Ansia

Paura dello sporco e ossessione per la pulizia ai tempi Covid-19

04 Aprile 2020

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Il coronavirus, in quanto virus respiratorio, si diffonde principalmente tramite il respiro (saliva, starnuti, tosse), ma anche tramite il contatto con chi ha già contratto il virus, quindi è opportuno evitare di toccare mani, bocca, naso e occhi.

L’avvento del Coronavirus ha cambiato, non solo la percezione del pericolo, ma ci ha anche resi più intolleranti all’incertezza e al rischio. 

Gli esperti che lavorano nell'ambito della “psicologia dell'emergenza” hanno ipotizzato un aumento dei casi di Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD) al termine di questa pandemia.

Si renderà opportuno un aiuto psicologico e psichiatrico specialistico in tutte le zone colpite, soprattutto rivolto a pazienti già affetti da disagi psichici. 

Un disturbo che il virus ha esacerbato è la “Rupofobia” (o fobia dello sporco): la parola deriva dal greco “rupos” che significa “sudiciume”.

Si tratta della “paura irrazionale” di entrare in contatto con qualcosa di contagioso o contaminato, e la conseguente necessità di pulire superfici, indumenti, oltre a quella di lavarsi e disinfettarsi continuamente.

Ad oggi, di fronte alla pandemia, il timore del contagio virologico è giustificato: quasi nessuno di noi è esente dallo sperimentare emozioni di ansia e di paura, o da pensieri catastrofici sulle conseguenze della possibilità di contrarre il virus.

Nel caso di un disturbo mentale (come la rupofobia), l'ansia è eccessiva e invalidante tanto da diventare patologica: la persona si ritrova ad agire in maniera rigida, ad avere ossessioni e compulsioni, mette in atto rituali di pulizia che danno la percezione di un forte bisogno di controllo.

I pensieri ossessivi possono riferirsi alla paura incessante di contrarre una malattia: sono pensieri intrusivi e persistenti che, spesso, ma non sempre, sono seguiti da compulsioni, come i rituali di pulizia messi in atto in modo inflessibile e ripetitivo, proprio per contrastare la paura della contaminazione. 

Questo stile comportamentale porta ad una riduzione dell'ansia e a sensazioni di sollievo transitorie poiché, in realtà, queste azioni non fanno altro che rinforzare una “credenza” errata: la persona trova conferma del rischio (intollerabile) di poter essere infettata.

In quest'ultimo periodo, è fondamentale prendere precauzioni per evitare possibili contagi, ma questa necessità potrebbe portare alcune persone a sviluppare vere e proprie forme psicopatologiche.

Viene naturale chiedersi come sarà la nostra vita una volta che ci troveremo fuori dal pericolo della pandemia. Per qualcuno di noi potrebbe essere difficile ritornare a comportarsi come in passato; alcuni potrebbero avere il timore di tornare ad abbracciarsi o a stringersi la mano; altri, potrebbero mettere in atto strategie di evitamento (ad es., non frequentando più luoghi affollati). 

Di sicuro, dopo questo evento, sicuramente traumatico, tutti noi avremo delle difficoltà a riprendere una vita adattiva e serena.

Di fronte a disturbi psicopatologici, come nel caso di una rupofobia, lo scopo primario della psicoterapia sarà quello di aiutare il paziente a formulare una risposta di adattamento allo stress, cercando di aiutarlo ad approfondire le proprie credenze disfunzionali e a sostituirle con pensieri adattivi, oltre ad offrire delle tecniche per ridurre ed eliminare i comportamenti di evitamento e le strategie protettive. 

Il percorso psicoterapico mira a promuovere la consapevolezza del paziente dei propri meccanismi interni, a validarne profondamente la sofferenza, per arrivare, infine, all'accettazione del rischio di potersi ammalare.

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