UNA FORMA DI ABUSO PSICOLOGICO: IL GASLIGHTING

 Vorrei parlare di una sottile e subdola violenza psicologica, che ritroviamo in rapporti malsani e che molte volte non riusciamo subito a cogliere e quando ce ne rendiamo conto, siamo già entrati in un circolo vizioso: il gaslighthing. Vi sarà capitato alle volte, di essere a contatto con persone, alle quali cerchiamo di piacere, ma che, qualsiasi cosa facciamo, ci criticano, non trovano mai quello che facciamo, o diciamo interessante.

Non è uno scambio costruttivo, dove due persone esprimono opinioni diverse, ed ognuno argomenta il suo punto di vista, ma piuttosto, è un fare sentire l’altro inadeguato e inetto. Lentamente, minano la fiducia nelle proprie percezioni, ci fanno sentire stupidi e se siamo vittime di un narcisista o di una narcisista perversa, lentamente, possono anche farci dubitare della propria, sanità mentale.

 Il nome dato a tale fenomeno, risale ad un film, del regista George Cukor, interpretato da Charles Boyer ed Ingrid Bergman, dal titolo Gaslighting (1944), tradotto in italiano con Angoscia. In tale film, il marito abbassava ed alzava le luci a gas di casa, facendo poi finta, di non aver fatto niente e portando a dubitare di sé, la protagonista, facendola subdolamente percepire come debole mentale. Un esempio reale, è stato raccontato con il film Big Eyes.  La storia vera, di Margheret Keane, pittrice degli anni 50-60, il cui marito, anche lui pittore di mediocre e di scarso talento, fa credere alla consorte, che il successo attribuito ai suoi quadri, sia dovuto al suo personale potere carismatico, e non al  talento della stessa. Margaret, lentamente diviene dipendente da lui e comincia a credergli. Piano piano comincia a nascondere a tutti, persino alla figlia, ad essere lei, la fautrice dei famosi dipinti dagli “occhi grandi”.   Giorno dopo giorno, questo lavaggio del cervello, mina le fondamenta della sua  persona rendendola psicologicamente insicura e sempre più dipendente dallo stesso abusatore. Nel film questa situazione, dura fino a quando la pittrice, ridotta veramente all'ombra di sè stessa, trova il coraggio di rialzare la testa e denunciarlo.


Al processo, il marito rivelerà il suo carattere istrionico, cercando di convincere, giudice e giuria, che il vero talento, sia il suo. All’uomo di legge, non resta, che mettere alla prova, i due protagonisti. In mezz’ora, devono esprimere le loro abilità. Margaret, convincerà pienamente il giudice dogato e la giuria e uscirà dal processo, riprendendosi la propria vita e dignità.   Marie-Grance Hirogoyen, ha descritto magistralmente nel suo libro: “La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro', questo tipo di violenza psicologica, presente anche nel mobbing.

Personalmente ho costatato che è il primo passaggio verso un altro tipo di violenza, quella fisica.  E’ una modalità mentale adottata anche da certe donne narcisiste e prettamente dominanti.  Questo perché piano piano,  fa entrare la vittima in una sorta di incapacità critica a potersi difendere, perché gradatamente viene minata la fiducia in sè stessi, si comincia a dubitare delle proprie percezioni delle proprie capacità e si comincia a vedersi come ci vede il nostro aggressore.
I motivi, che portano a questo tipo di violenza psicologica, si possono ricercare in un narcisismo patologico, dove l'altro viene usato per i propri scopi manipolatori. 
Viviamo in una società, fortemente intrisa di violenza e sadismo, in cui, la fondamentale fonte di piacere, è far trionfare la legge del più forte (e del più prepotente). L'altro, non è visto per quello che è realmente,  ma è usato, piuttosto, per  un rapporto di prevaricazione e di uso.

In genere, il narcisismo maligno, si instaura, come reazione, alla grande paura, per la separazione, da una madre preedipica, divorante, castrante ed indecifrabile.  Coincide con la paura della perdita, generatrice di sentimenti di vuoto, di abbandono, d'insignificanza e non riesce a far maturare, la sana separazione ed individuazione.  Quindi, la minaccia, alla propria integrità, rinforza meccanismi difensivi, del tipo, narcisismo maligno, che si manifestano, attraverso condotte, che non consentono,  la relazione con l'altro, e alimentano attività perverse, come lo svalutare, l’umiliare e ad  usare violenza fisica (mi sento vivo e integro, perché domino).

Queste difese, consentono di fuggire momentaneamente alla depressione. Esaurito il ciclo, ritorna, la grande paura dell'abbandono e si riprende il circolo perverso, in una coazione a ripetere, che si traduce nel vivere con l’istinto di morte,  in ogni dinamica relazionale E’ come, se non fossero in grado di sopportare, la figura di Altri, nella loro completezza e globalità, e fossero, in un certo senso, ' costretti', a spezzarla, umiliarla, degradarla per potersi rassicurare di essere forti e potenti e di esistere. ( Ugo Fornari)
I primi rapporti, sono stati sperimentati come inadeguati  (insufficienti nelle risposte empatiche) o come umilianti e inferiorizzanti o minacciosi per l'integrità del Sé. Quindi hanno introiettato, dentro di sé, un modello operativo interno(MOI)1, insicuro o disorganizzato, e questo modello  guida nell’esame del mondo esterno.  Siamo lontani  da una relazione sana: Dialogo, comprensione, rispetto, indipendenza, creativitá. Qui, invece, si ha un incontro impersonale,  adialogico, freddo, distante, cosificato e cosificante.  Alle volte, non si viene ingannati, da ciò che dicono, ma dal modo in cui lo dicono, e dai tasti emotivi, che sanno premere nella vittima designata, nel momento, stesso in cui lo esplicitano. In genere sono prese di mira dai narcisisti perversi, persone che hanno doti e capacità, anche se queste doti, non sono ancora pienamente, emerse nella persona, vuoi perché, non sono ancora riuscite ad esprimerle, o perché il narcisista perverso, è riuscito nel suo intento di creare un debito, verso di sé, e ad appannare, il valore dell’altro, a vantaggio di sé stesso.
Vorrei dare, alcuni consigli a certe donne che rimangono impigliate  nella tela, come una mosca con il ragno. Stare attente a chi fin dal primo incontro, profferisce gratificazioni, rinforzi narcisistici, dichiarazioni e atteggiamenti elogiativi. Una persona, che chiede, più che dare informazioni sulla sua vita, sulle sue amicizie, sui suoi interessi e sul suo lavoro.

Cercare di tirare fuori, sempre il proprio valore e fidarsi di se stesse. Soprattutto se si cade vittima di codeste persone, non mantenere segreto quanto ci sta accadendo, per paura di venire derise e prese per “pazze”, perché i segreti riescono a farci sentire sole, anche in mezzo alla folla. E più profondi sono, e più profondo diventa l’isolamento.

Quindi confrontatevi con qualcuno di vostra fiducia e spezzate questa subdola catena.

Buona Vita!

 

 

Note:

1)          L’esperimento effettuato da Mary Ainsworth, “The Stange Situation”, ha individuato tre tipi di attaccamento alla madre, che daranno origine ad altrettanti Modelli Operativi Interni (MOI): Attaccamento sicuro, attaccamento insicuro, attaccamento disorganizzato.

 

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