Psicologia scolastica

Il trattamento degli allievi a rischio e l'inserimento nella classe del bambino diversamente abile

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Questa necessità è ben conosciuta dagli insegnanti che molte volte vivono dolorosamente la contraddizione tra quello che sarebbe giusto fare con quanto possono realmente realizzare.
Queste considerazioni stanno assumendo un'importanza sempre più drammatica poiché i bisogni espressi dai bambini fin dalle prime classi, dovrebbero avere letture e interventi che poco hanno a che fare con le competenze tipiche della professione dell'insegnante.
E' sempre più evidente la ricerca di rassicurazione e di riconoscimento, richieste affettive che i bambini esprimono e che gli insegnanti non possono soddisfare e che appesantiscono, rallentando notevolmente il loro lavoro.
Sembra che le più aggiornate sperimentazioni didattiche non riescano a ottenere i risultati sperati; i bambini continuano a provocare, a essere demotivati, a esprimere insofferenza, indifferenza, noia.
A questo punto la ricerca del colpevole sembra essere prioritaria su tutto e quindi si incolpa la famiglia assente o troppo presente, la società, i colleghi che non capiscono, i superiori, gli esperti, gli stessi bambini, la televisione......
Poi ci si accorge che anche aver trovato il "presunto colpevole", o la causa del disagio del proprio allievo e/o dei propri allievi, non serve poi a molto, perchè la situazione non cambia, anzi sembra peggiorare, in quanto non si hanno risposte da dare.
......e i bambini le risposte le vogliono, anche se non riescono a formulare domande precise!
A volte quando la situazione è molto confusa e contraddittoria diventa persino faticoso fare ricorso al sano buon senso , perchè la fretta determinata dal disagio e dalla relativa richiesta di intervento sono troppo pressanti.
Perchè accennare a queste situazioni , quando il tema parla di situazioni a rischio e di integrazione dei bambini p.d.h.?
Sembra , purtroppo che gli allievi a rischio siano notevolmente aumentati, se si intendono a rischio tutte quelle situazioni dove il ricorso alle risorse personali sembra essere inesistente , dove i sentimenti dominanti sono la svalutazione, l'incertezza, il bisogno di essere accolti e/o contenuti affettivamente, dove i punti di riferimento indispensabili per una crescita serena sono messi in discussione , svalorizzati e /o rifiutati.
Sono anni che lavoro con gli insegnanti della scuola elementare e queste problematiche sembrano aumentare sempre di più.
Le richieste affettive, di attenzione personale sono espresse nei modi più diversi (provocazioni, comportamenti aggressivi, depressioni, demotivazione, scarso interesse e difficoltà di concentrazione).
Si passa dai bambini onnipresenti, a quelli che "scompaiono" nel gruppo, di cui a volte non si riesce a ricordare nemmeno il nome o il volto.
Bambini fragili emotivamente, che esprimono la continua richiesta di rapporto e di conferma di se stessi in un contesto che non può dare questo tipo di rassicurazione e di risposte.
La domanda "cosa possiamo fare " è quella più ricorrente , ed esprime forse meglio il senso di impotenza che situazioni simili producono.
Un'altra considerazione che mette in crisi l'insegnante è la difficoltà di rapporto con i genitori dei propri allievi, con punte di sfiducia e di svalutazione in quei genitori che apparentemente sembrano latitanti o inestistenti.
Non è un caso che spesso i bambini "difficili" esprimomo con intensità maggiore le richieste affettive che non riescono a rivolgere a chi può soddisfarle (i genitori) e proprio in questi casi diventa indispensabile uno sforzo notevole da parte dell'insegnante per comprendere e rivalutare la realtà familiare del proprio allievo.
Quello che forse preoccupa e "spaventa" di più gli insegnanti più disponibili e sensibili è la fragilità emotiva personale che avvertono in tanti bambini, la dipendenza dall'adulto, al punto che diminuiscono sempre di più i bambini che riescono a giocare da soli.
La consapevolezza che l'apprendimento non avviene a prescindere dal mondo emotivo di ogni singolo bambino rende necessario dare spazio a osservazioni che prevedono l'acquisizione di strumenti più specifici e quindi la capacità di mettere in discussione se stessi, il proprio ruolo e la capacità di lavorare con i colleghi.
