Pensieri intrusivi: perché cercare di non pensarci può farli tornare

Pensieri intrusivi: perché cercare di non pensarci può farli tornare

Sei sul divano e compare un pensiero sgradevole.

Non l'hai invitato.

Non ti rappresenta.

Non vuoi seguirlo.

La soluzione sembra ovvia:

“Non ci devo pensare.”

Ti concentri sulla serie.

Poi controlli se il pensiero è ancora lì.

Per controllare, naturalmente, devi richiamarlo.

È ancora lì.

Allora ti impegni di più.

Dopo dieci minuti la serie procede senza di te, mentre la mente gestisce un posto di frontiera dedicato a un solo viaggiatore.

Ogni pochi secondi controlla che non sia passato.

Il pensiero, che forse sarebbe rimasto una comparsa, ottiene badge, scrivania e parcheggio aziendale.

Non accade perché desideri quel contenuto.

Può accadere perché il comando “non pensare a X” contiene già X e richiede di controllare continuamente se l'operazione sta riuscendo.

È un paradosso del controllo mentale.

Non una confessione mascherata.

Che cosa sono i pensieri intrusivi?

I pensieri intrusivi sono pensieri, immagini, dubbi o impulsi mentali indesiderati che compaiono senza essere stati volontariamente cercati.

Possono essere:

  • assurdi;
  • imbarazzanti;
  • aggressivi;
  • sessuali;
  • religiosi;
  • morali;
  • relazionali;
  • legati alla responsabilità;
  • in contrasto con ciò che una persona considera importante.

La loro comparsa, da sola, non stabilisce un'intenzione.

Non stabilisce un rischio.

E non permette di formulare una diagnosi.

Un evento mentale non equivale a una decisione.

E non diventa vero soltanto perché compare con una voce particolarmente convincente.

Un pensiero intrusivo significa che voglio davvero quella cosa?

Non necessariamente.

Il disagio può aumentare proprio quando al pensiero viene attribuito un significato personale:

“Se l'ho pensato, significa che lo voglio.”

“Se continua a tornare, deve dire qualcosa di me.”

“Una persona normale non penserebbe una cosa del genere.”

“Devo riuscire a eliminarlo per essere sicuro.”

A questo punto il problema non è più soltanto il contenuto iniziale.

Il pensiero diventa una prova da interpretare.

E la sua eliminazione può trasformarsi in una specie di dovere morale.

Ogni volta che ritorna sembra dimostrare che non è stato eliminato abbastanza bene.

La mente, però, non funziona come una stanza dalla quale basta accompagnare fuori un ospite indesiderato.

È più simile a una redazione.

Se arriva l'ordine:

“Questa notizia non deve assolutamente essere pubblicata”,

qualcuno dovrà continuare a tenerla sul tavolo per assicurarsi che non finisca in stampa.

Perché più cerco di non pensare a qualcosa e più ritorna?

La ricerca sulla soppressione del pensiero ha mostrato che chiedere deliberatamente alle persone di non pensare a un determinato contenuto può, in alcune condizioni, renderlo più accessibile durante o dopo il tentativo.

Questo fenomeno viene spesso descritto come effetto di rimbalzo.

È importante però non trasformarlo in una nuova regola assoluta.

“Più cerchi di scacciarlo, più tornerà” non è una legge matematica.

Gli effetti variano tra persone e situazioni.

Possono essere influenzati da stress, stanchezza, significato attribuito al pensiero e modalità con cui viene tentato il controllo.

Questa precisione è importante.

Altrimenti anche il rimbalzo può diventare un nuovo controllo:

“Se è tornato significa che sto sbagliando.”

“Se non è tornato devo controllare che sia davvero sparito.”

E il problema cambia divisa senza cambiare mestiere.

Come funziona la soppressione del pensiero?

Una delle spiegazioni proposte dalla ricerca distingue due processi.

Il primo cerca di spostare l'attenzione verso qualcos'altro.

Guarda la televisione.

Conta.

Pensa ad altro.

Concentrati su un'altra attività.

Il secondo processo, invece, deve controllare se il pensiero proibito sia ricomparso.

Ed è qui che compare il paradosso.

Per verificare che un determinato pensiero non sia presente, la mente deve conservare almeno una rappresentazione di quel pensiero.

È come consegnare a una guardia la fotografia di una persona e chiederle:

“Controlla continuamente che questa persona non entri.”

Alla fine del turno quella fotografia sarà probabilmente una delle immagini più viste dell'intero edificio.

Quando siamo stanchi o sotto stress, inoltre, può diventare più difficile mantenere efficacemente l'attenzione su contenuti alternativi, mentre il processo di monitoraggio continua a cercare il pensiero proibito.

Distrarsi dai pensieri intrusivi è sempre sbagliato?

No.

Tornare volontariamente a un'attività, a una conversazione o a ciò che stiamo facendo può essere perfettamente funzionale.

Il punto riguarda la funzione della distrazione.

