Perché sono qui? perché esiste tutto questo?

eleonora

Ciao a tutti! Scusate per il messaggio molto lungo. Sono una ragazza di 21 anni e da ormai 2 anni combatto continuamente con ansia e attacchi di panico. Tutto è iniziato a Barcellona, in vacanza con delle mie amiche e, all’improvviso, mi è venuto il mio primo attacco di panico e, dalla paura, sono tornata immediatamente a casa. Sono stata per un po’ di tempo in derealizzazione e mi sono subito rivolta ad uno psichiatra che mi ha prescritto delle goccine da prendere. Nel corso di questi anni sono riuscita a stare un po’ meglio, perché le gocce prescritte mi hanno aiutato molto, ma a giugno le ho interrotte, avendo avuto degli ottimi risultati. Nel frattempo ho iniziato a giugno un percorso di psicoterapia per cercare di stare meglio, che però deve ancora fare i suoi frutti, avendola iniziata da poco. A luglio sono partita con le mie amiche e, purtroppo, durante questa vacanza sono di nuovo stata male, una brutta ricaduta che tutt’ora sto cercando di superare. Il mio psichiatra mi ha di nuovo prescritto le goccine, ma purtroppo ho paura che questa volta non mi aiuteranno. Sto avendo dei problemi con i miei pensieri, ultimamente sono molto angoscianti e ossessivi, è da ormai 2 settimane che non riesco più a fare le cose in modo tranquillo. Nello specifico, i miei pensieri riguardano l’esistenza, non riesco proprio a capire come faccio ad essere viva, come fanno gli altri ad esserlo, perché c’è la morte, cos’è l’universo e perché tutto questo esiste. Non riesco più a fare le cose normali perché mi sembra tutto senza senso, senza un significato. Le persone mi dicono di stare tranquilla e di concentrarmi sulla realtà, ma faccio ancora più fatica proprio perché non riesco a comprendere che cos’è la realtà e perché esiste. Mi guardo intorno e sento tutto così lontano da me, certe volte mi chiedo come sia possibile che gli altri mi sentano parlare e che poi riescano a rispondermi, è come se avessi un senso di inadeguatezza continua e mi preoccupa il fatto che questi pensieri possano diventare così tanto intrusivi da farmi perdere il controllo. Non riesco a capire come fanno gli altri ad essere così tranquilli di fronte a quest’immenso ignoto. Il fatto che io continui a cercare una risposta a tutto questo non ha senso, cerco di tranquillizzarmi e pensare che tutti quelli a cui voglio bene sono proprio qui con me nella mia stessa vita, ma ho davvero così paura. Non so come spezzare questo circolo vizioso, non so come uscirne. Scusatemi per il messaggio così lungo.

10 risposte degli esperti per questa domanda

Buongiorno Eleonora,

Prima di tutto, fai un bel respiro e prova a ripeterti che non sei sola e che quello che stai provando, per quanto terrificante e spiazzante, ha un nome ben preciso e un senso all'interno del quadro clinico che stai affrontando. Quelli che stai descrivendo non sono "segni di follia" o la perdita del controllo, ma una forma molto intensa di ansia esistenziale legata alla derealizzazione e alla depersonalizzazione. Quando il sistema nervoso è sovraccarico a causa di attacchi di panico ripetuti e ricadute, la mente adotta un meccanismo di difesa estremo: si "stacca" dalla realtà e comincia a fare domande vertiginose, impossibili da risolvere a livello razionale, proprio per cercare di anestetizzare il dolore emotivo o il senso di pericolo. Di fronte a domande enormi come "perché esisto?" o "cos'è la realtà?", anche il filosofo più preparato finirebbe per sentirsi smarrito. La differenza è che tu non ci sei arrivata per una serena speculazione intellettuale, ma ci sei finita dentro spinta dalla paura e dal cortisolo dell'ansia. Più cerchi di "risolvere" il mistero dell'universo o di scacciare questi pensieri a forza di volontà, più il cervello li interpreterà come un pericolo reale, alimentando l'ossessione. Hai fatto benissimo a riprendere in mano la situazione con lo psichiatra. La paura che "questa volta le gocce non funzionino" è un classico prodotto dell'ansia che anticipa il peggio. Datti tempo: la farmacoterapia ha bisogno di giorni o settimane per stabilizzare di nuovo i recettori dopo una ricaduta.  Il percorso è iniziato da poco e la ricaduta estiva ha riaperto una voragine, ma la psicoterapia è lo spazio ideale per smontare queste "strutture di pensiero ossessivo" e capire cosa il tuo inconscio sta cercando di proteggere attraverso il controllo mentale. Hai ventuno anni, la tua mente sta attraversando una fase di forte tempesta neurovegetativa, ma questo stato non è permanente, anche se adesso ti sembra impossibile uscirne.