La frase "devo pensare anche agli altri", quando nella classe sono inseriti i bambini "difficili" , che spesso non sono quelli segnalati, ma i "disperati", quelli che hanno bisogno di un rapporto privilegiato, che non si adeguano al contesto, che mettono a dura prova il ruolo professionale, sta perdendo sempre più di valenza, ed emerge il bisogno di condividere il "problema" con i colleghi, creando spazi non competitivi dove sia possibile permettere l'espressione di sentimenti e di emozioni anche inadeguati alla scuola, di ossservare, e soprattutto comprendere quanto il bambino sta segnalando.
Se il bambino utilizza tutte le sue risorse per abituarsi a "sopravvivere" in un contesto per lui "pericoloso" o troppo ansiogeno, sicuramente non riuscirà a dare il meglio di sè, anzi imparerà a costruirsi delle strutture di sopravvivenza che potrebbero renderlo sempre più inadeguato all'ambiente scolastico e in seguito a quello sociale.
Molti insegnanti sanno come sia facile per i propri allievi interpretare, a volte, per tutto il ciclo delle elementari alcuni ruoli, e come questi siano funzionali al gruppo classe.
Infatti, in ogni classe si trovano spesso, purtroppo, i "bambini attori", quelli cioè, che assumono il ruolo del "cattivo, dell'handicappato (segnalato o meno), del pagliaccio, dello sporco, del fragile, dell'aggressivo, del timido, del primo della classe, dell'ultimo della classe, ecc."......
Se il "ruolo" diventa l'unica forma di espressione del bambino, siamo di fronte a una situazione di malessere che dovrebbe essere compresa e segnalata, per correre ai ripari.
Intervenire a quest'età è sicuramente più semplice che non quando si sono stratificati anni di sofferenza e di segnali non ascoltati.
Per il bambino handicappato diventa fondamentale la distinzione tra handicap (psichico - fisico) e identità personale.
A volte ci si ferma solo su cosa il bambino non potrà mai fare e questo potrebbe rallentare la messa in moto di tutte le potenzialità necessarie alla sua crescita, per il raggiungimento di una reale autonomia.
Ritengo che un educatore, oltre che conoscere scientificamente la disabilità del bambino a lui affidato, abbia il dovere di rapportarsi allo stesso senza preclusioni o chiusure.
Sappiamo come sia possibile veder crescere splendidi fiori in zone desertiche o che sembravano tali.
Dove c'è comunicazione e empatia, si instaura una relazione che permette la crescita emotiva e intellettiva, quindi funzionale al benessere dell'individuo.
Nella scuola purtroppo, l'integrazione del bambino disabile nella classe è ancora lasciata alla sensibilità, disponibilità a volte determinazione e capacità di coinvolgimento degli insegnanti di sostegno che hanno la fortuna di lavorare con colleghi che si sentono "maestri" anche del bambino disabile.
Esistono quindi, situazioni "ideali, meravigliose", dove il bambino disabile, come tutti i compagni , ha la possibilità di sperimentarsi, proporsi, esprimersi; dove il team degli insegnanti ha raggiunto un'alta capacità di condivisione del lavoro comune e un'assunzione completa di responsabilità individuale.
La norma purtroppo non è questa, vuoi per il turn over degli insegnanti di classe e di sostegno, per un'inadeguata preparazione, per la difficoltà a lavorare insieme, per sentimenti di impotenza, solitudine, frustrazione che bloccono o rendono il lavoro quotidiano estremamente doloroso.
Chi si occupa di soggetti diversamente abili, sa come sia importante prevenire la formazione "dell'identità dell'handicappato", cioè prevenire la struttura di sopravvivenza che porta un individuo disabile a non viversi come persona bensì solo come handicappato.
L'identità personale comprende anche la disabilità, non è la disabilità.
Viversi solo come handicappato "ruba" risorse alla scoperta delle proprie potenzialità, lasciando una svalutazione di sè e un sentimento di rabbia, a volte così imponenti da bloccare il proprio mondo emotivo oltre che la "normale fatica " del vivere quotidiano.
Ogni bambino fa fatica a crescere, perchè deve imparare a confrontarsi con se stesso e con gli altri, con i propri limiti, i propri bisogni e quelli degli altri, le responsabilità, gli impegni, i sentimenti piacevoli / dolorosi, la necessità di attendere, anche se l'esigenza sembra una questione di vita o di morte.
Anche il bambino handicappato ha il diritto di vivere tutte queste fasi, proprio per acquisire un'identità personale solida e dignitosa.

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