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Nell’immaginario comune il termine “crisi” ha un’accezione negativa. Guardando l’etimologia greca e latina del termine si evince però un altro modo di considerare la crisi, ovvero come un’opportunità, una scelta che divide due momenti, due modi di essere diversi separati da un “prima” e da un “dopo”. Come scrive la grande Alba Marcoli “la crisi è il terreno inevitabile e potenzialmente evolutivo (anche se non sempre e non per tutti, perché può anche avere uno sbocco involutivo) da attraversare prima di poter trovare un nuovo equilibrio nei momenti di passaggio o di cambiamento, sia esterno sia interno, che caratterizzano la vita e il suo scorrere per ciascuno di noi, che ne siamo o meno consapevoli.” [Alba Marcoli, Passaggi di vita.]

Solo attraversando il territorio incerto della crisi, quello della mancanza di sicurezza si può costruire un nuovo equilibrio, quello che ci accompagna nelle situazioni di vita dove il vecchio equilibrio, al quale eravamo affezionati, non serve più. Ma come tutti sappiamo, lasciare le certezze che ci hanno accompagnato per lungo tempo, anche se ormai inutili, crea sempre molta paura e in certi casi può generare addirittura il panico.

Racamier parla di ‘tempo della crisi”, ovvero la possibilità di attraversare e vivere completamente il dolore, dall’inizio dalla fine. Solo concedendosi di viverlo appieno, un dolore si può consumare e attenuare, liberando delle energie mentali che possano, con il tempo, con il “loro” tempo, permettere di continuare a vivere e di costruire nuovi legami con il mondo e con le persone.

Può sembrare un luogo comune, ma è nel momento di maggiore sconforto che troviamo la nostra ultima risorsa. Bisogna toccare il fondo per darsi la spinta per risalire a galla. Sempre Racamier sostiene che chi vive la crisi sente che non ne uscirà mai ed è per questo che nei momenti di questo tipo è fondamentale essere aiutati da qualcuno che sia capace di riconoscere la difficoltà del lavoro che si sta svolgendo in un tempo e in una direzione e che sia in grado di conservare la speranza che la persona sembra aver perduto.

Stiamo attraversando un periodo storico molto complesso, dove il termine “crisi” sta diventando una delle parole più utilizzate: crisi di coppia, crisi economica, crisi adolescenziale, crisi di mezza età, crisi del mercato. Sempre più spesso infatti ci troviamo, senza preavviso, in un mondo sconosciuto e incerto, dove le vecchie certezze all’improvviso sono svanite e dove non c’è nessuna bussola per orientarci. Capita con un licenziamento improvviso, come un tradimento nella coppia che rischia di far crollare un matrimonio longevo, con un figlio che cresce mettendoci faccia a faccia con lo scorrere del tempo.

All’improvviso si perdono le coordinate, la bussola non ti segnala più il nord e non sai in che direzione andare e dunque, spesso, resti fermo e affondi.

Mi voglio soffermare maggiormente su di un tema che sempre più assume un ruolo più rilevante nel nostro periodo storico: la crisi di coppia.   

Ci è stata trasmessa un’immagine un po’ esasperata della coppia, quella in stile “Mulino Bianco” dove tutti sorridono e i problemi non esistono. Una coppia senza problemi è una sorta di “non luogo”: non è possibile non avere confronti, scontri, divergenze. Il problema non è il problema in sé, ma come questo viene gestito e affrontato. Il problema diventa crisi quando non trova soluzione, quando si protrae nel tempo senza che la coppia riesca ad affrontarlo. Ogni coppia, fisiologicamente, attraversa dei periodi di distanza e di minor intensità ma, essendo intrinsechi nella sua natura, li metabolizza, ci convive e li supera.

Ci sono diversi motivi per cui una coppia può attraversare una crisi destabilizzante e profonda, che in alcuni casi può portare alla rottura.

