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Tra gli affanni della psiche un posto particolare spetta ai pensieri ossessivi, alle ossessioni, delle quali, chi più chi meno, ognuno di noi ha certamente avuto esperienza. Potremmo affermare dunque che in svariate circostanze della vita è normale trovarsi invischiati in una tale modalità di funzionamento a dir poco insoddisfacente.

Certo, quando il livello di questo tipo di pensieri raggiunge un grado di intensità o di frequenza tale da condizionare la nostra quotidianità, allora conviene interrogarsi sulla loro funzione e su cosa ci stanno dicendo le ossessioni rispetto ai nostri accadimenti mentali o intrapsichici.

Di solito, ma non sempre, i pensieri ossessivi si manifestano in comportamenti osservabili dall’esterno e capita di guardare a questi comportamenti come qualcosa da eliminare, con l’illusione di risolvere alla radice il “malfunzionamento psichico” che li ha generati.

L’esperienza ci mette in guardia da questa eccessiva semplificazione, perché i fenomeni psichici coinvolti, affetti, emozioni, vissuti, sono molto complessi e con origini molto lontane nel tempo rispetto all’emersione delle ossessioni. La sofferenza che le genera, ancorché non riconosciuta, non è meno significativa di quella che le accompagna. E potrebbe essere di non poco conto.

 

Quando G., 20 anni, si accorse di non riuscire più a gestire il pensiero compulsivo di evitare scrupolosamente qualsiasi linea rischiasse di capitare sotto le sue scarpe – dal perimetro delle piastrelle alla soglia delle porte, fino alla segnaletica stradale orizzontale – si è rivolto a me un po’ spaventato.

Questo ragazzo, dotato di evidenti capacità intellettuali e di buona cultura, nonostante le sue ossessioni era riuscito però a mantenere viva un’area di funzionamento mentale sufficientemente autocritica, l’ascolto della quale gli ha permesso di rendersi conto di non essere pienamente consapevole di ciò che gli stava accadendo: pur con riluttanza e fatica ha saputo ammettere che non tutto poteva essere tenuto sotto lo strenuo controllo della sua mente.

La prima cosa di cui ha condiviso con me l’evidenza ineludibile è stata la realtà di una impalpabile aura di confuse aspettative magiche attorno alla sua ossessione, aspettative così potenti però da non saperle controllare “da solo”. Si sentiva irresistibilmente, quasi morbosamente attratto dalla necessità di dimostrare a sé stesso che era in grado di opporsi alla tentazione di travalicare quelle linee. Nel contempo, il bisogno di ottener un riscontro oggettivo e rassicurante di questa capacità, lo gettava nel panico perché non riusciva ad attribuire alcun significato plausibile a quanto gli accadeva. Qualcosa non quadrava. Sentiva di essere condizionato in maniera abnorme dal suo comportamento, e non sapeva definire bene neanche lo stato d’animo con cui eseguiva quelli che lui stesso definiva “rituali”: “Dottore, se io cerco di evitare le pozzanghere per strada o qualsiasi cosa che potrebbe essere d’intralcio al passo, va bene; ma quando mi sento invaso dall’ansia perché devo percorrere un corridoio e sono costretto a guardare ossessivamente per terra badando bene di evitare di mettere il piede su due piastrelle, allora c’è qualcosa che non torna…”

 

Ecco: l’ansia, la tensione. Due forze opposte di natura diversa, una consapevole e l’altra inconsapevole si esercitavano dentro la psiche di G.

Per G., controllare ossessivamente dove mettere i piedi doveva avere la funzione magica di proteggerlo da qualcosa o da qualcuno di cui neanche lui aveva coscienza, e certo questo qualcosa doveva essere parecchio pericoloso se aveva il potere di farlo sentire in uno stato di agitazione fuori misura, paventando una catastrofe imminente. Un rituale ha sempre la funzione bonificare il rapporto con qualcuno di cui si teme la reazione.

Non credo sia un azzardo particolare formulare anche qualche altra considerazione su G.: per esempio egli poteva essere considerato una persona sufficientemente attrezzata (non psicotica) per sapere che ci vuole altro d’una linea tracciata per terra per provocare lo scoppio di una bomba atomica. A meno di supporre che qualcuno controlli da remoto quella linea e sia pronto a schiacciare il pulsante. Il che avrebbe però aperto la questione di chi poteva essere così arrabbiato con lui (e così tecnologico, verrebbe da dire!) da mettere insieme un simile ambaradan per “fargliela pagare”. Tanto più che G. si presentava come persona mite e remissiva e ciò rendeva un po’ surreale l’idea dell’esistenza reale (scusate il gioco di parole) di questo qualcuno.