Un cordiale saluto.

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Ravenna

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Gentile Eleonora, mi dispiace molto per questo momento di sofferenza che sta vivendo. Credo che la sua situazione meriti la massima attenzione, uno spazio adeguato, riservato e la pazienza che un percorso psicoterapeutico richiede. Proprio per questo mi sento di orientarla a richiedere aiuto ai professionisti che la stanno già seguendo dal vivo. 

È necessario contattarli quando ne sente il bisogno ed usare quei preziosi momenti per condividere con loro le sue emozioni e i suoi dubbi.

Un caro saluto.

Dott.ssa Ursula Fortunato

 

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Roma

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Salve Eleonora,
quello che racconta sembra essere per lei una fonte di grande paura e sofferenza. Quando l’ansia raggiunge livelli molto elevati, può portare anche a interrogativi esistenziali e pensieri intrusivi che diventano difficili da interrompere, alimentando ulteriormente il bisogno di trovare risposte e di sentirsi rassicurata.

Il fatto che questi pensieri siano presenti non significa necessariamente che lei stia perdendo il controllo o che ciò che sente rappresenti una verità su di sé o sulla realtà. È importante, però, non affrontare tutto questo da sola. Ha già intrapreso un percorso psicoterapeutico da poco: può essere molto utile portare apertamente anche questi vissuti alla sua terapeuta, così come riferirli al suo psichiatra, soprattutto considerando la recente ricomparsa dei sintomi.

Con il tempo e il supporto adeguato, è possibile lavorare sul circolo tra paura, pensieri intrusivi e bisogno di trovare una certezza assoluta.

Un cordiale saluto
Dott.ssa Noemi Marcoccia
Psicologa

Dott.ssa Noemi Marcoccia

Dott.ssa Noemi Marcoccia

Frosinone

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Eleonora, un periodo davvero difficile. Da quel che scrivi iniziato alla fine delle scuole 'sicure', dove sono adulti ad indicare cosa devi studiare e in una classe, con problemi 'conosciuti'. L'ignoto spaventa. Dimostri capacità di chiedere aiuto, di valutare se un farmaco ti dà risultati oppure no. La psicoterapia in atto probabilmente sopravvalutata, se in 2 mesi poteva sostituire, integrare il contenimento emotivo che sembra mancare. Ma questo una terapia fa, provaci. La mente 'mente' e ti fa vedere un quotidiano spaventoso, che in realtà non c'è, anzi è pieno di esperienze bellissime che non hai ancora vissuto. Questa sofferenza, alla quale andrai oltre, ti sarà utile per alimentare una grande immaginazione, ora volta alla paura, presto, aiutata, ora rivolta a vedere il mondo migliore, anche se sempre imperfetto. Sii coraggiosa, e piena di fantasia.

Dott.ssa Gloria Zannini

Dott.ssa Gloria Zannini

Bologna

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Ciao Eleonora, grazie per aver condiviso con tanta sincerità quello che stai vivendo. È comprensibile che dopo un’esperienza così intensa tu ti senta spaventata e disorientata: quando l’ansia diventa molto forte, può portare con sé pensieri angoscianti, sensazioni di irrealtà e dubbi sull’esistenza che sembrano enormi e difficili da gestire. Non significa che stai “perdendo il controllo”, ma che il tuo sistema emotivo è sotto forte stress e sta cercando un modo per orientarsi. Quello che descrivi — la ricaduta dopo la sospensione della terapia farmacologica, la derealizzazione, i pensieri sull’esistenza, la difficoltà a sentire la realtà “vicina” — sono esperienze che molte persone attraversano nei periodi di ansia acuta. Non sono segnali di pericolo, ma segnali di sofferenza che meritano ascolto e un percorso mirato. Hai già fatto passi importanti: ti sei rivolta a uno psichiatra, hai iniziato una psicoterapia, stai cercando di capire cosa ti sta succedendo. È un percorso che richiede tempo, e non è strano che all’inizio non si vedano subito i risultati. Le ricadute non sono fallimenti: spesso fanno parte del processo di guarigione. In questi casi lavorare insieme a un professionista può aiutarti a:

  • comprendere meglio cosa alimenta questi pensieri così intensi,

  • ridurre la paura che generano,

  • ritrovare un senso di stabilità nelle sensazioni corporee e nella realtà quotidiana,

  • costruire strumenti per gestire l’ansia quando si ripresenta.

