Psicosi

Appunti sul caso della “signorina Anna O.”

Dott.ssa Laura Ravaioli contattami

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isteria anna oIl caso è stato seguito dal luglio 1880 al giugno 1882 da Breuer; Anna O. , ovvero Berta Pappenheim, aveva allora circa 22 anni; esso può essere considerato il primo caso di isteria trattata psicoanaliticamente tanto da far affermare a Freud, nel riassumerlo nella prima delle Cinque Conferenze sulla Psicoanalisi tenute alla Clarke University: “Se è un merito l’aver dato vita alla psicoanalisi, il merito non è mio”, affermazione che possiamo però accettare solo come un omaggio al dr Breuer verso cui provava riconoscenza e stima. La storia di questo caso ed i suoi risvolti, che rappresentano “il non detto della preistoria della psicoanalisi” (S.V. Finzi) sono stati trattati da diversi autori: oltre a Freud, che ne ha parlato a più riprese nei suoi scritti (oltre al già citato lavoro alle “conferenze”), ho trovato interessanti il libro “Psicoanalisi al femminile” a cura di S.Vegetti Finzi e la recensione di Sergio Bordi sul libro “La storia di Anna O” di Lucy Freeman (apparso sulla Rivista di Psicoanalisi, 1979-3); questi testi fanno riferimento inoltre a E. Jones “Vita e Opere di Freud” (1962).

Berta Pappenheim (che S.V. Finzi chiama “la primadonna della psicoanalisi”) è così descritta da Breuer: “di intelligenza notevole, dotata di intuizione acuta e di una sorprendente capacità di afferrare le relazioni tra le cose, provvista di un ricco talento poetico e fantastico (…) controllato da uno spirito critico molto acuto; (…) la sua volontà era energica, tenace e costante giungendo talora fino all’ostinazione (…) Fra i tratti essenziali del carattere erano la bontà e la simpatia umana. (…) I suoi stati d’animo avevano sempre una leggera tendenza all’esagerazione, sia nell’allegria che nella tristezza; ne derivava una certa lunaticità. L’elemento sessuale era sorprendentemente poco sviluppato (…) e non è mai emerso questo elemento della vita psichica” “la vita della pz “divenne per me così trasparente come di rado la vita si un essere umano lo può essere per un altro” (Breuer, op.cit)

Bertha ha una formazione aristocratica che la porta a parlare perfettamente sia il tedesco che l’inglese ed il francese, oltre all’italiano; suona il pianoforte, ha viaggiato ed è una intenditrice d’arte; tuttavia Breuer rileva il divario tra le sue potenzialità intellettuali e gli strumenti culturali disponibili. La madre di Bertha, Recha, appartiene ad una ricca e potente famiglia ebrea ed un matrimonio combinato l’aveva sposata a Sigmund Pappenheim, ricco commerciante; dei loro quattro figli, erano sopravvissuti solo Bertha ed il fratello minore.