Siamo solo al primo aspetto del suo scenario mentale. L’altro aspetto meno evidenziato, anzi, direi mimetizzato e nascosto, era quello del desiderio.  Cosa poteva rendere così potente la coazione a ripetere quelle ritualità? Non abbiamo faticato a prendere atto insieme che non c’era nessuna pistola reale puntata alla sua tempia: nessuno dietro di lui lo stava costringendo a scrutare con precisione il punto d’impatto della sua scarpa sul suolo. Quindi, va bene – per modo di dire - la paura delle conseguenze della trasgressione di un “ordine superiore” come quello di non calpestare le righe, ma poi c’è la questione del significato conscio e inconscio di quelle linee che sono state oggetto della sua scelta comportamentale: evidentemente rimandavano a qualcosa di fortemente desiderato e di altrettanto fortemente proibito. In un al di là della linea, del limite rappresentato da quella linea, doveva esserci qualcosa di potentemente seducente e desiderabile a cui era difficile resistere, e in un al di qua della linea stessa qualcosa di altamente frustrante rendeva insatura la spinta del desiderio.

Non è difficile vedere in G. l’attivazione di diverse istanze, alcune di tipo morale e altre più istintive, più immediate e acritiche: siamo in quell’area psichica presidiata dai desideri individuali, quell’area senza limiti che la società e l’educazione si sforzano di disciplinare nei propri appartenenti fin dalla più tenera età… E’ nella vita reale che bisogna fare i conti con i limiti: in assenza di norme, di limiti, di demarcazioni, chiunque potrebbe sentirsi autorizzato a mettere in atto qualsiasi condotta, qualsiasi capriccio o qualsiasi abuso, e nel corso della storia della civiltà umana è stato necessario elaborare una serie di regole e norme, sotto forma di un apparato giurisprudenziale deputato a sanzionare quei comportamenti che le norme stesse permettono di definire sbagliati.

Evidentemente stiamo parlando di qualcosa che avviene sulla linea di demarcazione fra la vita fantasmatica dell’individuo e la realtà esterna, tra l’immaginazione e la realtà.

 

Proseguendo nelle nostre considerazioni, è giocoforza soffermarci appunto sulla questione del motivo o dei motivi per cui G. sentiva e temeva che questo supposto qualcuno poteva essersi arrabbiato con lui. Una questione intrigante perché il desiderio non compare in prima visione, occorre cercare di farsene una immagine lavorando pazientemente attorno alle apparenze della coazione…

Ho pensato di proporre a G. di lasciar affluire liberamente alla nostra osservazione le sue associazioni su quale oggetto del desiderio era per lui immaginabile, nascosto dietro l’inibizione di superare le righe, ma G. è cascato dalle nuvole quando gli ho chiesto lumi in merito. Anzi, a dire il vero, si è anche un po’ adombrato per il mio riferimento alla sua immaginazione. Sosteneva con forza di essere una persona “coi piedi per terra” (notare!) e pretendeva da me una maggiore considerazione per la realtà del suo disagio.

Tuttavia, reclamava da me, senza rendersene conto, la formula magica, l’antidoto magico per sciogliere la tensione, quella sì reale e concreta, testimoniata dalla sua ossessione: “Cosa devo fare? Mi dica cosa devo fare!”. Una sorta di equivalente del suo pensiero impregnato di fantasie magiche.

Questo evidente cortocircuito rendeva il nostro colloquio una sorta di gioco a nascondino, nel quale appena ci si avvicinava alla possibile condivisione di una traccia significativa, bisognava spostarci più in là o fare un passo indietro, come se il riconoscimento di un qualsiasi significato comprensibile, presentificasse a noi, nel ‘qui e ora’ il rischio di quella catastrofe di cui sopra.

Tutto ciò ben rappresentava l’essenza del conflitto tra desiderio e realtà in G.

Il pensiero magico ossessivo serviva a controllare il conflitto, sedandolo e nel contempo mantenendolo in vita senza risolverlo; l’aspettativa di una risoluzione del conflitto a sua volta doveva essere magica, facendo scomparire la tensione evitando di toccane le origini, le cause. Un bel problema!

D’altro canto, lo stato di tensione e di ansia non era solo immaginato: era palpabile e reclamava attenzione da parte di entrambi. Era espresso dal corpo e tradotto in parole, ma rimandava a qualcosa d’altro, una sorta di rappresentazione, di messa in scena di una realtà altra per la quale, per ora, non esisteva né corpo né parola.

