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FOMO - La sindrome ansioso-depressiva legata ai social e le sue cause psichiche

09 Aprile 2021

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Che l’ascesa dei social network fosse inarrestabile e inevitabile è cosa nota già da un decennio, ma ciò che non si poteva sapere anni addietro è che sarebbe avvenuta una pandemia che avrebbe accelerato ancor più tale ascesa. Infatti, in un’epoca il cui motto è #iorestoacasa, appare evidente come i contatti mediati digitalmente dai social network abbiano preso via via il posto dei contatti offline, in nome del mantenimento del distanziamento sociale imposto dai vari DPCM. Che il distanziamento sociale sia cosa buona e giusta durante una pandemia è risaputo, ma un utilizzo così massiccio di internet e dei social network, considerati praticamente come uno dei pochissimi mezzi a disposizione al fine di preservare dei contatti sociali, seppur virtuali, non poteva che portare con sè anche un conseguente incremento di vere e proprie patologie ad essi collegati: si tratta degli IAD, gli Internet Addiction Disorders (cioè disturbi da abuso di internet), sotto la cui etichetta ricade tutta quella serie di patologie causate da un utilizzo eccessivo e disadattivo della rete, dunque errato sia da un punto di vista quantitativo (poichè eccessivo) sia da uno qualitativo (poichè disadattivo). Uno dei più pericolosi IAD è proprio legato ai social network, e si definisce “FOMO” - Fear Of Missing Out, ovvero la paura di essere “tagliati fuori” dai rapporti sociali. Tale paura di esclusione sociale, amplificata dal fatto che come ben sappiamo i social network sono uno dei pochi mezzi che abbiamo a disposizione per avere dei rapporti sociali nello scenario attuale, può portare a delle vere e proprie sintomatologie di ansia e depressione, poichè se non si è (onni)presenti sui social network, non si ricevono abbastanza like, commenti, messaggi, visualizzazioni, condivisioni e via dicendo, allora ci si deprime in quanto si ritiene di non piacere agli altri. Tale ricerca spasmodica del consenso e della visibilità non può che essere causa d’ansia, che a sua volta amplifica questo iperutilizzo dei social network, arrivando dunque a creare un vero e proprio circolo vizioso. Una problematica, questa, che non è più legata − come in passato − soltanto a una determinata fascia d’età (ovvero quella più giovane), ma a tutte le fasce anagrafiche, se pensiamo che, ad esempio, tantissimi over 70 al giorno d’oggi utilizzano attivamente Facebook. Ma nonostante tale patologia potenzialmente potrebbe colpire qualsiasi utente dei social network, a prescindere dall’età, ancora una volta chi ne paga maggiormente le spese sono proprio i più giovani: infatti i social hanno hanno la peculiarità di poter rendere quantificabile la fama, la popolarità e la conseguente influenza sociale di un dato individuo. D’altra parte chi sono al giorno d’oggi i giovani giudicati, dai loro pari, come i più “fighi”? Coloro i quali hanno sui loro profili social più follower, like, visualizzazioni, commenti e via dicendo.

