Gentile Eliano,
dalle tue parole emerge un percorso di vita intenso, segnato da una sensibilità profonda e da un dolore che ha lasciato tracce non solo emotive ma anche corporee. La depressione ansiosa che hai vissuto da giovane, la colite ulcerosa, l’emicrania, la fatica nel vivere l’intimità, non sono episodi isolati: sono parti di una stessa storia, in cui il corpo e la mente hanno sempre parlato insieme. E il fatto che oggi tu riesca a raccontare tutto questo con sincerità, senza più maschere, è un segnale di grande coraggio e di grande maturità emotiva.
Quando descrivi l’intimità come un “incendio emotivo che ti angoscia”, stai nominando qualcosa che molte persone vivono ma che pochi riescono a spiegare: la difficoltà non è nel desiderio, che senti ancora, ma nella vulnerabilità che l’intimità richiede. Per anni hai costruito un’immagine di forza e virilità per proteggerti, per funzionare, per non sentire il peso di quel dolore antico. Ma quando hai incontrato tua moglie, e soprattutto quando il legame è diventato profondo e stabile, quella maschera non ha più retto. L’intimità vera non permette scorciatoie: chiede presenza, apertura, contatto emotivo. E proprio lì, dove dovresti lasciarti andare, si riattiva la parte più fragile, quella che teme di essere vista, quella che associa l’intimità a un rischio, quella che ha imparato a difendersi attraverso il controllo.
Il fatto che tu riesca a vivere la sessualità solo se la stimoli mentalmente, come se avessi bisogno di una distanza emotiva per funzionare, è coerente con questa storia. È come se il desiderio fosse possibile solo quando non coinvolge la parte più vulnerabile di te, quella che si attiva nel contatto reale, nella vicinanza, nello sguardo dell’altro. E questo non parla di mancanza di amore verso tua moglie, ma di un conflitto interno che ti accompagna da molti anni.
Gli antidepressivi, come dici tu, hanno sicuramente un ruolo, perché possono ridurre la spinta del desiderio e rendere più difficile la risposta sessuale. Ma non sono l’unica spiegazione. C’è un giudizio interno molto forte, quasi morale, verso la sessualità. Quando dici che vorresti che anche tua moglie fosse come te, capace di godere dei sentimenti profondi “meno genitali”, stai rivelando una parte importante: per te il sesso è stato per anni qualcosa da controllare, da gestire, da tenere a distanza. È come se l’atto sessuale fosse stato vissuto come qualcosa di meno “nobile”, meno sicuro, meno protetto rispetto alla dimensione affettiva. E questo giudizio non nasce oggi: è un modo di proteggerti che hai costruito nel tempo.
La colpa che senti, la fatica di spiegare sempre le stesse cose, la paura di ferire tua moglie, sono il segno di quanto tu tenga a lei e di quanto tu desideri una relazione piena. Ma non puoi chiedere a te stesso di funzionare come se tutto questo non esistesse. La terapia di coppia che state facendo è un passo importante, anche se la senti lenta. È lenta perché sta lavorando su strati profondi, su un modo di vivere l’intimità che si è formato molti anni fa, quando eri molto giovane e molto ferito.
Quello che stai vivendo non è un fallimento, ma un processo. Stai togliendo strati di protezione che ti hanno aiutato a sopravvivere, ma che oggi ti impediscono di vivere l’intimità con libertà. E questo richiede tempo, pazienza, e soprattutto un lavoro che non riguarda solo la sessualità, ma il modo in cui ti percepisci, il modo in cui ti permetti di essere vulnerabile, il modo in cui lasci che l’altro ti veda.
La tua domanda finale — perché considero i genitali “meno profondi”? — è in realtà la chiave di tutto. Perché per te la profondità è sempre stata legata alla sicurezza emotiva, mentre il corpo è stato il luogo del dolore, dell’ansia, della perdita di controllo. Riconoscere questo è già un passo enorme. Da qui si può lavorare per integrare le due parti, per permettere al corpo di tornare a essere un luogo di piacere e non di minaccia, per costruire una sessualità che non sia né solo mentale né solo fisica, ma che possa essere vissuta senza paura.
Se vuoi, possiamo approfondire insieme cosa succede dentro di te nei momenti in cui l’intimità si avvicina, perché spesso è proprio lì che si trova il punto da cui ripartire.
un caro saluto
Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica - del Lavoro
Organizzazioni - Risorse Umane
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