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I disagi legati alla ricerca della magrezza e della perfezione del corpo hanno cause profonde nei legami affettivi che abbiamo nel mondo, che abbiamo costruito nella nostra vita, nella nostra infanzia, nell'adolescenza. L'articolo propone spunti per riflettere sulla questione.

“I 10 comandamenti dal sito www.proanapersempre.com”

1) Se non sei magra, non sei attraente;
2) Essere magri è più importante che essere sani;
3) Compra dei vestiti, tagliati i capelli, prendi dei lassativi, muori di fame, fai di tutto per sembrare più magra;
4) Non puoi mangiare senza sentirti colpevole;
5) Non puoi mangiare cibo ingrassante senza punirti dopo;
6) Devi contare le calorie e ridurne l' assunzione di conseguenza;
7) Quello che dice la bilancia è la cosa più importante;
8)Perdere peso è bene, guadagnare peso è male;
9) Non sarai mai troppo magra;
10) Essere magri e non mangiare sono simbolo di vera forza di volontà e autocontrollo.

Una teoria che possa spiegare la sofferenza legata ai disagi alimentari riguarda il rapporto del soggetto con l'altro come luogo della sua costruzione e che conduce alla questione del vuoto, del'immagine di sé e dell'identità che coincide con l'immagine corporea, l' alienazione del soggetto. L'inconscio, dice Lacan, è il discorso dell'altro. Cosa che si può capire considerando l'inconscio legato alle rappresentazioni e ai discorsi che le figure significative hanno inciso sul soggetto, i vari contesti di crescita e di relazione che hanno creato un'assenza di legami, superficiali, “spenti”, “vuoti”, privi di desiderio, quel desiderio che identifica e riconosce il figlio come qualcuno con caratteristiche originali, non semplici proiezioni di sè. È a partire dal desiderio dell'altro, infatti, o dal desiderio degli altri, che si costituisce il desiderio del soggetto. Non è forse sufficiente per dire che, da subito, il soggetto è spossessato di se stesso, è alienato? Si tratta allora di distinguere la dimensione immaginaria dell'alienazione, ovvero il processo di identificazione soggettiva tramite cui l'io si costituisce.

La nostra immagine o identità diventa speculare all'oggetto o l'altro. Da ciò si determina il fatto che il soggetto si fissa su un piano narcisistico. Nel momento in cui si vive una depressione, ad esempio,si ha una dimensione altamente narcisistica, ma tutte le nevrosi sono costruite su questo funzionamento, di ripiegamento su di sé, in cui l'Altro, come lo scrive Lacan, un altro “speciale” non fa altro essere rimosso o negato quando la sua presenza diventa pericolosa. Qui viene spontanea la citazione di Freud “Lutto e malinconia” (1915) in cui è chiara questa strutturazione.

Ne “L'etica della psicoanalisi”(1960) Lacan riprende da Freud “ dal “Progetto di una psicologia” (1895) e da “La negazione” (1925) “ il termine tedesco “das Ding” : la “Cosa”. È l'Altro primordiale (la madre) il cuore delle rappresentazioni interne ed esterne del soggetto. Reale, “perduto” nel linguaggio, nell'inconscio, “grande Altro”, luogo dei “significanti”, i simboli che ci legano agli altri, che anche gli altri hanno definito.

L'identificazione narcisistica alla “Cosa” mette a nudo questa la scelta di non separarsi dall'Altro, di rinunciare a fare i conti con l'etica del proprio desiderio. Questa dimensione è palese nell'anoressia dove il rapporto con la madre diventa fulcro della vita della figlia, continuo paragone speculare, oggetto di invidia. Infatti nel lagame con madre esiste quella simbiosi che non permette uno sguardo che non sia quello materno, sempre attento e vigile. In conflitto con la propria affettività e sessualità vissute con disagio e controllo, la madre “controlla” e patisce quella dei figli. Insomma un “Conte Ugolino” al femminile. Una madre che non si separa, una figlia, un figlio che non vede altro.
Nella relazione con la madre manca la figura “terza” del padre, assente in questa simbiosi, che non stabilisce l'etica del desiderio materno, lui stesso privo di etica, produce così un senso di vita spento, mortifero.

