Ciao Eleonora,
grazie per aver raccontato così apertamente quello che stai vivendo. Da quello che descrivi, sembra che in questo momento non sia tanto il contenuto delle tue domande a essere il problema, quanto il modo in cui la tua mente si è agganciata a queste domande e il bisogno di trovare una risposta che ti faccia sentire finalmente al sicuro.
Dopo il primo attacco di panico hai imparato, comprensibilmente, a prestare molta attenzione alle sensazioni interne e a tutto ciò che potrebbe segnalarti che qualcosa non va. Quando poi hai avuto una nuova ricaduta, probabilmente il tuo sistema di allarme si è riattivato "E se tornasse?", "E se questa volta non passasse?", "E se perdessi il controllo?". In una condizione di ansia elevata, la mente può iniziare a concentrarsi su domande molto profonde ed esistenziali: perché esisto? Cos'è la realtà? Perché esiste l'universo? Cosa significa essere vivi?
Sono domande che, in sé, non sono patologiche. Il punto è ciò che succede quando senti di doverle necessariamente risolvere per poter stare tranquilla.
Più cerchi una risposta definitiva, più controlli quello che senti e quello che ti circonda. Ti guardi intorno per capire se la realtà "sembra davvero reale", osservi le altre persone per capire come fanno a essere così tranquille, controlli i tuoi pensieri per verificare se stai perdendo il controllo. E ogni volta che fai questo controllo, il tuo cervello riceve implicitamente il messaggio: "Questa cosa è pericolosa, devo continuare a controllarla". Così l'attenzione aumenta, l'ansia aumenta e le sensazioni di estraneità o di irrealtà possono diventare ancora più intense.
È un po' come cercare di addormentarsi controllando continuamente se ci si sta addormentando: più controlli, più diventa difficile lasciarti andare.
Anche la derealizzazione che descrivi può essere particolarmente spaventosa. Quando siamo molto ansiosi, il modo in cui percepiamo noi stessi e l'ambiente può cambiare e tutto può sembrare distante, strano o irreale. Il fatto che questa sensazione sia intensa non significa automaticamente che tu stia perdendo il contatto con la realtà o che stia per perdere il controllo. È importante però parlarne in modo preciso con il tuo psicoterapeuta e con il tuo psichiatra, che conoscono la tua storia e possono valutare direttamente ciò che sta accadendo.
Una cosa su cui puoi iniziare a lavorare, invece di cercare di risolvere le domande esistenziali, è osservare cosa succede subito prima e subito dopo che queste domande compaiono.
Per esempio "Mi è venuto il pensiero che non riesco a capire perché esisto."
-> "Devo trovare una risposta"
-> cerco informazioni, penso, analizzo, controllo quello che sento, cerco rassicurazioni
-> per qualche minuto mi sento forse un po' più tranquilla
-> poi ritorna il dubbio
-> "E se questa volta non riuscissi a tranquillizzarmi?"
-> ricomincio a cercare
Questo è il circolo su cui può essere molto più utile intervenire rispetto al tentativo di trovare la risposta giusta alla domanda iniziale.
Potresti quindi provare, insieme al tuo terapeuta, a sperimentare qualcosa di diverso: quando arriva il pensiero, invece di discuterci immediatamente, puoi riconoscerlo come un prodotto della tua mente e rimandare la ricerca di una risposta.
"Sto avendo nuovamente il pensiero che devo capire che cos'è la realtà."
Non devi dimostrare a te stessa che la realtà esiste, né convincerti del contrario. Puoi semplicemente lasciare che quella domanda rimanga, per il momento, senza risposta e riportare gradualmente l'attenzione a ciò che stavi facendo.
All'inizio può essere molto difficile e probabilmente la tua ansia ti dirà che non puoi farlo, perché "questa volta è diverso", "questa volta devi capire", "questa volta c'è qualcosa che non torna". È proprio questo il punto su cui lavorare: imparare che puoi avere un dubbio senza doverlo risolvere immediatamente.
Anche il fatto che la psicoterapia sia iniziata da poco è importante. Due mesi possono essere un periodo ancora iniziale, soprattutto considerando quanto è intensa la riacutizzazione che descrivi. Non è necessario concludere che "la terapia non sta funzionando" solo perché in questo momento stai ancora male. Porta esattamente questi pensieri al tuo terapeuta: il bisogno di capire, i controlli sulla realtà, la paura di perdere il controllo, le sensazioni di distanza e irrealtà e il modo in cui cerchi di tranquillizzarti. Sono informazioni clinicamente molto utili per comprendere e interrompere il ciclo che mantiene l'ansia.
E una cosa ancora: non devi diventare una persona che non si pone mai domande sull'esistenza. L'obiettivo non è smettere di pensare all'universo, alla morte o al significato della vita. L'obiettivo è poter incontrare queste domande senza sentirti obbligata a risolverle prima di poter continuare a vivere la tua giornata.
In questo momento, quindi, più che chiederti "come faccio a capire tutto questo?", proverei gradualmente a spostare la domanda verso: "Posso avere questo pensiero e continuare comunque a fare ciò che per me è importante?"
La risposta, con il tempo e con il lavoro terapeutico, può diventare sì.
E visto che stai già seguendo sia un percorso psicoterapeutico sia un trattamento psichiatrico, eviterei di modificare autonomamente le gocce o la loro modalità di assunzione: per qualsiasi dubbio sull'effetto o sulla paura che questa volta non funzionino, parlane direttamente con il tuo psichiatra.
Un caro saluto,
Dott.ssa Grazia Melchiorre
Psicologa clinica