E proprio al fine di raggiungere questo obiettivo fin troppi giovani si impegnano in atti, anche molto pericolosi, che non hanno altro scopo se non quello di aumentare la loro popolarità mediatica. Bravate che possono costare anche molto care, fino a pregiudicare l’incolumità fisica e portare ad esiti nefasti. Come nel caso di Antonella, la bambina siciliana di 10 anni resa famosa quest’anno a causa di una sfida su TikTok. Una sfida che si sarebbe poi rivelata letale. Ma tale indice di popolarità è così tanto considerato anche perchè viene utilizzato pure per fini aziendali, con l’obiettivo di mettere “sotto esame” i vari influencer o aspiranti tali: se appunto hanno tanti follower, like e via dicendo, allora hanno più possibilità di poter collaborare con le varie aziende intenzionate a pubblicizzare i loro prodotti sui social network. E come se non bastasse, è recentemente emerso anche il concetto di engagement, ovvero della capacità di un dato utente di intrattenere gli altri utenti mediante i contenuti da lui postati. Questa capacità di intrattenimento si può anche misurare tramite appositi software, la cui maggior parte risulta a pagamento (ma ne esistono anche alcuni gratuiti, come quello messo a disposizione su questo sito), che praticamente mettono in relazione tra loro il numero di follower di un dato utente con il numero medio di like e commenti che ricevono i suoi post. Dunque al giorno d’oggi, oltre al dare per scontato il fatto che per essere qualcuno sui social network è fondamentale avere il maggior numero possibile di follower, like, visualizzazioni, eccetera, sta emergendo perfino quest’ultima necessità, che prevede che un dato utente non solo debba avere tanti follower, ma anche un numero di like e commenti per ogni post proporzionato al numero di follower. Siamo arrivati al livello che ogni persona avente un account social debba comportarsi come una scimmietta ammaestrata impegnata a esibirsi in uno spettacolo, il cui successo dipende dal numero di persone che attira per visionarne l’esibizione e dalla quantità di applausi che dalle stesse riceve. L’engagement rate è però una misura quantitativa, non qualitativa, e dunque può emergere, ad esempio, che una foto della Cappella Sistina sia inferiore rispetto a quella di un bel sedere femminile in primo piano dal momento che la prima riceve meno like della seconda. Insomma, è chiaro che assolutamente il numero di like non può essere considerato come garanzia di qualità di un determinato contenuto, e a maggior ragione ho voluto approfondire tale argomento mettendo a confronto su Instagram l’engagement rate di deputati e senatori, da un lato, e di semplici ragazze carine, dall’altro, con un numero di follower simile tra loro: ne è emerso che i politici, nonostante presentino quasi sempre profili social molto ben curati (anche perchè amministrati dettagliatamente da social media manager lautamente retribuiti), hanno fotografie e video vertenti prevalentemente su votazioni alla Camera o al Senato, visite istituzionali e incontri con altri politici, sindacati, elettori effettivi o potenziali, eccetera, con un numero di like generalmente ben inferiore a quello delle ragazze che pubblicano foto in stile “copertina di Playboy”.

Da notare che si tratta di semplici ragazze qualsiasi, non modelle di professione o influencer famose; se facessimo il confronto “deputati e senatori vs. modelle e influencer” ovviamente i politici ne uscirebbero allo stesso modo sconfitti (ma anche peggio di prima), avendo in media un numero di like e follower enormemente inferiore rispetto a loro. Ma allora come si fa a capire se un dato contenuto social possa essere di qualità o meno? Facendo l’esempio di Instagram, da un punto di vista strettamente tecnico è possibile capire se una data fotografia è “presentabile” o meno semplicemente perchè è il social network stesso che se ne accorge, tramite un algoritmo che automaticamente decreta se certe foto sono di alta o bassa qualità. Per poterlo capire bisogna avere un account aziendale (ma qualsiasi normale account di Instagram può essere convertito gratuitamente in aziendale tramite dei semplici passaggi nella sezione “impostazioni”): infatti Instagram, dando per scontato che un’azienda voglia farsi pubblicità sui social, dà la possibilità a tali account di “promuovere” − ovvero sponsorizzare, mettere in pubblicità − un dato post. Supponiamo che un dato ristorante voglia farsi pubblicità su Instagram sponsorizzando una foto di una specialità culinaria del locale: tale post, dal momento che una volta sponsorizzato godrà di una visibilità maggiore, dovrà dunque essere di qualità, almeno dal punto di vista strettamente grafico, per cui Instagram rende impossibile la promozione di foto aventi una scarsa qualità dell’immagine, e anche se cliccassimo sul relativo tasto promuovi, non sarebbe possibile promuovere alcunchè. Effettivamente in tal caso tale tasto apparirebbe sbiadito e, una volta premuto, comparirebbe una scritta che, appunto, informa che non è possibile promuovere il post in questione in quanto di bassa qualità (solitamente perchè di bassa risoluzione). Quindi, se è possibile promuovere una data fotografia vuol dire che la stessa supera gli standard minimi di qualità imposti dal social network e, in ogni caso, se volessimo ancora migliorarne la qualità grafica si potrebbe pur sempre utilizzare un software come Photoshop o anche il programma di photo-editing stesso di Instagram, disponibile ogniqualvolta vengono caricati contenuti sul social. Una volta caricata una bella fotografia, è necessario anche impostare dei buoni hashtag per renderla rintracciabile da altri utenti a cui può essere d’interesse. A tal proposito è necessario utilizzare gli hashtag più pertinenti per la fotografia in questione, evitando laddove possibile quelli esageratamente di nicchia (ad esempio quelli utilizzati meno di mille volte) o quelli esageratamente popolari (ad esempio quelli utilizzati milioni di volte), al fine di concedere un’adeguata esposizione al post. Se la foto è ben fatta, simpatica, originale, interessante e via dicendo, sicuramente qualcuno metterà il like. E qui non conta la quantità. Ma la qualità. Facciamo l’esempio di aver postato la fotografia di un gatto: se riceve like da profili di utenti ai quali è palese che piacciano i gatti (ad esempio persone con gatti in ogni foto, profili di veri e propri gatti o community di amanti di gatti), vuol dire che il post è di qualità. Di fatto, se ad utenti che vedono decine, se non centinaia, di foto di gatti tutti i giorni piace tale post, vuol dire che è di qualità in quanto giudicato tale proprio da “esperti del settore”.