Non devi affrontare tutto da sola: c’è una strada per uscire da questo circolo, e può essere costruita passo dopo passo, con calma e con il giusto sostegno.

Dott. Sergio Stroppa

Dott. Sergio Stroppa

Ancona

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Cara Eleonora, quello che racconti sembra davvero un periodo molto faticoso, nel quale l'ansia ha finito per mettere in discussione persino le cose che normalmente diamo per scontate: essere qui, parlare con gli altri, sentirsi dentro la propria vita.Forse, però, non è necessario trovare adesso una risposta alle grandi domande che ti tormentano. La mente, quando è molto spaventata, può cercare di controllare l'incontrollabile e trasformare l'incertezza in una ricerca continua di spiegazioni. E più cerca una risposta definitiva, più domande arrivano.Mi sembra importante che tu abbia già chiesto aiuto e che tu abbia iniziato una psicoterapia. Due mesi sono davvero pochi per chiedere a un percorso di trasformare una sofferenza che dura da tempo. Prova a portare lì anche questi pensieri, senza vergognartene e senza cercare di renderli più razionali di quanto siano: possono essere un punto importante da cui cominciare a comprendere ciò che ti sta succedendo.Anche la sensazione di irrealtà che descrivi, per quanto possa essere inquietante, può accompagnare momenti di forte ansia. Non significa necessariamente che tu stia perdendo il controllo.Forse, in questo momento, il compito non è capire tutto, ma ritrovare pian piano la possibilità di vivere anche ciò che non puoi comprendere o controllare. Hai 21 anni e davanti a te c'è ancora moltissimo che non conosci: non tutto ciò che oggi appare come un vuoto deve necessariamente rimanere tale. Lascia che questo percorso abbia il tempo di aiutarti a ritrovare un po' di serenità e di spazio per tornare a guardare alla tua vita non soltanto attraverso ciò che oggi ti fa paura.