isteria anna oJosef BreuerJosef Breuer (1842-1925) è di estrazione più modesta rispetto alla paziente: figlio di un insegnante di religione, aveva abbandonato l’ebraismo ortodosso assumendo una posizione più liberale e si era laureato in medicina; la madre, che anch’ella portava il nome Bertha, era morta di parto “nel fiore della sua bellezza”. Bertha è inoltre il nome che Breuer dà alla primogenita che all’epoca della cura si trova alla soglia dell’adolescenza. Questi accostamenti ci permettono di “inquadrare in una sola cornice una figlia che assiste il padre morente (Anna) ed un figlio che assiste una madre che può rivivere nella figlia, suggerendo in tale modo l’insuperabilità del controtransfert di Breuer” (S. Bordi, op.cit). Di fronte alla scena del parto isterico, così inaspettata, Breuer “era stato colto dallo stupore e dal terrore: Bertha si era innamorata di lui! Quella che gli era sembrata immaturità sessuale era invece una passione repressa, un desiderio così intenso da indurre il corpo a rivelare ciò che i pensieri non avrebbero mai ammesso: che la terapia era in realtà uno scambio amoroso e che tra medico e paziente era intercorsa (come sua moglie aveva sempre saputo e temuto) una intensa carica erotica” (S. V. Finzi, op.cit) Ma Breuer terrà accuratamente nascosto questo episodio (che non compare dunque negli “studi sull’isteria”) sia per la morale sessuofobia dell’epoca, sia probabilmente per il fatto che “la medicina ufficiale del tempo si sentiva minacciata, oltre che dalla concorrenza professionale, anche dalla teoria e dai metodi del magnetismo animale” che era stato inoltre condannato come immorale per le sue incontrollabili componenti erotiche. Già nel 1784 il re di Francia Luigi XVI aveva commissionato un’inchiesta, che così relazionava: Sono sempre gli uomini che magnetizzano le donne; le relazioni che si stabiliscono sono indubbiamente solo quelle di una malata nei confronti del suo medico; ma questo medico è un uomo; quale che sia lo stato di malattia esso non ci spoglia affatto del nostro sesso e non ci sottrae interamente al potere dell’altro; la malattia può indebolire le impressioni, mai annullarle (…) Esse (le donne) sono dotate di fascino sufficiente per agire sul medico; hanno salute sufficiente perché il medico agisca su di loro: allora il pericolo è reciproco. La prolungata vicinanza, il contatto indispensabile, il calore individuale comunicato, gli sguardi che si confondono, sono veicoli noti della natura e i mezzi che essa ha predisposto in ogni tempo per operare immancabilmente la comunicazione delle sensazioni e degli affetti. (J.S. Bailly, Rapport des commissaires chargés, par le Roi, de l’examen du magnétisme animal”)

Il parto isterico di Bertha ha una carica di verità che, se fosse stata colta, avrebbe dato alla luce niente meno che la psicoanalisi. Ma Breuer (…)partirà improvvisamente per Venezia con la moglie in un “secondo viaggio di nozze” dal quale nascerà una figlia che sarà destinata a suicidarsi anni dopo a New York, (secondo E. Jones, mentre altri smentiscono o affermano che si suiciderà a Vienna per sfuggire alla deportazione nazista) (S.V. Finzi) Si può considerare allora la “ tipica tosse nervosa” (Breuer) - primo sintomo lamentato da Anna- sotto un’altra luce; “la Freeman (nel suo libro) afferra con grande acume quale fosse il sintomo principale di cui la ragazza chiedeva a Breuer di guarire: la tosse del padre tubercoloso che la sig.ra Pappenheim, gia in lutto, aveva ordinato alla figlia di vegliare e che le stava morendo dentro. Avendo colto lucidamente questo punto, segue corretta la descrizione che la scrittrice dà della Bertha Pappenheim matura: quella cioè di una donna di alti ideali, governata da un Super-Io materno inflessibile chiamato a salvaguardia di una difettosa elaborazione del lutto” (S. Bordi, op. cit) La cura si è svolta come la collega Manuela Martelli ha riportato; sull’episodio del cane S.V.Finzi suggerisce che esso rappresenti le componenti animali della sessualità e che richiami i simboli zoomorfi del totem ed i desideri incestuosi che l’animale totemico dovrebbe impedire tramiti i suoi affetti di tabù; certamente, nel periodo della malattia del padre, Anna si trova a contatto per la prima volta con il corpo maschile con la sua sconosciuta materia erotica, per giunta segnata dalle stigmate della malattia e della fine incombente.” E “di fronte al trauma del corpo paterno, Anna viene colta da un’angoscia che la obbliga a regredire, in senso temporale e funzionale, alla relazione con la madre, al legame preedipico con il primo rassicurante oggetto d’amore” ma come si evince dalla scrittura del caso “la madre non c’è. Tanto nella mente della figlia quanto negli interessi di Breuer è una figura assente, un posto vuoto. La cancellazione della figura materna (simbolizzata dalla perdita della lingua tedesca, la lingua madre) rende impossibile identificarsi con lei, recuperare positivamente l’antica specularità” (S. V. Finzi, op.cit); se non, appunto, solo più tardi. Alla luce di questi approfondimenti, desidero discutere con Voi alcune personali considerazioni in merito alla lettura del caso come riportato sugli “studi sull’isteria”; ho trovato curioso il seguente passo “Fu di grande aiuto un cane di terranova che le avevano regalato e che essa amava appassionatamente. Fu quindi uno spettacolo magnifico (corsivo mio) vedere come, una volta, questo suo beniamino attaccò un gatto, la debole fanciulla afferrasse una frusta con la mano sinistra , e fustigasse la bestia enorme per salvare la sua vittima.” Così come per l’episodio del cane della dama di compagnia, mi chiedo se il cane non rappresenti le pulsioni della paziente (amorose/erotiche anche nella loro parte distruttiva) che seppur incomprese, avevano colpito l’attenzione di Breuer. Inoltre, ho trovato interessante il particolare il sintomo di Anna che coinvolge la vista, quasi una particolare agnosia, che le impediva di vedere il gradito mazzo di fiori nel suo insieme, ma di cui “riusciva a vedere un solo fiore per volta” e che colpiva anche i volti delle persone care; nel rileggere il caso, mi è parso che anche Breuer abbia sapientemente descritto ogni singolo sintomo, ma, come ad Anna, gli fosse precluso di vedere il “tutto” nel suo insieme.