Sto semplicemente riportando l'attenzione verso qualcosa che considero importante?

Oppure sto usando quell'attività per controllare continuamente che il pensiero sia stato cancellato?

Nel secondo caso anche una strategia apparentemente innocua può diventare una forma rigida di neutralizzazione.

Non è quindi necessario classificare ogni comportamento come “giusto” o “sbagliato”.

È più utile osservare che lavoro gli stiamo chiedendo di svolgere.

Neutralizzazioni mentali: quando il rituale non si vede

Non tutte le risposte a un pensiero intrusivo sono comportamenti visibili.

Si può tentare di neutralizzarlo mentalmente.

Per esempio:

ripetere una frase opposta;

analizzare il pensiero per capire che cosa significa;

ricostruire un ricordo per assicurarsi che qualcosa non sia accaduto;

controllare continuamente le proprie emozioni;

verificare se il corpo abbia reagito;

pregare con lo scopo preciso di annullare il pensiero;

confessare ripetutamente il contenuto;

chiedere rassicurazioni sul proprio carattere o sulle proprie intenzioni.

Queste strategie possono ridurre il disagio nel breve periodo.

Ed è proprio questo sollievo a poterle rendere ripetitive.

Il pensiero successivo non viene più trattato semplicemente come un evento mentale.

Diventa una pratica urgente da chiudere.

La certezza dura poco.

E il fascicolo riapre.

Chiedere rassicurazioni sui pensieri intrusivi

Il circuito può coinvolgere anche altre persone.

Un partner può rispondere:

“Quel pensiero non significa che sei quella persona.”

La rassicurazione produce sollievo.

Dopo un'ora, però, arriva una variante:

“Sì, ma se questa volta significasse qualcosa?”

“Se non lo volessi davvero, perché continua a tornare?”

“Secondo te una persona pericolosa avrebbe questo dubbio?”

Chi risponde può iniziare a sentirsi impotente.

Chi domanda può interpretare la stanchezza dell'altro come un segnale preoccupante.

Nessuno aveva intenzione di costruire un rituale a due.

Eppure la coppia finisce a lavorare nell'ufficio garanzie, aperto anche nei festivi.

Perché i pensieri intrusivi colpiscono spesso ciò che conta?

I pensieri indesiderati possono risultare particolarmente dolorosi quando entrano in conflitto con valori importanti.

Una persona molto attenta alla cura degli altri può essere sconvolta da un'immagine aggressiva.

Chi attribuisce grande importanza alla propria relazione può allarmarsi per un dubbio improvviso sul partner.

Una persona con forti convinzioni morali o religiose può essere turbata da un contenuto che le contraddice.

Il dolore non dimostra che il pensiero sia vero.

Dimostra che quel contenuto è stato interpretato come particolarmente significativo.

Anche cercare online che cosa “significa davvero” ogni singolo pensiero può però trasformarsi in un'altra forma di verifica.

L'identità umana si misura male prendendo il pensiero più sgradevole della giornata e sottoponendolo a referendum.

Pensieri intrusivi e disturbo ossessivo-compulsivo sono la stessa cosa?

No.

I pensieri intrusivi possono comparire anche nelle persone che non hanno un disturbo psicologico.

Possono diventare più frequenti o evidenti durante periodi di:

stress;

stanchezza;

cambiamento;

forte attivazione emotiva.

Possono inoltre comparire in differenti condizioni cliniche.

Il contenuto del pensiero, da solo, non consente di diagnosticare un disturbo ossessivo-compulsivo.

In una valutazione psicologica o psichiatrica contano diversi elementi:

quanto tempo occupano questi fenomeni;

la sofferenza prodotta;

il significato attribuito ai pensieri;

la presenza di compulsioni o neutralizzazioni;

l'evitamento;

la ricerca di rassicurazione;

l'interferenza con la vita quotidiana;

il contesto complessivo.

Nel DOC, pensieri, immagini o impulsi intrusivi possono inserirsi in circuiti nei quali la persona cerca ripetutamente di neutralizzare, controllare o ottenere certezza.

Ma avere un pensiero intrusivo non significa automaticamente avere un DOC.

Discutere continuamente con il pensiero può diventare parte del problema

Quando compare un contenuto sgradevole, la reazione più spontanea può essere cercare di dimostrare che sia falso.

“Non lo penso davvero.”

“Non sono quella persona.”

“Non succederà.”

“Non significa niente.”

A volte questo dialogo può essere utile.

Ma quando l'obiettivo diventa ottenere una certezza completa, anche il ragionamento può trasformarsi in una nuova verifica.

Ogni argomento favorevole genera una nuova obiezione:

“Sì, ma se questa volta fosse diverso?”

Può allora essere più utile distinguere tra l'evento e la sentenza.

“È comparso un pensiero.”

è diverso da:

“Questo pensiero dimostra chi sono.”

Dopo la comparsa si può osservare il secondo movimento:

che cosa mi sento obbligato a fare adesso?

Controllare?

Confessare?

Neutralizzare?