Uno dei fattori più comuni, ad esempio, è l’eccessiva intrusione di una delle due famiglie di origine, dalla quale uno dei due membri della coppia non si è mai realmente individuato e dunque separato. In questa situazione la persona ancora troppo legata ai genitori fa riferimenti continui al loro pensiero e non prende decisioni autonome senza prima aver consultato la famiglia a riguardo.

Un’altra situazione in cui una coppia può entrare in crisi si verifica quando accadono eventi che vanno al di là della soglia di sopportabilità per intensità, dolore e choc che provocano. Sono cioè eventi traumatici, per i quali non ci sono le capacità psichiche necessarie alla sopportazione. Ad esempio la nascita di un figlio con disabilità è un trauma, un lutto improvviso e inaspettato è un trauma, un tracollo economico anche. In queste situazioni il singolo si sente travolto da un terremoto, caratteristica principale del trauma, ma anche la coppia e spesso è proprio in queste occasioni che la coppia “scoppia”, perché la portata emotiva dell’evento è insopportabile. Da sottolineare come trauma e stress non siano sinonimi: lo stress può creare tensioni e allontanamenti, ma allo stress siamo preparati, lo possiamo sopportare. Il trauma invece travolge e rade al suolo tutto, non siamo preparati ad affrontarlo e in molti casi ci fa soccombere.

Spesso le coppie si sposano giovani e i due membri evolvono in maniera diversa: può accadere che uno dei due maturi una consapevolezza di sé maggiore rispetto all’altro e dunque cresca interiormente in maniera diversa rispetto al partner, aumentando la distanza e rendendosi irriconoscibile ai suoi occhi, che infatti lo accusa di non essere più quello che ha sposato.

In ogni coppia ci sono delle condizioni che vengono esplicitate chiaramente (tradimento, onestà etc) ed altre che rimangono “non dette” ma date per scontate. Può succedere che un partner tradisca la coppia non soltanto con un tradimento reale con un’altra persona, ma anche venendo meno alle aspettative e al patto implicito non detto su cui si basa la coppia. Oltre al tradimento reale infatti ci sono altre forme che vengono vissute come un tradimento, come quello con il lavoro, ad esempio. Se uno dei due membri della coppia è più dedito al lavoro che al partner, questo può sentirsi abbandonato e tradito nell’idea di progettualitá che pensava essere condivisa nella coppia.

Spesso si tende ad attribuire la crisi di coppia alla diminuzione del desiderio sessuale. In realtà questo non è generalmente il motivo, ma un suo effetto. La sessualità in una coppia è una delle principali forme di comunicazione e spesso una frustrazione della comunicazione verbale si manifesta con una conseguente diminuzione dell’attrazione sessuale. Sovente il non concedersi al partner è anche una forma di ripicca, un modo per manifestare un malessere che non si riesce ad esprimere a parole.

Di fronte ad una crisi di coppia ci sono vari modi per affrontarla e gestirla. Ovviamente ogni coppia ha un funzionamento a sé e in questa sede mi soffermerò su tre modalità che si possono osservare più frequentemente nella pratica clinica.

 