L’accettazione di questa realtà altra, dapprima in termini molto sfumati e successivamente come realtà di cui gli conveniva assumersi la responsabilità, ha permesso a G. di fare un grosso passo avanti nel cammino di scoperta e rielaborazione del proprio funzionamento mentale ed emotivo. Si è infatti incuriosito quando ha sentito muoversi e prendere corpo dentro di lui l’interesse per la ricerca di quelle tracce del conflitto ossessivo che intuiva sedimentate nella sua storia evoluiva. Così mi ha chiesto di accompagnarlo nel suo percorso di investigazione alla ricerca delle origini, delle cause alla base della sua ossessione.

 

I pensieri non hanno corpo (se si esclude la traccia elettrica neuronale cerebrale) ma hanno un contenuto. Semplificando molto: un contenuto razionale e uno emotivo. Difficile che siano sempre in sintonia. Infatti, anche qui semplificando molto, possiamo ritenere assai verosimile l’ipotesi che la ragione umana sia nata per tenere sotto controllo (a proposito di pensieri ossessivi!) la caotica pulsionalità emotiva.

L’evidenza che in G. il conflitto si era concentrato, concretizzato, su una linea di demarcazione, e che quella linea non era altro che la rappresentazione di un altro conflitto, poteva orientarci in una qualche direzione?

Per il pensatore, il contenuto del pensiero tende ad assumere di solito una forma accettabile dal vaglio della ragione, e quando viene tradotto in parole diventa condivisibile: volendo, è possibile comunicarlo ad altri compatibilmente con l’aspettativa di una certa immediatezza di comprensione quando siano rispettate alcune regole logico-grammaticali. A volte però è proprio questa condivisibilità e la conseguente comprensione da parte di altri che viene percepita come problematica. A rendere pericoloso il pensiero sta il fatto che dentro le parole e dietro le parole c’è sempre un contenuto emotivo colorato magari di qualche desiderio inconfessabile. Un modo per evitare questo rischio è quello di occultare il desiderio alla propria consapevolezza lasciandolo scivolare nell’inconscio, così che il rischio sia ridotto al minimo o nullo.

E’ proprio ciò che succede nei bambini: la capacità di depositare nell’inconscio qualcosa è un’eredità che tutti abbiamo perché tutti siamo stati dei bambini. E col tempo abbiamo imparato a distinguere fra desideri accettabili dalla consapevolezza adulta e desideri inaccettabili.

Per i bambini, il fatto stesso di desiderare qualcosa, trasforma il desiderio in un diritto; ciò che viene desiderato viene anche vissuto come un diritto senza se e senza ma, indipendentemente alla grandiosità del desiderio o dalla sua megalomania.

Quando il desiderio si presenta alla coscienza del bambino, non sempre va incontro ad una realtà coincidente e responsiva: il desiderio infantile è incapace di tollerare frustrazioni o dilazioni nel suo esaudimento. Data la naturale dipendenza del bambino da chi si occupa di lui, egli è dunque esposto al rischio della frustrazione: può capitare che la mamma o chi per ella, non sia presente o non capisca.

Il desiderio del bambino, la sua megalomania, per la quale dev’esserci sempre una pronta soddisfazione perché è un suo diritto – si sa che una mamma è sempre pronta a intervenire ad ogni battito di ciglia del suo bambino, e questo di solito lui lo impara rapidamente – qualche volta va deluso: non esistono mamme perfette.

L’esperienza della frustrazione fa parte della vita ed è indispensabile per crescere. Di solito chi si occupa del bambino, – basta una mamma sufficientemente buona, come si dice - nei limiti umani ripara e rielabora le ferite della frustrazione.

Eccessive frustrazioni però, o una mancata rielaborazione delle stesse, costringono il bambino a sperimentarsi nelle più disparate strategie difensive per inibire o mimetizzare i propri desideri, per minimizzare il dolore della mortificazione del desiderio o della delusione.

In quest’area di esperienze precoci tormentose e frustranti, dove la “dura” realtà costringe il bambino ad imparare la disciplina del desiderio (qualche volta veramente impegnativa), si colloca e va verosimilmente indagata con pazienza la radice del conflitto in questione.

 

Quella che G. mi ha proposto di fare insieme è una esplorazione non facile dei meandri della sua psiche, ma che lo può aiutare ad una più soddisfacente rielaborazione dei suoi vissuti, con la serena fiducia di sciogliere il conflitto e liberare la mente dai pensieri parassiti.

 

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