semplice trascorrere del tempo non sempre produce il cambiamento che ci aspettiamo. Possiamo essere separati da anni e continuare a organizzare alcune scelte in funzione della vecchia relazione. Può succedere quando evitiamo nuovi legami per paura di soffrire ancora, quando confrontiamo ogni persona con l'ex partner oppure quando interpretiamo immediatamente qualsiasi distanza in una nuova relazione come il segnale di un imminente abbandono.
In questi casi può essere utile allargare lo sguardo. La nostra storia sentimentale, da un punto di vista psicologico, comincia molto prima del primo fidanzamento. Durante l'infanzia e l'adolescenza abbiamo già osservato e sperimentato molte forme di relazione. Abbiamo visto come le persone significative si cercavano, litigavano, si separavano, si prendevano cura l'una dell'altra. Abbiamo fatto esperienza della possibilità di dipendere da qualcuno e, progressivamente, di differenziarci.
Queste esperienze partecipano alla costruzione delle nostre aspettative relazionali. Conoscerle non significa stabilire un rapporto meccanico tra ciò che abbiamo vissuto in famiglia e ciò che faremo da adulti. Serve piuttosto a riconoscere il contesto nel quale alcuni nostri modi di stare nelle relazioni hanno acquisito senso.
Pensiamo, per esempio, alla convinzione “Mi ha lasciato perché non valgo abbastanza”. Se rimane formulata in questo modo, la conclusione della relazione diventa una prova del nostro valore personale. Durante un percorso terapeutico potremmo arrivare a riconoscere che “Essere lasciato ha riattivato in me la paura di non valere abbastanza”. I fatti sono gli stessi, mentre cambia profondamente la posizione dalla quale li osserviamo. Quella paura può finalmente essere esplorata, collegata alla propria storia e compresa.
È proprio questa rilettura che può favorire il cambiamento.
Andare avanti, allora, potrebbe significare arrivare al punto in cui possiamo ricordare una relazione senza utilizzare più quella storia come misura del nostro valore; riconoscere gli schemi che ci appartengono senza sentirci costretti a ripeterli; incontrare una nuova persona senza chiederle inconsapevolmente di riparare ciò che è accaduto prima.
Il passato rimane parte della nostra storia. Ciò che può cambiare è il posto che gli assegniamo nel presente.
Ed è questo uno degli obiettivi che considero più importanti nel lavoro terapeutico: rileggere la propria storia per non lasciare che sia il passato a scrivere il futuro.
Bibliografia
Bowlby, J. (1973). Attachment and Loss. Vol. 2: Separation: Anxiety and Anger. Basic Books.
Bühler, J. L. (2019). The narrative identity approach and romantic relationships. Social and Personality Psychology Compass, 13, e12447.
McGoldrick, M., Gerson, R., & Petry, S. (2020). Genograms: Assessment and Treatment (4th ed.). W. W. Norton.
Scabini, E., & Cigoli, V. (2000). Il famigliare. Legami, simboli e transizioni. Raffaello Cortina Editore.
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