Ovviamente un amante di soli cani o una persona a cui non piacciono proprio gli animali non metterebbe mai un like a una fotografia di un gatto...e non per questo ci si dovrebbe preoccupare. E se poi chi mette il like non sono “semplici esperti in materia”, ma “grandi esperti in materia”, tanto meglio. Ora facciamo l’esempio di una ragazza la quale si diletta a tempo perso con nuove creazioni in cucina e che pertanto posta le sue ricette su Instagram: se si tratta di una ricetta gustosa, interessante e originale, allora potrebbe prendere like da altri cuochi − professionisti o dilettanti che siano − e perfino da qualche chef stellato. E un like assegnato da un grande chef ovviamente varrebbe molto di più di un like dato, ad esempio, da uomo qualsiasi il quale non ha nemmeno guardato bene il piatto proposto, ma si è limitato a mettere il like tanto per ingraziarsi questa ragazza e attirare su di sè la sua attenzione. E potrebbe trattarsi anche della frittura di pesce migliore del mondo, ma ovviamente nessun vegano, nessun animalista metterebbe mai il like a una foto del genere. Dunque i social network, se ben analizzati, ci insegnano che la qualità è di gran lunga più importante della quantità, e che non è possibile piacere a tutti. In fin dei conti perchè si dovrebbe? L’utilizzo improprio dei social spinge una persona a badare più all’apparenza che all’essenza, a dover piacere a tutti a costo, poi, di non piacere a se stessi. Ed ecco qui che spuntano fuori l’ansia e la depressione della FOMO, una patologia caratteristica dei nostri giorni e della condivisione compulsiva di ogni attimo che compone la nostra esistenza. Centinaia di milioni di persone inseguono la chimera del piacere a tutti e perdono di vista se stessi: perchè infatti mi dovrei preoccupare se un dato contenuto non piace agli altri? L’importante è che piaccia a me. E in secondo luogo ad altre persone che condividono i miei stessi interessi. Non importa quante poichè la quantità non è assolutamente garanzia di qualità e anzi, spesso, come abbiamo potuto constatare, è proprio l’opposto. Insomma, queste ansie “da social” si possono esorcizzare se e solo se si prende coscienza dell’inutilità di volersi esporre non come chi si è veramente, ma come si vuole apparire. É proprio da questo errore che scaturisce il meccanismo malsano della compiacenza. Oltretutto, a conferma del fatto che è impossibile piacere a tutti − e dunque da stupidi il cercare di metterlo in atto esponendosi sui social − si è espressa perfino la Corte di Cassazione: infatti la Suprema Corte ha emesso anche una sentenza in cui si afferma che non è reato augurare la morte ad altre persone. I principi che hanno spinto la Suprema Corte ad arrivare a questa conclusione partono proprio dal presupposto, come si può leggere nella relativa sentenza, che nella vita non si può piacere a chiunque e che dunque l’odio e il disprezzo siano fenomeni normalissimi − sebbene ovviamente non piacevoli − che possono anche portare, nella fattispecie, a condotte quali l’augurare a una persona a noi non simpatica la sua celere dipartita. E se ce lo fa notare anche la giurisprudenza, vuol dire che il desiderio di piacere a tutti non è di certo un obbligo di legge. Perchè dovremmo tentare di raggiungerlo, mettendo anche a repentaglio la nostra salute?

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