Bibliografia


Bordi, S. recensione del libro “La storia di Anna O” di Lucy Freeman -Rivista di Psicoanalisi, 1979-3.

Breuer, J. Freud, S. (1892-1895) Studi sull’Isteria In Sigmund Freud, Opere vol.1 Bollati Boringhieri

Jones, E. (1962) “Vita e Opere di Freud”

Vegetti Finzi, S. - a cura di, (1992) “Psicoanalisi al femminile” Editori Laterza

Freud, S. Cinque conferenze sulla psicoanalisi (1909) In S.F., Opere vol.6 Bollati Boringhieri

Le immagini sono tratte dal libro “Sigmund Freud, Biografia per immagini” (a cura di Ernst Freud,

Lucie Freud e Ilse Grubrich-Simitis (1978) Editore Boringhieri

 




Dott. Stefano Pischiutta >Il concetto di nevrosi nella PdG

Secondo la PdG, non esiste un’unica causa del comportamento nevrotico, né tantomeno essa può essere ricercata unicamente nella sfera dello sviluppo psicosessuale, come era stato postulato dalla Psicoanalisi. Sicuramente, una delle definizioni più soddisfacenti di nevrosi per un gestaltista è che la nevrosi consiste, in una prima approssimazione, in una forma cronica di autointerruzione del contatto: “il nevrotico, per definizione universale, è una persona le cui difficoltà rendono infruttuosa la sua vita presente. Secondo la nostra definizione, è anche una persona che: si impegna cronicamente nell’autointerruzione” (Perls, 1995, 65). Questa definizione di nevrosi è forse la più generale che si possa dare; da essa poi derivano altre modalità di lettura del comportamento nevrotico, che sono assolutamente peculiari della PdG. In contrapposizione con l’atteggiamento psicoanalitico, Perls dà la seguente definizione di nevrosi: “la nevrosi è caratterizzata da molte forme di evitamento, soprattutto l’evitamento del contatto. .... continua



Dott.ssa Simona Martini >Cenni sulla nevrosi

Risulta fondamentale fare una distinzione tra nevrosi e psicosi, secondo una delimitazione clinica di stampo psichiatrico, che trova ampio consenso anche nel pensiero analitico. La differenza è stabilita in base a: a) l’eziologia: la nevrosi ha origine psicogena e ha scarsi riferimenti somatici b) la gravità anche se talvolta si assiste a manifestazioni nevrotiche di maggior rilievo clinico rispetto ad alcune forme psicotiche c) la funzione del reale compromessa in modo più o meno accentuato nelle psicosi e conservata nelle nevrosi d) la consapevolezza critica che permette al nevrotico, rispetto a chi soffre di psicosi, di rendersi conto dell’insensatezza di alcune manifestazioni del proprio disagio e) l’adattamento sociale che risulta spesso difficile e problematico per i pazienti psicotici. .... continua