  1. Elusione della crisi: ogni coppia ha un ciclo fisiologico che va dall’innamoramento iniziale, dove si sentono le farfalle nello stomaco, dove tutto sembra possibile e non ci sono nuvole, alla realtà della quotidianità. Nella fase iniziale si tende ad idealizzare l’altro ed a caricarsi di aspettative; nel momento in cui questa idealizzazione cede il posto alla persona reale che si ha davanti e le aspettative magari vengono deluse, un partner può non accettare la delusione della caduta di tali aspettative e dunque negare la crisi e abbandonare la coppia per mantenere vive le illusioni dell’innamoramento, passando quindi da una storia all’altra, abbandonandola nel momento in cui la realtà si fa largo. Il crollo delle aspettative può essere devastante e spesso si cerca un terzo su cui sfogare la frustrazione e il conflitto. È il caso in cui uno dei due partner tradisce l’altro, per sentire al di fuori della coppia quello che manca o che è venuto meno con il tempo. Un terzo su cui concentrare il conflitto può essere un altro membro della famiglia, come una suocera, un datore di lavoro, un vicino di casa, una qualsiasi situazione problematica, o resa tale, contro cui la copia si coalizza, compattandosi ed allontanandosi dal reale problema interno alla coppia. O, ancora, se si tratta di coppie genitoriali, si può concentrare tutto l’interesse sul figlio e su un qualche comportamento ritenuto problematico, in modo da evitare di guardare in faccia il reale problema, ovvero la difficoltà in cui si trova la coppia. Oppure può essere il corpo a parlare, attraverso la somatizzazione. Uno dei due membri della coppia può, inconsciamente, farsi carico della sofferenza in cui verte la coppia e portarla nel corpo, accusando i più svariati malesseri e dolori. Si tratta di un modo per spostare il problema da un ambito di cui non si vuole parlare ad una situazione di malessere reale che richiede una cura o un farmaco, ma che è più facilmente affrontabile.

 

  1. Circuito della delusione: i membri della coppia non riescono ad accettare l’immagine reale dell’altro perché la paragonano continuamente all’immagine idealizzata presente nella loro mente. Di conseguenza c’è un continuo senso di delusione che si manifesta con accuse reciproche e che agli occhi di chi osserva la coppia trasmette una sensazione di cristallizzazione e di immobilismo, come in un circolo vizioso in cui però non si fa nulla per interromperlo. In questi casi è bene chiedersi quanto l’altro abbia voglia di lavorare su di sé, di mettersi in discussione e di impegnarsi nel lavoro di miglioramento della situazione attuale. Costruire e mantenere una coppia richiede lavoro, impegno ed energia. Nel momento in cui si lavora sulla coppia ci sono due direzioni possibili: in una si trova una nuova organizzazione, un nuovo equilibrio. Nell’altra si va verso una separazione che però non rappresenta un fallimento, bensí una presa di coscienza dello stato delle cose e se ci si arriva consapevolmente e con i tempi più giusti per quella coppia può rappresentare l’inizio di un nuovo tipo di rapporto, non più come coppia ma come due persone che hanno condiviso molte cose e tra le quali c’è un grande affetto, scevro di aspettative e conseguenti delusioni.

 

  1. Disillusione: si verifica quando la realtà è entrata della coppia, quando si vede l’altro realmente e non attraverso le lenti dell’illusione. E soprattutto quando lo si accetta per com’é. Questo passaggio è quello che caratterizza le coppie più funzionanti, quelle in cui i due partner sono riusciti ad integrare le parti “buone” e quelle “cattive” dell’altro in un’unica persona, senza il bisogno di scinderle. In queste coppie si può essere se stessi totalmente, senza dover sopportare il peso delle aspettative e la paura di deluderle, con conseguente senso di rabbia. Sentirsi accettati dall’altro per come si è realmente, con gli aspetti positivi e quelli negativi, fa sí che la persona si senta libera e non abbia bisogno di cercare al di fuori della coppia uno spazio in cui mettere quelle parti di sé che il partner non accetta.

 

Spesso le coppie che si trovano ad affrontare un momento di difficoltà sono spaventate all’idea di rivolgersi ad uno specialista per parlare dei loro problemi. C’è la paura del giudizio o che il terapeuta si allei con uno dei due membri della coppia, come se fosse un giudice che deve decidere da che parte si trova la ragione.
 

La terapia di coppia non ha lo scopo di dare ragione ad uno dei due componenti della coppia, quanto di aiutare le persone a vedere al di fuori del muro che si sono costruite intorno e dal quale non riescono ad osservare le cose sotto un’altra prospettiva. Spesso infatti l’aiuto di una persona esterna apre nuove possibilità di lettura e in uno spazio privo di giudizio e pieno di empatia si riescono ad esprimere aspetti che magari nella solitudine di casa non emergono.

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