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Resnick, nel 1970, è stato il primo a stabilire la differenza tra neonaticidio, relativo ai bambini nati con meno di 24 ore; infanticidio, relativo ai bambini minori di due anni; e figlicidio, ovvero l’uccisione di una figlia o figlio che hanno superato questa età.

Le categorie individuate sono le seguenti:

  • figlicidio altruistico
  • figlicidio a elevata componente psicotica
  • figlicidio di un figlio indesiderato
  • figlicidio accidentale
  • figlicidio per vendetta sul coniuge
  • figlicidio per motivi economici
  • infanticidio multiplo


Figlicidio altruistico

La madre compie l’omicidio per sottrarlo ai mali del mondo, per salvarlo dalla sofferenza di esistere, per preservarlo da reali o presunte difformità. Impulsi irrazionali e convinzioni religiose possono confluire in uno stato depressivo in cui la sofferenza interiore, l’angoscia e il mal di vivere concorrono alla messa in atto di un gesto irreversibile, forse incubato e fantasmato da tempo.
Il fattore scatenante della dinamica omicidiaria non è necessariamente di carattere patologico o psicotico, anche se può essere ascritto a una malattia mentale pregressa.
Esistono, anche da parte degli studiosi del fenomeno, considerazioni di tipo biopsicosociale, che non ignorano gli aspetti biochimici ma anche di adattamento sociale.
Un cedimento nervoso, una malattia fisica, l’abuso di medicinali, l’insonnia cronica, la frustrazione esistenziale possono essere infine fra i detonatori di questo terribile atto privo di segni premonitori. Non di rado all’omicidio del bambino segue il suicidio della madre.

Figlicidio a elevata componente psicotica

Il figlicidio a elevata componente psicotica si verifica quando il genitore uccide in preda a un raptus, ad allucinazioni imperative in forma di comando, sdoppiamento della personalità, turbe sociali, demonizzazione del figlio, depressione post-partum, scompensi ormonali, malinconia psichica, frustrazione individuale.
Si può inserire nella presente catalogazione lo stress; ovvero un insieme di fattori stressanti, nel quale confluiscono eventi dovuti anche a gravi perdite affettive – dal lutto alla separazione – capaci di giungere fino alla violenza domestica e all’omicidio.

Figlicidio di un figlio indesiderato

In questi casi la madre si ritrae dal bambino perché frutto di una relazione extraconiugale o per immaturità, in quanto ancora adolescente. Si tratta di madri che negano la gravidanza e giungono a “fecalizzare” il bambino.
Altre non li accettano per motivi economico-sociali, di “onore” personale e familiare. Inoltre il rifiuto materno può aver luogo perché i figli non sono accettati, o al contrario desiderati dai loro mariti o conviventi.
Non mancano, nella casistica, episodi di madri che odiano i figli poiché li ritengono responsabili del loro abbruttimento fisico, o della costrizione di un ruolo frustrante. Non sono rare, tra loro, le persone afflitte da malattie mentali a base persecutoria, con comportamenti deliranti e paranoidei.

Figlicidio accidentale

La madre, normalmente avversa alla violenza sul figlio, può causarne la morte con un gesto impulsivo ma irrazionale, spesso conseguenti a pianti e urla del piccolo. In diversi episodi queste donne presentano un comportamento irritabile e impulsivo, o sono affette da disturbi della personalità definiti patologici, anche se non permanenti. Tale categoria complessa assume comportamenti alterati a causa dell’assunzione di droghe o alcool.
Alla morte di infanti e adolescenti può contribuire anche, come è stato osservato clinicamente, l’atteggiamento di madri ansiose e insicure che prodigano apparentemente cure affettuose ai figli ma in realtà li stanno uccidendo o, comunque, non consentono loro di vivere normalmente. Somministrare sostanze dannose ai figli, inventarne sintomi patologici esponendoli a esami e interventi pericolosi, rientra nella cosiddetta “Sindrome di Munchausen per procura”, studiata da Asher nel 1951. L’eccesso di amore o la sua mancanza inconsapevole, la paura di perdere l’essere generato che era in sé o il considerarlo un prolungamento del proprio io generante, può annientarli entrambi.

Figlicidio per vendetta e gelosia contro il marito o il compagno

Questo omicidio anche plurimo dei figli, perpetrato per motivi sentimentali, psicologici, di rado a causa di interesse, viene attribuito dagli analisti alla madre abbandonata o tradita che si vendica del marito o del compagno uccidendone la prole.
Eros e Thanatos, amore e morte si saldano in questo dramma, definito “Complesso di Medea”, che come spesso capita ha per epilogo una strage di innocenti. Oltre al desiderio di vendetta, nella “Sindrome di Medea” agiscono anche sentimenti quali la gelosia e l’invidia, esemplificati attraverso la tragica vicenda di Erba.