Tra i sentimenti più frequenti ci sono : il “sentirsi vuoti”, la rabbia, l'odio, l' angoscia.
Riprendendo la questione della civiltà moderna di Freud nel suo bellissimo scritto “Il disagio della civiltà” (1929) che interpreta le patologie psichiche emegenti causate dalla difficoltà a livello culturale di accettare la dimensione sessuale e di rinforzare il modello della perfezione asessuata. La società va a rinforzare i disagi psichici emergono che nell'adolescenza, se non prima, per le ragazze, ma anche in numero inferiore per i ragazzi. La società imposta sempre di più il culto del corpo che diventa, a livello simbolico, un'identità a cui far riferimento, che quindi appiattisce la dimensione profonda dell'essere umano e della sua sessualità.

Un corpo piatto, spento, è meno pericoloso con lo “sguardo” idealizzante ma castrante della società contemporanea.
Una società sempre più civilizzata e ricca, che pretende di spiegare e dominare il sapere, che domina sulla creatività delle esperienze affettive, amorose. Spesso sento i miei pazienti che mi chiedono se è normale o no un loro modo di amare o un loro semplice comportamento, atteggiamento questo che proviene proprio dal discorso omologante che impoverisce la ricchezza della diversità tra gli individui e che pretende di collocare la soggettività nell'ambito di confini che la società stessa prescrive. Questo discorso si applica in tutti gli ambiti della vita dell'individuo (cfr. Michel Foucalt - “L'ordine del discorso”, 1971 e “La volontà di sapere”, 1976).

Caso clinico
Per la prima volta, verso la fine di marzo del 2008, incontro Michela. È curata nell'aspetto, lo sguardo abbassato e dopo poco incomincia a piangere a dirotto e, mentre parla si lamenta molto centrando la sua attenzione e la sua questione sul fatto che la sua immagine di sofferente la faceva sentire inadeguata sia al lavoro che in famiglia. Quando incomincio a vederla, Michela era senza lavoro e, durante il nostro percorso intraprende un lavoro che le creerà qualche problema con i responsabili ma che, alla fine la soddisferà perché la sposteranno dal compito di barista a quello di cassiera che per Michela è un successo per varie ragioni.

Questo senso di inadeguatezza accompagnerà per molto il nostro percorso. In modo importante i segni della sua depressione e il problema con il cibo diventano il suo unico modo di rappresentarsi, il senso che lei da di se stessa. Il suo discorso è attorno alla sua tristezza, alla sua mancanza di interessi, al suo continuo “non esserci” che anche gli altri rilevano, facendole appunti su ciò e rimandandole così i confini del suo disagio. I discorsi centrati su di sé, le lamentele, Michela li fa molto rispetto alla sua forma fisica, è da li che parte, da quando anni fa ha avuto un repentino ingrassamento di 12 chili, il suo disagio del suo essere al mondo. Questo momento coincide con il suo primo lavoro, con i problemi con il suo capo con cui non va d'accordo, un lavoro da impiegata, durante il quale lei ingrassa così da dire “non farò più un lavoro sedentario”, ma accanto a questo mi dice che non era abituata al ritmo lavorativo, che i suoi non le hanno mai permesso di fare lavoretti, l'hanno tenuta dentro la bambagia, non l'hanno fatta crescere e rendere autonoma.

Il suo capo le stava addosso e lei ha incominciato a mangiare. Mi parlerà di questo momento come di un evento a cui non è arrivata preparata, una sorta di trauma. Per un periodo, non ha voluto infatti più lavorare perché, mi disse, le avrebbe creato grosse frustrazioni. Successivamente ha scelto lavori come inserviente, che comunque trovava pesanti, poco gratificanti e lamentandosi di stare tutto il giorno da sola. Accanto ad una autostima molto bassa e un ideale di perfezione che pervade tutti i contesti di vita, c'è la sua immagine del corpo che, come F. Dolto ci insegna, diventa la rappresentazione di tante parti di lei. Quando dice di essere grassa si paragona a sua madre che descrive come magra e dice che sua madre è attenta alle diete, pratica molto sport e le ha inculcato, secondo lei, l'importanza di un'immagine snella del corpo, cosa che pensa anche il ragazzo.

