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 I disturbi del comportamento alimentare rappresentano una serie variegata di comportamenti caratterizzati da un’alterata relazione tra la persona ed il cibo. Tra questi rientrano l’anoressia e la bulimia nervosa, il disturbo da alimentazione incontrollata e altre forme di alterazioni sotto soglia clinica, ma non per questo meno dolorose.

Soffrire di un disturbo alimentare coinvolge l’individuo in maniera totale: ogni rapporto, ogni situazione sociale e lavorativa sono inquinate dal pensiero ricorrente del cibo.
Le persone che soffrono di anoressia, ad esempio, tendono a restringere l’assunzione di cibo in ragione di un’alterata percezione del loro peso o della forma del loro corpo. Spesso l’esordio è silenzioso, inizia con la “normale” indicazione di una dieta per perdere qualche chilo, la cui gestione sfugge di mano. La persona diventa letteralmente ossessionata da ciò che dovrà ingerire, dalle quantità, dalla tipologia di alimenti, dal tempo dedicato alla sua preparazione a quello impiegato nel consumo. Il pasto, da momento di aggregazione sociale, viene vissuto con ansia, vergogna per il giudizio degli altri, fino a perdere il suo aspetto conviviale per diventare un’attività solitaria, caratterizzata da sentimenti negativi.
Pasti consumati a piccoli bocconi, masticati a lungo e magari nemmeno ingoiati. Una dieta composta da alimenti poco o per nulla nutrienti, liquidi assunti in grande quantità e spesso un'intensa attività fisica, allo scopo di bruciare grassi. Con un unico obiettivo: il controllo!
Credere di controllare il peso, quando ogni aspetto della vita sembra sfuggire di mano. Si crede di poter incidere significativamente sul proprio corpo per vederlo, settimana dopo settimana, diventare più sottile, quasi evanescente. Smettere di sentire fame e sazietà, cosi come ogni altro segnale fisico. Smettere di provare emozioni e sentimenti che unicamente confondono.
Emozioni che vengono messe a tacere, invece, da chi “si abbuffa” per poi eliminare tutto ciò che ha mangiato. Il comportamento bulimico o le occasionali abbuffate del BINGE vengono di solito messe in atto sotto una forte pressione emotiva, della quale non si comprende il significato. Solitudine, tristezza, delusione, persino la gioia, perdono il loro senso e vengono sperimentate solo come caos, disordine, confusione che deve essere messa a tacere.
Spesso, dunque, una severa difficoltà di lettura emotiva non permette di comprendere cosa si sta sentendo o cosa accada all’interno, ma spinge a silenziare il senso di “vuoto nella “pancia”, soffocandolo con il cibo. Si ingerisce qualsiasi alimento: panetti di burro interi mangiati a morsi davanti al frigorifero aperto, yogurt, pane, persino lo zucchero bianco a cucchiaiate dal barattolo.
Non c’è spazio per la riflessione in questi frangenti, si agisce a seguito di una sorta di cortocircuito emozionale.
Le condotte di eliminazione che seguono, con un sottofondo emotivo di disagio misto a colpa per il comportamento attuato, liberano forse dal peso dell’assunzione delle calorie, ma non dalla sensazione di vergogna ed insoddisfazione che lasciano.
Ritenere che i problemi alimentari siano esclusivamente legati all’immagine socialmente condivisa di bellezza, credo sia un errore. La sofferenza legata a questo genere di disturbi è profonda, al punto da superare le ragioni che tuttavia innescano il problema.
Per questo comprenderne le ragioni è fondamentale per estinguere il sintomo. Ciò che il disturbo del comportamento alimentare rappresenta, ha infatti un significato, ed il sintomo assolve ad uno scopo che deve essere messo in luce per tentare di disinnescare un comportamento rischioso per l’equilibrio psicologico e per la salute.
È questo l’obiettivo che guiderà il trattamento cognitivo dei disturbi del comportamento alimentare accanto alle tecniche per la sua gestione comportamentale.  

 

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