Problemi sessuali

Nel vortice delle passioni

20 Settembre 2019

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QUANDO “SI PERDE LA BUSSOLA”

La persona che soffre di vertigini è linguisticamente connotata dalla sua mancanza di equilibrio che viene associata a «stordimento, confusione, incertezza». In inglese giddy (lett. = colui che è preso da vertigini) è «frastornato, stordito»; in italiano chi vacilla o barcolla denota in senso figurato «incertezza e perplessità». Il limite estremo della sindrome vertiginosa può a sua volta essere associato allo stato confusionale, alla patologia dello squilibrato, di colui che «ha la mente sconvolta», che ha perso il proprio equilibrio (in inglese to lose one's balance, lett. = perdere il proprio equilibrio, vale «avere la mente sconvolta»). All'estremo opposto si potrebbe situare il rigido, l'inflessibile, la persona tutta d'un pezzo, mentre in posizione intermedia troviamo colui che è dotato di fermezza, è ponderato, equilibrato, stabile, le cui parti di personalità sono armoniosamente bilanciate fra di loro, che gode quindi di una certa coerenza interiore. Etimologicamente la vertigine nella maggior parte delle lingue si riconnette all'idea di «girare» (lat. vertere, da cui vertigine).

In greco «girare» è trepo da cui derivano trepomai, che significa «esitare, essere perplesso, confuso», nonché i nostri tremare e trepidare.

Tale patologia rappresenterebbe quindi un modo per somatizzare il senso di incertezza, sensazione combattuta parimenti dal rigido — che mette a tacere le proprie parti ansiose di libertà — e dal volubile (etim. = girevole) — che mette a tacere al contrario le parti che avvertono la mancanza di una norma orientante.

In questo senso si possono interpretare i significati figurati di giddy come «frivolo e scervellato» e di capogiro come «pensieri stravaganti».

Il "gorgo" dell'orgasmo

D'altra parte il movimento rotatorio, il "girare", viene linguisticamente associato al vento (in inglese wind è sia «vento» sia «movimento tortuoso, a spirale») e quest'ultimo a sua volta alle passioni dell'animo (per es. anemos in greco è sia «vento» che «impulsività»).

Ciò non stupisce se si pensa che l'uomo primitivo nel suo linguaggio non operava come noi una netta separazione fra il mondo animato e quello inanimato, ma anzi, guidato dalle analogie, li metteva fra loro in stretta relazione. Così il moto del vento richiamava quello dell'animo e il vortice d'aria quello delle passioni. Non è un caso che, ad esempio, turbine e turbamento abbiano la stessa radice.

Se quindi, oltre a vortice o turbine di passione, consideriamo anche i significati figurati di prendere una sbandata o avere un attimo di sbandamento, sembrerebbe che le vertigini rappresentino in qualche modo il manifestarsi prepotente e improvviso di quelle forze inconscie istintuali che fanno perdere l'equilibrio. D'altra parte la sensazione di smarrimento, di perdita di controllo, che si accompagna a tali manifestazioni non può non essere collegata all'orgasmo (etimologicamente sinonimo di gorgo), al momento della voluttà (cfr. voluta, il moto della spirale), in cui si accetta invece volentieri di perdere la testa, l'orientamento, il controllo della coscienza. Così la vertigine potrebbe anche somatizzare, mimandone un aspetto, l'orgasmo negato, rimosso o temuto.

Nel vortice di una spirale

Il movimento vorticoso tipico delle vertigini fin qui preso in considerazione si riconduce, come abbiamo già avuto modo di osservare, alla spirale. In quest'ultima è però implicito anche un moto verso l'alto o verso il basso, come ben denota l'inglese spiral, che è anche «il movimento graduale di ascesa o discesa».

Se nel primo caso — spirale ascendente — possiamo ricondurci alla tecnica usata per entrare in trance — cioè in contatto con il cielo, il divino, l'universale — tramite una danza vorticosa, nel secondo caso — spirale discendente — è evidente il legame con la paura di cadere. Questa paura, che costituisce un incubo ricorrente per le persone affette da vertigini, è ben descritta da una paziente che così verbalizzò le sue sensazioni: «Quello che mi fa paura è il pensiero che, se perdo l'equilibrio quando sono abbastanza in alto, mi capovolgo e cado a testa in giù, perché la testa è più pesante di tutto il corpo».

