L’ansia come scudo: quando il sintomo diventa l’unica protezione possibile

Nel lavoro clinico quotidiano, l’ansia viene spesso descritta dai pazienti come un nemico esterno, un guasto improvviso che sabota la qualità della vita. Tuttavia, se osserviamo questo fenomeno attraverso la lente della psicologia dinamica, emerge una verità più complessa: l’ansia non è il problema in sé, ma è spesso lo scudo che la mente ha costruito per proteggersi da vissuti percepiti come intollerabili.

Il sintomo, per quanto invalidante, ha una funzione conservativa: è un tentativo estremo di mantenere un equilibrio quando ci sentiamo minacciati. Ma cosa intendiamo esattamente con "sintomo" in questo contesto? Non parliamo di un malfunzionamento biologico da eliminare il più in fretta possibile, ma di un messaggio cifrato del nostro mondo interno.

Il sintomo è il modo in cui la nostra parte più profonda ci comunica che il carico è diventato eccessivo o che unemozione antica sta cercando di emergere. È, a tutti gli effetti, una "soluzione creativa" che la mente ha trovato in un momento di emergenza: se non riusciamo a esprimere il dolore a parole, il sistema nervoso lo trasforma in allerta, in una preoccupazione per il corpo o in un blocco emotivo. In questa prospettiva, il sintomo non è il guasto, ma la risposta protettiva a un problema rimasto senza voce.

La neurobiologia della "sentinella perenne"

Quando siamo esposti a stress prolungati o traumi, il sistema nervoso smette di distinguere tra una minaccia esterna reale e un’attivazione emotiva interna. In termini neurobiologici, l’amigdala (LeDoux, 2015) rimane in uno stato di allerta che restringe la "finestra di tolleranza" (Siegel, 1999). In questo spazio ridotto, l'ansia diventa il "rumore di fondo" necessario per non sentire un silenzio che spaventa, poiché in quel silenzio potrebbero riaffiorare frammenti di dolore che la persona non si sente ancora pronta a gestire.

Ritratti di una quotidianità "sotto scudo"

Tutti utilizziamo meccanismi di difesa per gestire l'angoscia. Il problema sorge quando queste strategie si cronicizzano, diventando l'unico linguaggio conosciuto. Come sottolineato da Nancy McWilliams (2011), la difesa cronicizzata finisce per sequestrare il Sé autentico. Ecco come questa "armatura" si manifesta concretamente attraverso messaggi cifrati quotidiani:

  • L’Iper-controllo e lo Spostamento (Il corpo sotto esame): È la situazione di chi, sentendo di non avere il controllo sul proprio futuro, sposta l'allarme sul corpo. Esempio: interpretare ogni piccolo segnale fisico come un allarme fatale. L’ipocondria diventa allora un modo per gestire una paura enorme e "senza nome" attraverso un timore circoscritto che ci illudiamo di poter monitorare.

  • L’Iper-attivazione Mentale (La mente che non dorme mai): È la condizione di chi viene travolto da un flusso incontrollabile di pensieri appena cala il silenzio. Esempio: ripassare mentalmente ogni conversazione per controllare di non aver sbagliato nulla. Questa corsa serve a non fermarsi mai, per timore di ciò che si potrebbe incontrare nella stasi.

  • Il Perfezionismo (L’efficienza come scudo): Si manifesta in chi ha imparato che mostrare fragilità è pericoloso. Esempio: sentirsi in colpa se la gestione quotidiana non è impeccabile. Questo "iper-dovere" serve a prevenire critiche esterne vissute come attacchi insopportabili alla propria integrità.

  • Vivere "nella testa" (Il distacco emotivo): Molte persone descrivono la sensazione di guardare la propria vita come spettatori. È una difesa che serve a non sentire il "bruciore" del dolore, ma che purtroppo spegne anche la capacità di provare gioia.

Bussole cliniche: suggerimenti per iniziare a deporre lo scudo
Per ricalibrare il proprio sistema di allerta, è possibile adottare alcune strategie di consapevolezza:

  • Interrogare la funzione del messaggio: Invece di combattere l'ansia, è utile chiedersi: "Da cosa mi sta proteggendo questo allarme ora?". Passare dal giudizio alla curiosità ammorbidisce la difesa.

  • Praticare il Grounding (Tornare al presente): Poiché l’ansia vive nel futuro, bisogna riportare il corpo al "qui ed ora". Nominare tre cose che si vedono e due che si toccano aiuta a segnalare al cervello che, in questo istante, si è al sicuro.

  • Validare la propria storia: Riconoscere che queste difese sono state strategie di sopravvivenza vitali. Accoglierle con rispetto è il primo passo per poterle, finalmente, posare. 

Oltre lo scudo: la possibilità di una nuova narrazione
Riconoscere l'esistenza di queste armature significa accorgersi che oggi è possibile una narrazione diversa di se stessi. Il passaggio fondamentale avviene quando si smette di percepire il sintomo come un nemico e lo si inizia a vedere come un messaggero che parla di una sicurezza che ancora manca. A volte, percorrere questa strada richiede uno spazio protetto. In questo senso, la scelta di intraprendere un percorso con un terapeuta può diventare l'opportunità per tradurre quel messaggio cifrato in un clima di sicurezza. È il cammino che permette di smettere di reagire agli automatismi della paura per iniziare, finalmente, a vivere con autentica leggerezza e libertà.

"Perché abbassare lo scudo non significa restare nudi di fronte alla tempesta, ma scoprire di avere finalmente le braccia libere per imparare a nuotare." 

Dott.ssa Concetta Lo Bartolo 

Riferimenti bibliografici:

  • LeDoux, J. E. (2015). Anxious. Viking.

  • McWilliams, N. (2011). La diagnosi psicoanalitica. Astrolabio.

  • Siegel, D. J. (1999). La mente relazionale. Raffaello Cortina Editore.

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