Un caro saluto

Dott.ssa Marilena Giordano

Dott.ssa Marilena Giordano

Dott.ssa Marilena Giordano

Bologna

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Ciao Eleonora,

grazie per aver raccontato con tanta chiarezza quello che stai vivendo. Non devi assolutamente scusarti per la lunghezza del messaggio, da quello che descrivi si comprende quanto questa situazione sia diventata pesante e quanto tu stia cercando disperatamente di trovare una spiegazione e un modo per stare meglio. Quello che racconti può essere molto spaventoso, soprattutto perché coinvolge domande apparentemente impossibili da risolvere come "perché esistiamo, cos'è la realtà, perché siamo vivi, cosa significa essere coscienti e perché esiste l'universo". Sono interrogativi che appartengono all'esperienza umana e che, in condizioni di serenità, possiamo anche affrontare come riflessioni filosofiche. Quando però vengono accompagnati da una forte ansia, diventano pensieri insistenti dai quali sembra impossibile allontanarsi e possono trasformarsi in una fonte continua di angoscia. Il punto, quindi, potrebbe non essere trovare finalmente la risposta a queste domande. Potrebbe essere proprio il meccanismo con cui la tua mente sta cercando continuamente di ottenere una certezza che, su questioni di questo tipo, nessuno può avere in maniera assoluta. Più cerchi di capire "cos'è la realtà?", "perché esisto?", "come faccio a sapere che tutto questo è vero?", più probabilmente aumentano l'attenzione, l'ansia e la sensazione di estraneità che descrivi. E quella sensazione può spaventarti ulteriormente, portandoti a controllare ancora di più ciò che senti. Si può così creare un vero e proprio circolo: pensiero → paura → controllo e ricerca di risposte → maggiore attenzione alle sensazioni → ulteriore paura. Anche le sensazioni di derealizzazione che descrivi possono risultare estremamente inquietanti. Dopo periodi di ansia intensa alcune persone riferiscono di percepire l'ambiente come lontano, irreale, strano o "diverso dal solito". Questo vissuto può far paura proprio perché la persona inizia a chiedersi cosa significhi e se possa perdere il controllo. È però importante non interpretare automaticamente queste sensazioni come la prova che stai perdendo il contatto con la realtà: per comprendere esattamente ciò che sta accadendo nel tuo caso è necessaria una valutazione clinica diretta. Il fatto che tu abbia già uno psichiatra e abbia iniziato un percorso psicologico è quindi molto importante. Ti suggerirei di raccontare esattamente queste esperienze ai professionisti che ti stanno seguendo, senza cercare di minimizzarle perché anche il modo in cui descrivi i pensieri esistenziali, la sensazione di lontananza, la derealizzazione e la paura di perdere il controllo sono informazioni clinicamente utili. Non pensare necessariamente che il fatto di stare peggio dopo una ricaduta significhi che la terapia non stia funzionando. Hai iniziato il percorso psicologico da relativamente poco tempo e, soprattutto quando l'ansia è molto intensa, può essere necessario un po' di tempo per comprendere i meccanismi che la mantengono e imparare nuove modalità per gestirla. Nel frattempo, una cosa importante è cercare di non passare ore a fare ricerche su internet o a cercare di risolvere filosoficamente queste domande ogni volta che compaiono. Non perché le tue domande siano sbagliate, ma perché in questo momento potrebbero essere diventate parte del circuito dell'ansia. Quando arrivano, puoi provare a riconoscerle senza doverle risolvere immediatamente: "Sto avendo di nuovo questo pensiero. Non devo trovare una risposta adesso". Poi riportare gradualmente l'attenzione a qualcosa di concreto che stai facendo. Anche attività molto semplici possono essere utili come parlare con una persona di fiducia, uscire, camminare, mangiare regolarmente, mantenere il più possibile il ritmo del sonno e continuare, per quanto possibile, le normali attività quotidiane. L'obiettivo non è aspettare di sentirti perfettamente tranquilla prima di vivere, ma permettere alla tua vita di continuare mentre attraversi questo momento. E soprattutto, non affrontare da sola la paura di "perdere il controllo". Se questa paura aumenta, se la derealizzazione diventa molto intensa o se senti di non riuscire più a gestire la situazione, contatta il tuo psichiatra e il professionista che ti sta seguendo, anche prima del prossimo appuntamento, spiegando loro esattamente quanto sta accadendo. Se invece dovessero comparire pensieri di farti del male, di non voler più vivere, oppure una reale difficoltà a distinguere ciò che accade intorno a te, è importante chiedere immediatamente aiuto a un familiare o a una persona di fiducia e rivolgersi ai servizi sanitari di emergenza. Una cosa, però, vorrei dirtela con particolare attenzione, non devi riuscire a comprendere l'universo, l'esistenza o il significato della vita per poter tornare a stare bene. In questo momento il tuo compito non è trovare una risposta a domande immense. È prenderti cura di te e permettere alla tua mente, insieme ai professionisti che ti stanno accompagnando, di uscire gradualmente da questo stato di allerta. Quello che stai vivendo merita ascolto e cura, non giudizio. E chiedere aiuto, come hai già iniziato a fare, è un passo importante. Un caro saluto

Dott.ssa Chiara Ilardi

Dott.ssa Chiara Ilardi

Roma

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Ciao Eleonora,

grazie per aver raccontato così apertamente quello che stai vivendo. Da quello che descrivi, sembra che in questo momento non sia tanto il contenuto delle tue domande a essere il problema, quanto il modo in cui la tua mente si è agganciata a queste domande e il bisogno di trovare una risposta che ti faccia sentire finalmente al sicuro.
Dopo il primo attacco di panico hai imparato, comprensibilmente, a prestare molta attenzione alle sensazioni interne e a tutto ciò che potrebbe segnalarti che qualcosa non va. Quando poi hai avuto una nuova ricaduta, probabilmente il tuo sistema di allarme si è riattivato "E se tornasse?", "E se questa volta non passasse?", "E se perdessi il controllo?". In una condizione di ansia elevata, la mente può iniziare a concentrarsi su domande molto profonde ed esistenziali: perché esisto? Cos'è la realtà? Perché esiste l'universo? Cosa significa essere vivi?

Sono domande che, in sé, non sono patologiche. Il punto è ciò che succede quando senti di doverle necessariamente risolvere per poter stare tranquilla.

Più cerchi una risposta definitiva, più controlli quello che senti e quello che ti circonda. Ti guardi intorno per capire se la realtà "sembra davvero reale", osservi le altre persone per capire come fanno a essere così tranquille, controlli i tuoi pensieri per verificare se stai perdendo il controllo. E ogni volta che fai questo controllo, il tuo cervello riceve implicitamente il messaggio: "Questa cosa è pericolosa, devo continuare a controllarla". Così l'attenzione aumenta, l'ansia aumenta e le sensazioni di estraneità o di irrealtà possono diventare ancora più intense.
È un po' come cercare di addormentarsi controllando continuamente se ci si sta addormentando: più controlli, più diventa difficile lasciarti andare.