Questa fantasia può richiamare due incubi opposti. Da una parte il trauma della nascita e cioè il momento in cui il feto, abbandonando l'accogliente utero materno, scende a testa in giù nel vuoto, nell'ignoto. Dall'altra, se consideriamo il baratro, l'abisso come simbolo femminile, ci troviamo di fronte alla paura della voragine (da voro = divorare) come di una madre terrifica che ingoia i suoi figli. La paura di cadere in questo secondo caso può quindi essere connessa alla paura di tornare nel grembo della madre-terra, ciò che richiama più un'angoscia di morte che di nascita. E qui da notare che tale paura sarà tanto più accentuata, quanto più il baratro sarà profondo.

Cioè, quanto più ci allontaniamo dalle nostre radici, dalle basi istintuali che fondano la nostra esistenza, tanto più corriamo il rischio di entrare in crisi, qualora vediamo la distanza che si è venuta a creare, cioè prendiamo coscienza di tale distacco.

Simbolicamente abbiamo visto infatti che la terra, il basso (imus in latino vale etimologicamente «la terra»), rappresenta la matrice, ciò che ci ha generato e quindi il passato, gli istinti primordiali, mentre il salire, la stessa posizione eretta, il tentativo di ergersi al di sopra del resto, è connesso alla ubris, alla superbia tipicamente umana, all'attività della coscienza, resa possibile proprio da questo "distacco" simbolico dalla materia, dall'inconscio.

Ma più l'uomo si stacca dalla terra, privilegiando simbolicamente la ragione, l'attività razionale, "di testa", più gli sarà difficile tollerare il momento della presa di coscienza, cioè la vista della terra lontana, delle proprie parti distanti, di un inconscio tanto profondamente relegato.

Prendere coscienza significherà espandere quest'ultima al proprio passato, alle proprie radici dimenticate (il basso, il sotto, il profondo) accettando così l'inevitabile momento di disorientamento psichico. Se però manca la necessaria versatilità (da vertere = girare), cioè la capacità di accettare il cambiamento, di mutare direzione, di superare la "vertigine" psichica, il disorientamento dovrà manifestarsi a livello somatico, con la vertigine fisica.

Accettare il momento di crisi

Quanto sopra esposto sembra quindi richiamare una momentanea o prolungata crisi della personalità che sarà particolarmente profonda nel caso in cui venga a mancare la terra sotto i piedi, ciò che richiama un figurato precipitare nel vuoto.

Una vertigine di questo tipo è connessa  a un relativo stato di imponderabilità (sul tipo di quella sperimentata da-gli astronauti) e cioè alla sensazione, rispondente o meno a realtà, di mancare di peso, di non avvertire più la gravità e cioè i propri legami con la madre-terra.

La persona in preda a tale confusione, posta in una posizione elevata, si attaccherà a qualsiasi cosa che la mantenga ferma, immobile, dov'è. Ciò proprio perché ha l'impressione di non sentire più come al solito il proprio peso che gli permette di distinguere l'alto dal basso. Ma, con la dimensione "alto-basso", si perde quella che potremmo definire "legge divina", il rapporto con il cielo, e, come inevitabile conseguenza, anche la "legge umana", l'orientamento, la "bussola". Da ciò scaturisce la paura di commettere un fatale passo falso nella direzione sbagliata. Ciò realizzerebbe il peggiore dei timori, quello di cadere sotto l'impero nefasto di quella forza, di quel legame con il profondo inutilmente negato. Esiste però anche la possibilità di una vertigine meno grave, riconducibile al semplice perdere la bussola, al limite funzionale — come la danza vorticosa dello stregone — per raggiungere uno stato di coscienza/equilibrio superiore. la vertigine di chi utilizza la crisi dei parametri razionali, terreni, per entrare in contatto con l'universale.

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