È la persona più distante da lei, non comunica pressoché con lei e la vuole “normalizzare”, calibrando ella stessa la sua dieta, come chi la cura nel Day-Hospital psichiatrico, nel periodo in cui lo frequenta per la somministrazione quotidiana di farmaci e di una dieta ingrassante. Al contrario, il padre tenta di instaurare con lei un dialogo, che sembra le faccia piacere. Mi dirà che il padre si interessa a lei e le sta vicino, perché anche lui sa cos'è la depressione. Infatti, dopo la morte della nonna paterna, ha attraversato anche lui un periodo in cui era molto triste e si isolava. Nel periodo in cui lei incomincia la dieta, mi ha raccontato che ha passato un periodo a litigare con la madre sulla questione del cibo.

La madre insisteva perché lei arrivasse a 52 chili quando ne pesava 50, con un'atezza di 160 cm. circa. Michela mi ha raccontato un evento particolare di quel periodo. Una sera, mentre tutti e quattro erano seduti a tavola, lei ha incominciato a rifiutare il cibo che la madre aveva cucinato (è la stessa che controlla e vorrebbe regolarizzare Michela nel cibo) e inoltre chiedeva di non mangiare il pane in maniera insistente. Questa atmosfera, a cena, era abbastanza solita, mi dice Michela, ma quella volta si denuda in segno di protesta, rimane reggiseno e mutandine e va sul balcone e si mette a fumare una sigaretta. Dopodiché la madre va a prenderla, la trascina di forza in cucina e litigano.

Il padre, in un colloquio che ho avuto con lui e con la figlia, mi parla della difficoltà di gestione della salute della figlia e della stanchezza che ciò comporta (questa viene riferita anche dalla madre). Il padre viene descritto dalla madre in un colloquio che ho avuto con lei, come chiuso e remissivo come Michela e l'altro figlio. Nello stesso colloquio con il padre, invece,noto l'atteggiamento propositivo che ha tenuto cercando delle possibilità che può avere la figlia sia nel lavoro che nella vita in generale futura. Il discorso attorno al cibo è molto presente anche nei discorsi familiari che riporta Michela ma anche dei genitori, nei colloqui che ho avuto con loro. Ciò rimanda al disagio che riporta la paziente sulla sua incapacità che lamenta di “controllo” sul cibo, e sulla sensazione di “vuoto allo stomaco”, della perdita dell'appetito e del “deserto” attorno a sé. Il “deserto” è una forte sensazione di cui Michela mi parla nei momenti di grande tristezza e solitudine.

Quando Michela aveva conosciuto Luca aveva trascorso con lui dei momenti di benessere, dopo i momenti difficili sul lavoro. Con lui rideva e usciva più spesso e aveva voglia di intraprendere nuove cose come andare in palestra o fare viaggi. Con Luca però non si sentirà più a proprio agio perché le rimandava un'immagine di sé “malata”. Secondo Michela Luca le faceva notare troppo spesso che non era adeguata quando stavano con gli altri, in famiglia o con gli amici, sopratutto quando si mangiava insieme perché si faceva tanti problemi al momento della scelta del menù, perché sovente si isolava o perché, quando le parlavano, lei era come assente. I rapporti sessuali erano dolorosi e lei inoltre non provava grandi emozioni, o piacere o il desiderio di amarlo. Successivamente Michela ha lasciato Luca per iniziare una relazione soddisfacente, per lei, con Gianni, osteggiata dalla famiglia. Il motivo del conflitto famigliare era quello che il ragazzo non era “un bravo ragazzo”, non era affidabile, secondo il padre consumava droga e aveva dimostrato in passato di non essere particolarmente attaccato a Michela.