Evitare?

Chiedere una rassicurazione?

Ripetere una frase?

Questa osservazione non serve a tranquillizzarsi immediatamente.

Serve a vedere più chiaramente il circuito.

Fare spazio a un pensiero non significa approvarlo

Lasciare che un pensiero sia presente per qualche momento non significa essere d'accordo con esso.

Non significa desiderarlo.

E non significa agire in quella direzione.

Possiamo controllare molto meglio le nostre azioni rispetto all'intero traffico spontaneo della mente.

Un gesto possibile può essere riconoscere:

“C'è quel pensiero.”

E tornare progressivamente a ciò che si stava facendo senza controllare immediatamente se sia scomparso.

Se rimane, rimane.

Se torna, torna.

L'obiettivo non è ottenere il silenzio mentale perfetto.

È evitare di assegnare automaticamente a ogni rumore un intero ufficio amministrativo.

Pensieri intrusivi e terapia cognitivo-comportamentale

Quando pensieri intrusivi e neutralizzazioni fanno parte di un disturbo ossessivo-compulsivo, le linee guida includono trattamenti cognitivo-comportamentali basati anche sull'esposizione con prevenzione della risposta (ERP), adattati alla persona e alla gravità del problema.

Questo non significa improvvisare esposizioni da soli.

Non significa cercare deliberatamente contenuti destabilizzanti.

E non significa interrompere bruscamente rituali complessi senza una formulazione clinica.

Un principio terapeutico diventa trattamento quando viene inserito all'interno di una valutazione e di un percorso proporzionato.

Quando chiedere aiuto per i pensieri intrusivi

Può essere utile una valutazione professionale quando il circuito:

occupa molto tempo;

provoca forte vergogna;

porta a evitare persone, situazioni o attività;

genera continue richieste di rassicurazione;

produce rituali mentali o comportamentali;

interferisce con studio, lavoro o relazioni.

Non occorre raccontare il contenuto con eleganza.

I pensieri intrusivi raramente arrivano vestiti per una cerimonia.

È però importante distinguere i pensieri intrusivi indesiderati dalla presenza di intenzioni concrete, pianificazione o pericolo attuale.

In presenza di questi elementi serve una valutazione tempestiva.

Un articolo non può distinguere a distanza situazioni cliniche differenti.

Quando invece il problema è il circuito intrusione → allarme → neutralizzazione → sollievo → nuova intrusione, portare a un professionista un episodio preciso può essere molto utile.

La mente produce materiale non richiesto.

Il carattere si vede molto meglio nelle scelte ripetute che nell'ospite più rumoroso passato dalla reception.

Un pensiero può bussare due volte.

È l'appello continuo che rischia di assegnargli un posto fisso.

Domande frequenti sui pensieri intrusivi

Che cosa sono i pensieri intrusivi?
Sono pensieri, immagini, dubbi o impulsi mentali che compaiono in modo indesiderato. Possono essere sgradevoli o contrari ai propri valori e non equivalgono automaticamente a intenzioni o desideri.

Perché i pensieri intrusivi continuano a tornare?
Le ragioni possono essere diverse. In alcuni casi il tentativo continuo di controllarli o eliminarli aumenta il monitoraggio e li mantiene particolarmente accessibili all'attenzione.

Più cerco di non pensare a qualcosa, più ci penso?
Può accadere, ma non è una legge universale. Gli studi sulla soppressione del pensiero mostrano mediamente effetti di rimbalzo, la cui intensità varia in base alla persona e al contesto.

Avere pensieri aggressivi o sessuali significa volerli mettere in pratica?
La semplice comparsa di un pensiero non permette di concludere che una persona desideri agire in quella direzione. Intenzioni, comportamento, contesto e altri elementi richiedono una valutazione distinta.

I pensieri intrusivi significano avere un DOC?
No. Sono esperienze che possono comparire anche fuori dal disturbo ossessivo-compulsivo. Per una diagnosi contano sofferenza, interferenza, compulsioni, neutralizzazioni e altri elementi clinici.

Come si eliminano i pensieri intrusivi?
Cercare di eliminarli completamente può diventare parte del circuito. Nei casi clinicamente significativi il lavoro psicologico si concentra più spesso sul modo in cui la persona interpreta e risponde ai pensieri che sulla promessa di non averne più.

Fonti essenziali

Abramowitz J.S., Tolin D.F., Street G.P. (2001), Paradoxical effects of thought suppression: a meta-analysis of controlled studies, Clinical Psychology Review, 21(5), 683–703.

Wegner D.M. et al. (1987), Paradoxical effects of thought suppression, Journal of Personality and Social Psychology, 53(1), 5–13.

Purdon C. (2004), Empirical investigations of thought suppression in OCD, Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry, 35(2), 121–136.

National Institute for Health and Care Excellence, Obsessive-compulsive disorder and body dysmorphic disorder: treatment, CG31.

Dott. Francesco Giampaolo — Psicologo, specializzando in psicoterapia

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