Ansia

L'ansia come comunicazione

03 Aprile 2018

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Affrontare l’argomento “ansia” credo sia utile, non tanto per chiarirne i contorni in senso diagnostico ma, soprattutto, per dare significato e senso a qualcosa che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo provato. Parlare di ansia ormai è consuetudine e spesso usiamo questa parola per indicare situazioni emotive disparate e diverse tra loro.

Dichiarando “ho l’ansia” si esprime infatti qualcosa di soggettivo e personale. Si può provare ansia per un esame all’università, o perché stiamo per conoscere i genitori del nostro compagno/a e questo potrebbe indicare semplicemente che teniamo al buon esito dell’incontro o alla nostra prestazione universitaria. Ma una frase del genere può anche essere la manifestazione di un disagio più profondo e sfociare in veri e propri disturbi, come il disturbo d’ansia generalizzata, gli attacchi di panico, l’ansia sociale ecc.

Esistono, quindi, due posizioni estreme: la normale risposta ad un evento carico emotivamente ed il disturbo vero e proprio. Tra queste due posizioni, ci sono un’infinità di colori e sfumature che sono sicuramente espressione di un’interiorità che merita di essere ascoltata ed accolta.

Certamente chi si trova a vivere uno stato ansioso prova disagio, percepisce un senso di costrizione e di oppressione che non è però legato ad uno stimolo contingente, ma a qualcosa che ipotizza possa verificarsi. L’ansioso sente,  quindi, un senso di incertezza e precarietà che caratterizza il suo stato attuale e futuro.

Lo scopo di questo breve articolo è quello di interpretare l’ansia, al di là del livello di intensità, come una comunicazione che arriva dall’interno su contenuti inespressi, parti di noi inascoltate o negate.

Il sintomo ansioso, in quest’ottica, può anche essere visto come un’occasione di crescita. Ciò che ci mette in crisi, infatti, può assumere il ruolo di potente motore evolutivo in quanto ci obbliga inevitabilmente a metterci in discussione.

Nel lavoro terapeutico emerge con evidenza il collegamento tra stati ansiosi, di varia natura, e una spinta interna al cambiamento. Solitamente il paziente tenta, inconsciamente, di eludere ed evitare un processo di cambiamento perché spaventato dalle conseguenze. Il significato di ciò va sempre ricercato a livello relazionale, in quanto è nelle relazioni che le persone drammatizzano i loro conflitti inconsci.

Gli esseri umani, a partire dall’infanzia, si strutturano in una determinata matrice relazionale, in rapporto attivo con le figure genitoriali, co-costruendo con l’ambiente circostante una modalità di “essere con l’altro” che non dipende solo dalle capacità delle figure di riferimento ma anche da ciò che attivamente la persona fa per costruire il proprio mondo interpersonale.

Il sintomo ansioso, come ogni altro disagio psicologico, si manifesta con modelli comportamentali rigidi e stereotipati che permettono di mantenere la coesione del sé e il legame con gli oggetti interiorizzati. I comportamenti disfunzionali, quindi, sono determinati dal nostro legame con il passato e il nostro tentativo inconscio di mantenere vivo quel legame.

Facciamo un esempio.

Mario, ad un certo punto della sua vita, ha sentito che per poter stare in relazione con le figure per lui significative, avrebbe dovuto essere sempre accomodante e dire sempre sì. Mario cresce e il suo comportamento non gli crea particolari problemi, anzi, è molto funzionale. È un bambino educato, non fa capricci ed è bravo a scuola. I docenti delle medie gli consigliano  di frequentare il liceo e lui accetta il suggerimento. Da adolescente è responsabile, i genitori  gli danno fiducia e non lo stressano. Quando esce con gli amici non crea problemi, a lui sta bene tutto, l’importante è stare insieme. Ad un certo punto però, Mario sta per finire il liceo ma non riesce più a fare le interrogazioni, studia con poca concentrazione e di fronte ai prof si blocca. Spesso si sente mancare il fiato. Proprio ora che sta per diplomarsi e deve fare la sua scelta. Vuole andare all’università, ma non sa per cosa optare, non sa se ce la farà. Si sente tormentato e non sa perché… ciò che andava bene prima sembra non funzionare più. È probabile che Mario senta, da qualche parte dentro sé, che è il momento di dire la sua, che non può delegare più le sue scelte all’esterno, non può più tentare di capire cosa gli altri si aspettano da lui e darglielo, se così facesse ne “morirebbe”. Purtroppo non sa come fare, questa tensione che sente è una grossa novità e non sa come accoglierla. Per crescere, per essere un adulto soddisfatto, è necessario superare questo impasse e rimettere in moto la propria vita. È importante in questi casi lavorare sul fatto che, se ci costruiamo un’immagine rigida di noi stessi (vado bene solo se sono accomodante), saranno molti i comportamenti e le parti di noi che sentiamo di non potere esprimere. Tenderemo a ripetere gli stessi schemi comportamentali perché rispecchiano l’idea che abbiamo di noi. Ma nella stasi, nella ripetizione, non c’è vita.

L’ansia, per quanto dolorosa, ci comunica questo: desiderio e paura del cambiamento.

Il sintomo ansioso diventa così una finestra sul mondo interno e interpretarlo un’occasione per entrare in contatto maggiore con se stessi.

In quest’ottica, l’obiettivo di un percorso terapeutico diventa non solo la scomparsa dell’ansia ma, anche, la costruzione di una nuova immagine di sé meno rigida e più aperta ad aprirsi al nuovo. Ciò non prevede uno stravolgimento del proprio senso identitario,  ma piuttosto la possibilità di viversi comportamenti nuovi con maggiore flessibilità senza sentirli come minacciosi per il senso di sé.

Tornando all’esempio di Mario..

Mario potrebbe imparare che se alle volte dice “NO”, o compie delle scelte partendo da sé piuttosto che cercando di accontentare gli altri, non vuol dire che non sia un bravo ragazzo. L’obiettivo terapeutico non è trasformare Mario in un egoista, ma non farlo sentire tale quando mette sé al primo posto o quando si ascolta nel tentativo di dare la giusta direzione alla sua vita.

Ascoltarsi, dare valore a ciò che sentiamo, soprattutto se si tratta di qualcosa che percepiamo come spiacevole, come appunto l’ansia, è il primo passo per realizzarsi in maniera più autentica, ovvero, maggiormente in linea con ciò che sentiamo e desideriamo.

 

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