Mi sembra particolarmente importante riportare quando Michela ha vissuto un periodo di chiusura e ritiro sociale,non usciva di casa, dormiva molto e, quando stava con gli altri, si sentiva “diversa”. In questo periodo, in prossimità delle vacanze estive, era anche di fatto sola in casa: durante questo momento di dolore, Michela mi dice, infatti, che la mamma aveva fatto una vacanza, mentre lei inizialmente era stata con il padre, poi completamente da sola. In questo, come in altri momenti di solitudine, Michela organizzava dei festini con le amiche del lavoro con cui fumava in marijuana. Dopo aver condiviso “l'erba”, si lamentava di aver voglia di mangiare e mangiava senza controllo, l'”erba” le metteva fame, si sentiva disinibita. Anche in queste occasioni, però si sentiva “diversa” dalle altre perché le sue colleghe non provavano il bisogno di ingurgitare come lei, che di solito gestiva o avrebbe voluto gestire in modo onnipotente la fame.

Di questo periodo, Michela mi parlerà della sua convinzione che la vita vissuta in questa maniera non valesse nulla. Mi racconterà in una seduta che questa sensazione le era venuta già un'altra volta quando le è morta la nonna paterna. Nello stesso periodo in cui lei incomincia ad avere nello stesso periodo in cui lei incomincia ad avere i primi sintomi di disagio al lavoro. Per Michela la nonna (mamma del papà che per questo lutto soffrirà anche lui di depressione) aveva rappresentato qualcuno che l'aveva aiutata, le aveva presentato Luca il ragazzo, la stimava, e grazie a lei si sentiva bene. Anche adesso che stava per mancare anche l'altra nonna percepiva un disagio lieve ma simile.

Una caratteristica che è emersa nei discorsi sul cibo è stata quella di vedersi “cambiare” e cambiare poteva significare accettare di rinunciare a qualcosa. Per esempio come modificare il suo stile di vita: il lavoro non le permetteva gli stessi orari notturni dell'adolescenza, di quando andava a scuola e quando è ingrassata non ha potuto indossare più i suoi vestiti “alla moda”.
Michela sovente abbinava il lavoro alla perdita di un'immagine di sé ideale. Grazie ad un suo talento innato, Michela aveva uno spiccato senso artistico e le piaceva abbinare e agghindarsi in modo originale ed estroso.

Il cambiamento è sopratutto legato al primo lavoro che le ha fatto conoscere dimensioni “altre” come la relazione con il capo che l'incalzava e con cui litigava e con i colleghi che, a dir suo, le sparlavano dietro. Il lavoro che ha intrapreso nel periodo della psicoterapia era all'inizio conflittuale, mi dirà, sopratutto, per i ritmi, cioè i turni, che cambiavano ogni settimana e il rapporto con la capa.

Michela aveva un ideale di perfezione da perseguire che esplicitava nell'immagine del suo corpo (spesso diceva: “non sono magra abbastanza”) e con gli altri dicendo: “tutti al mattino sono freschi e contenti, io no!” oppure “gli altri stanno bene, hanno una vita piena di impegni, io no!” oppure “al mattino sto male, mi sveglio già con il mal di stomaco, non è normale” “mi vedo le gambe grosse.... mia mamma le ha magre, è magra!” Quando io cercavo di condurla a cercare nella sua immagine una questione di rappresentazione inconscia della propria storia e delle proprie relazioni, lei mi diceva: “non è il corpo, è la mente”.


Bibliografia

Francoise Dolto -”L'immagine inconscia del corpo. Come il bambino costruisce la propria immagine corporea” (1984), Bompiani.
Em Farrell - “Lost for words”- The Psychoanalysis of Anorexia and Bulimia (1995), Process Press
Michel Foucalt - “L'ordine del discorso” (1971), Einaudi.
- “La volontà di sapere”, (1976), Feltrinelli.
Sigmund Freud -“Lutto e malinconia” (1915), Bollati Boringhieri.
-“Il disagio della civiltà” (1929), Bollati Boringhieri.
- “Progetto di una psicologia” (1895), Bollati Boringhieri.
- “La negazione” (1925), Bollati Boringhieri.
Jacques Lacan - “L'etica della psicoanalisi”(1960), Einaudi.
Michela Marzano -“Volevo essere una farfalla. Come l'anoressia mi ha insegnato a vivere”.(2011), Mondadori

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