Anche la derealizzazione che descrivi può essere particolarmente spaventosa. Quando siamo molto ansiosi, il modo in cui percepiamo noi stessi e l'ambiente può cambiare e tutto può sembrare distante, strano o irreale. Il fatto che questa sensazione sia intensa non significa automaticamente che tu stia perdendo il contatto con la realtà o che stia per perdere il controllo. È importante però parlarne in modo preciso con il tuo psicoterapeuta e con il tuo psichiatra, che conoscono la tua storia e possono valutare direttamente ciò che sta accadendo.

Una cosa su cui puoi iniziare a lavorare, invece di cercare di risolvere le domande esistenziali, è osservare cosa succede subito prima e subito dopo che queste domande compaiono.

Per esempio "Mi è venuto il pensiero che non riesco a capire perché esisto."

-> "Devo trovare una risposta"
-> cerco informazioni, penso, analizzo, controllo quello che sento, cerco rassicurazioni
-> per qualche minuto mi sento forse un po' più tranquilla
-> poi ritorna il dubbio
-> "E se questa volta non riuscissi a tranquillizzarmi?"
-> ricomincio a cercare

Questo è il circolo su cui può essere molto più utile intervenire rispetto al tentativo di trovare la risposta giusta alla domanda iniziale.
Potresti quindi provare, insieme al tuo terapeuta, a sperimentare qualcosa di diverso: quando arriva il pensiero, invece di discuterci immediatamente, puoi riconoscerlo come un prodotto della tua mente e rimandare la ricerca di una risposta.

"Sto avendo nuovamente il pensiero che devo capire che cos'è la realtà."

Non devi dimostrare a te stessa che la realtà esiste, né convincerti del contrario. Puoi semplicemente lasciare che quella domanda rimanga, per il momento, senza risposta e riportare gradualmente l'attenzione a ciò che stavi facendo.
All'inizio può essere molto difficile e probabilmente la tua ansia ti dirà che non puoi farlo, perché "questa volta è diverso", "questa volta devi capire", "questa volta c'è qualcosa che non torna". È proprio questo il punto su cui lavorare: imparare che puoi avere un dubbio senza doverlo risolvere immediatamente.
Anche il fatto che la psicoterapia sia iniziata da poco è importante. Due mesi possono essere un periodo ancora iniziale, soprattutto considerando quanto è intensa la riacutizzazione che descrivi. Non è necessario concludere che "la terapia non sta funzionando" solo perché in questo momento stai ancora male. Porta esattamente questi pensieri al tuo terapeuta: il bisogno di capire, i controlli sulla realtà, la paura di perdere il controllo, le sensazioni di distanza e irrealtà e il modo in cui cerchi di tranquillizzarti. Sono informazioni clinicamente molto utili per comprendere e interrompere il ciclo che mantiene l'ansia.

E una cosa ancora: non devi diventare una persona che non si pone mai domande sull'esistenza. L'obiettivo non è smettere di pensare all'universo, alla morte o al significato della vita. L'obiettivo è poter incontrare queste domande senza sentirti obbligata a risolverle prima di poter continuare a vivere la tua giornata.
In questo momento, quindi, più che chiederti "come faccio a capire tutto questo?", proverei gradualmente a spostare la domanda verso: "Posso avere questo pensiero e continuare comunque a fare ciò che per me è importante?"

La risposta, con il tempo e con il lavoro terapeutico, può diventare sì.

E visto che stai già seguendo sia un percorso psicoterapeutico sia un trattamento psichiatrico, eviterei di modificare autonomamente le gocce o la loro modalità di assunzione: per qualsiasi dubbio sull'effetto o sulla paura che questa volta non funzionino, parlane direttamente con il tuo psichiatra.

 

Un caro saluto,

Dott.ssa Grazia Melchiorre
Psicologa clinica

Dott.ssa Grazia Melchiorre

Dott.ssa Grazia Melchiorre

Pescara

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Eleonora, capisco quanto possa essere spaventante quello che stai vivendo, soprattutto perché questi pensieri sono diventati così invasivi da renderti difficile vivere serenamente anche le cose quotidiane.

