Gentile Marco,
quello che ti sta succedendo non è strano e non è un segnale che “non sei adatto a lavorare”. È il modo in cui il corpo reagisce quando si rientra nel mondo dopo un periodo lungo di stop. Un anno e mezzo senza lavoro non è solo una pausa: è un tempo in cui ci si abitua a ritmi diversi, a una quotidianità più controllabile, a un’assenza di richieste esterne. Quando poi si ricomincia, anche se il posto è buono, anche se i colleghi sono simpatici, anche se i capi non creano problemi, il sistema interno va in allarme.
La nausea che senti, il vomito che arriva solo al pensiero di rientrare, non parlano dell’autogrill. Parlano della fatica di riprendere un ruolo, di stare dentro una routine che non hai più nelle ossa, di affrontare turni lunghi, notti pesanti, ritmi serrati. Il corpo anticipa la stanchezza e la trasforma in ansia. È una reazione molto più comune di quanto immagini, soprattutto quando si è stati fermi tanto tempo.
C’è anche un altro punto: all’inizio ti piaceva. Questo significa che il lavoro non è il problema. Il problema è il carico che si è accumulato dopo, la sensazione di non avere più energie, il pensiero che ogni turno sia una montagna da scalare. Quando la mente si abitua a vivere “in difesa”, anche le cose che funzionano iniziano a pesare.
Non devi costringerti a capire subito il perché. Devi concederti l’idea che questo malessere è un segnale, non una condanna. È il corpo che ti dice che hai bisogno di ritrovare un equilibrio, di rallentare dentro anche se fuori devi correre, di non vivere ogni turno come una prova di resistenza.
Può aiutarti parlarne con un medico o con un professionista, anche solo per avere uno spazio dove mettere ordine a ciò che senti. Può aiutarti spezzare la giornata in piccoli passi, non guardare il turno come un blocco unico, ma come una serie di momenti da attraversare uno alla volta. Può aiutarti ricordare che non sei tornato al lavoro per soffrire, ma per riprendere una vita che ti appartiene.
Marco, non sei debole. Sei in un passaggio delicato. E il fatto che tu abbia chiesto aiuto dimostra che non vuoi restare intrappolato in questa sensazione. Da qui si può ripartire, un pezzo alla volta, senza giudicarti.
Un caro saluto,
Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica e del Lavoro
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