Dott. Vinicio Berti >La nevrosi cenni storici e terapie

La nevrosi è sostanzialmente un disturbo dell’adattamento. Esistono infatti in concreto due tipi di sofferenza psichica: la psicosi e la nevrosi. Mentre nel caso della nevrosi il rapporto con la realtà risulta essere disturbato, difficile da gestire ma c’è ed esiste, nel caso della psicosi la relazione con la realtà è di fatto gravemente compromessa o addirittura inesistente. La nevrosi è pertanto una modalità di relazione disturbata del soggetto con l’ambiente, per un modo di porsi della persona stessa che complica la sua capacità di relazionarsi agli altri e all’ambiente che lo circonda. Abbiamo infatti moltissimi tipi di nevrosi : nevrosi fobica, nevrosi isterica, nevrosi d’ansia, nevrosi ossessiva … ma è molto difficile trovare una nevrosi pura. Infatti nel DSM 4 ( manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali ), si trovano molto spesso delle indicazioni diagnostiche che rimandano ad una nevrosi mista o comunque altre indicazioni relative a patologie diverse che possono essere presenti nello stesso soggetto. .... continua


 


Dott. Stefano Pischiutta
>Evoluzione del concetto di nevrosi


Il concetto di nevrosi è multidimensionale, in quanto per definirlo occorre valutare diversi parametri. Tra questi, ne cito alcuni che mi sembrano più rilevanti. Il primo è quello storico-culturale. Forme particolari di nevrosi sono caratteristiche di una cultura e di un periodo storico. Ad esempio, l'isteria, che è stata il prototipo delle nevrosi classiche studiate da Freud, si manifestava in donne appartenenti prevalentemente alla società borghese mitteleuropea. Queste forma nevrotica è assai rara nei tempi odierni, mentre inizia a diffondersi ad esempio l'alexitimia, un disturbo legato alla difficoltà di leggere le proprie e altrui emozioni. Il secondo è il fattore differenziale. La nevrosi si distingue da altri tipi di disagio mentale e da altri tipi di malattie somatiche. Queste ultime sono accompagnate da danni di tipo organico-funzionale, diversamente dalle nevrosi, dove il danno non è di tipo organico, anche se talvolta ne può mimare i sintomi. La linea di demarcazione che discrimina la nevrosi dalla psicosi e dalla patologia borderline è che in essa, a differenza delle altre due, l'esame di realtà è integro e l'identità è piuttosto definita, anziché diffusa. . .... continua

 




Dott. Valerio Rubino >La Nevrosi di Transfert

L’atto di nascita della nevrosi di transfert risale al 1914, scritto da S. Freud all’interno di quella pietra miliare che è “Ricordare, ripetere e rielaborare”: «Se il paziente è tanto compiacente da rispettare le condizioni indispensabili per la continuazione stessa del trattamento, ci riesce in genere di dare a tutti i sintomi della malattia un nuovo significato in base alla traslazione, facendo in modo che la normale nevrosi sia sostituita da una “nevrosi di traslazione” dalla quale il paziente può essere guarito mediante il lavoro terapeutico.» (Freud, 1914, 360). Il suo sviluppo durante l’analisi costituisce un modello ideale del corso della cura: la nevrosi clinica viene trasformata in una nevrosi di transfert, l’interpretazione della quale conduce alla guarigione. Tornando ad illustrare il concetto in una “Lezione introduttiva” scritta tre anni dopo, Freud sottolinea la profonda trasformazione a cui va incontro la malattia del paziente, i sintomi perdono il loro significato originario e «assumono un nuovo senso, che consiste in un rapporto con la traslazione». (Freud, 1917, 593). .... continua




Dott. Giancarlo Gramaglia >Nevrosi

Sì, proprio quelle da cui Freud è partito per scoprire la psicoanalisi, poi quelle che nel corso dell’anno 1991/92 per la prima volta Giacomo Contri ha distinto e classificato tra le psicopatologie cliniche aprendo la più importante strada in lingua italiana verso la cura. In ogni persona si ritrovano dei tratti nevrotici, e sono gli unici che possono essere curati. La nevrosi è un errore che come tale si può correggere riconoscendolo. Occorre scendere dalla giostra e trovare un aiuto fidato: da soli si resta afferrati all'offesa ed all'inganno. Il nevrotico non sa giudicare: non sa trovare un giusto equilibrio tra l’Io di sé (un chi non riuscito) e le relazioni con gli altri del proprio universo. Si ritrova sempre in un tempo che non è il suo. .... continua





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