Da quello che racconti, però, proverei a non cercare una risposta a tutte queste domande. Non perché le domande sull’esistenza, sulla morte o sull’universo non abbiano senso, ma perché quando siamo in una fase di forte ansia possiamo entrare in un meccanismo in cui sentiamo di dover trovare una risposta certa per poterci finalmente tranquillizzare. Il problema è che più cerchiamo la risposta, più il dubbio torna, magari con una domanda ancora più grande, e il circolo vizioso continua.

Anche quella sensazione di sentirti estranea a ciò che ti circonda può comparire durante periodi di forte ansia e dopo gli attacchi di panico. Capisco che quando la vivi possa sembrarti qualcosa di terribile e difficile da spiegare, ma non significa necessariamente che tu stia perdendo il controllo o che ci sia qualcosa di irreparabile.

In questo momento, secondo me, la cosa più importante è raccontare esattamente tutto questo al tuo psichiatra e alla tua psicoterapeuta, proprio come lo hai scritto qui: anche la paura che questi pensieri possano diventare incontrollabili e il fatto che da circa due settimane ti impediscano di vivere normalmente. Hai già iniziato un percorso e la psicoterapia è cominciata da poco, quindi è normale che non abbia ancora prodotto tutti i suoi effetti. 

Quando arriva il pensiero “devo capire perché esisto”, “devo capire cos’è la realtà” o “devo trovare una risposta”, prova, per quanto possibile, a non metterti a discuterci sopra. Puoi dirti: "questo è un pensiero che sta arrivando. Non devo risolverlo adesso". E poi provare a riportare l'attenzione, anche solo per pochi minuti, a quello che stavi facendo. L'obiettivo non è convincerti che va tutto bene, ma imparare gradualmente a non dare a ogni pensiero il compito di essere risolto.

Hai già attraversato un periodo difficile, sei stata meglio e hai iniziato un percorso per capire e affrontare quello che ti succede. Adesso sei probabilmente dentro una fase di ricaduta e va affrontata insieme alle persone che ti stanno seguendo, senza pretendere da te stessa di risolvere tutto immediatamente.

Se invece sentissi di non riuscire a mantenerti al sicuro, non aspettare che passi da solo: contatta subito le persone che ti stanno accompagnando in questa fase della tua vita.

Un caro saluto

Dott. Fabio Rocci

Dott. Fabio Rocci

Milano

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Buongiorno Eleonora, da quello che racconta mi sembra che in questo momento la cosa più faticosa non siano soltanto le domande che si pone, ma il fatto di non riuscire più a staccarsi da esse. Sono domande sull’esistenza, sulla morte e sulla realtà che, in forme diverse, appartengono all’essere umano. Il problema nasce quando la mente pretende di trovare una risposta definitiva per potersi finalmente tranquillizzare. Più cerca quella risposta, più trova un’altra domanda, un altro dubbio, qualcosa da controllare. E così la paura continua ad alimentarsi. Come psicologo, non cercherei quindi di convincerla che questi pensieri non hanno senso e nemmeno proverei a rispondere uno per uno. Probabilmente finirebbe per cercare subito una nuova certezza. Proverei invece a lavorare sul rapporto che ha con questi pensieri. Quando arriva una domanda come “perché esisto?” o “che cos’è la realtà?”, può provare a riconoscere che è tornato quel pensiero, senza sentirsi obbligata a risolverlo in quel momento. Poi, per quanto possibile, tornare a quello che stava facendo.  All’inizio sarà difficile e l’angoscia potrebbe rimanere. Non significa che stia sbagliando. Capisco anche la paura di perdere il controllo. Quando si comincia a osservare continuamente quello che si pensa, quello che si prova e perfino gesti normalmente automatici, tutto può iniziare a sembrare strano e distante. Anche una normale conversazione può diventare oggetto di domande: “Come fa l’altro a sentirmi?”, “Come faccio a rispondere?”. Continuare a controllare queste sensazioni, però, rischia di mantenerla ancora più concentrata su di esse.
Ha già fatto una cosa importante iniziando un percorso di psicoterapia. Gli dia tempo e, soprattutto, porti in seduta esattamente quello che ha scritto qui, compresa la paura di perdere il controllo. Continui anche a confrontarsi con lo psichiatra sull’andamento della terapia prescritta, senza modificarla autonomamente. In questo momento non deve trovare una spiegazione all’esistenza per tornare a stare bene. Può cominciare da qualcosa di molto più concreto: imparare, poco alla volta, a lasciare una domanda senza risposta e continuare comunque la sua giornata.                                                                              Un caro saluto

Dott. Fabiano Foschini

Dott. Fabiano Foschini

Milano

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