Figlicidio per motivi economico-sociali

Il rifiuto e l’eliminazione del figlio per ragioni economiche e sociali concernono, nella maggior parte dei casi, un neonato o un infante.
Questa categoria omicidi aria è legata al timore della madre di essere inadeguata o impossibilitata a fronteggiare i problemi connessi alla sopravvivenza e al futuro della sua creatura.
Si tratta di una proiezione ansiosa, distruttiva, non di rado originata dallo stato irregolare della madre o della coppia, che si sente colpevole o inferiore, rispetto ai paradigmi economici imposti dalla comunità.
Attualmente, la pillola e l’interruzione volontaria della gravidanza hanno contribuito alla diminuzione, almeno statistica, del reato determinato da tali moventi.
Anche se cause economiche e sociali, quasi invisibili, si nascondono dietro a non pochi casi con altra dominanza categoriale. Ivi compresi quelli classificati nella categoria patologica e psichiatrica.

Infanticidio plurimo

Capita di rado che con un solo atto omicidi ario vengano uccisi più figli. Si tratta di una categoria composita che non ha basi motivazionali ma operazionali. Si tratta di infanticidi, o meglio di neonaticidi sequenziali, perpetrati in periodi ed età materne differenti. Non si può parlare di “madri killer”, dato che l’assassinio seriale codificato presenta caratteristiche a componente sadica, sessuale o simbolica.
Tentando poi di chiarire la psicologia e i problemi sociali delle madri, ci si può trovare di volta in volta di fronte a disturbi della personalità, percezione fantasmatica, contrapposizione a volte cruenta tra madre e figlio, oppure a paure economiche reali o immaginarie.

Conclusioni

L’uccisione di un bambino – e peggio ancora di un neonato – per mano di sua madre è un gesto così violento che è impossibile giustificarlo. Ma bisogna giustificarlo, oppure tentare di capirlo perché sia più facile prevenirlo.
E’ così frequente leggere nel giornale trafiletti che parlano di omicidi, incidenti, drammi della vita, e poi continuare per la propria strada dimentichi delle brevi righe appena lette. Credo che sia necessario che si sviluppi un senso di responsabilità collettiva nei confronti delle madri dimenticate.
Il malessere provocato dall’arrivo di un figlio non è un fenomeno raro. Abbiamo la capacità di fare qualcosa, di mostrarci creativi, di imporre non solo che le madri siano curate, ma che ci si prenda cura di loro.
Per nascere madre non basta mettere al mondo un figlio, è necessario che si metta in moto tutta una serie di processi. Una madre deve vivere la propria condizione con un senso di sicurezza e di fiducia, sentirsi parte di una storia familiare positiva, aver concepito il bambino in un contesto di attesa affettiva, in una speranza di progetto parentale.

Tornando al concetto di prevenzione, constatiamo che esso esiste solo sulla carta, segno di un disimpegno della collettività nei confronti dell’individuo. Mentre i rapporti ufficiali sull’argomento si moltiplicano, il numero delle pazienti che dimostrano una sofferenza psichica non diminuisce. Paradossale per una società che possiede sempre più mezzi per curare l’uomo. Dobbiamo pensare che un certo tipo di sofferenza sfugga al progresso.
Circa vent’anni fa M. Soulé e J. Noel esponevano alcune delle implicazioni indispensabili dell’idea di “prevenzione precoce”.
Si trattava di agire molto presto, in maniera trans-disciplinare, prendendo atto della “vulnerabilità parentale”, vale a dire della possibilità che dei futuri genitori fossero turbati dall’arrivo del figlio. Secondo gli autori poteva trattarsi di un disagio lieve, ma anche grave, e a volte nulla ne lasciava presagire la natura.
Per questo bisognava essere presenti, vigili, e saper riconoscere i segnali premonitori di un malessere nel rapporto genitore-figlio.
Ma M. Soulé e J. Noel sottolineavano anche l’importanza di saper distinguere fra gli eventuali segnali di allarme e una patologia conclamata. “La linea di frontiera fra una prevenzione equilibrata e un’investigazione sospettosa è sottile”.

BIBLIOGRAFIA

R. Simone – E. Gallo “ L’amore assassino” - Piemme
S. Marinopoulos “Nell’intimo delle madri” - Feltrinelli

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