Psicoterapia della Gestalt

Migliorare le relazioni interpersonali con la Terapia della Gestalt

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La terapia della Gestalt è un approccio psicoterapeutico elaborato principalmente da Frederick Perls, un medico neuropsichiatra, nato a Berlino nel 1893, da una famiglia della media borghesia ebraica ed emigrato prima in Sud Africa, per sfuggire alle persecuzioni razziali, e poi negli stati Uniti dove si spense nel 1970.

Negli Stati Uniti, Perls dette vita ad una scuola di Terapia della Gestalt e negli ultimi anni diresse  l’Istituto Esalen in California. Durante i suoi seminari e laboratori otteneva guarigioni apparentemente miracolose, in cui gli individui si liberavano dei  loro meccanismi nevrotici e manifestazioni associate, sebbene egli, ovviamente, ritenesse che non ci fosse nulla di miracoloso in tutto ciò.

Benché nell’approccio gestaltico si possa riconoscere chiaramente l’influsso della psicoanalisi freudiana, esso se ne differenzia notevolmente, sia nella teoria che nelle tecniche psicoterapeutiche.

Si userà qui il termine “nevrosi” in quanto utilizzato da Perls, anche se successivamente esso nella classificazione dei Disturbi Mentali del DSM, soprattutto dal DSM III – R in poi, sarà quasi del tutto abbandonato e sostituito da tre principali categorie diagnostiche: i Disturbi d’Ansia, i Disturbi Dissociativi e i Disturbi Somatoformi.

 

Cenni di teoria e tecnica della Terapia della Gestalt

Per Perls il nevrotico è essenzialmente una persona che “si interrompe” nell’espressione e soddisfacimento dei suoi bisogni esistenziali, inclusi i bisogni sociali, nel corso della sua interazione con l’ambiente. Nel ciclo: “emergenza di un bisogno – capacità di orientarsi nel contatto con l’ambiente – effettiva manipolazione di quest’ultimo per il soddisfacimento del bisogno”, il nevrotico “interrompe in qualche modo i processi vitali in atto e si accolla tante situazioni incompiute da non riuscire a portare avanti adeguatamente il processo della vita” (Perls 1973).

Ciò comporta, o comunque, vi è connessa un'incapacità di distinguere nella gerarchia dei bisogni, quelli dominanti e soprattutto una mancanza di ciò che Perls chiama “l’autoappoggio”, che potremmo definire: come la capacità dell’individuo di agire efficacemente ed assertivamente per il legittimo soddisfacimento di tali bisogni, in vista della propria autorealizzazione.

La terapia consiste perciò nel favorire la consapevolezza dei bisogni “interrotti” e dei meccanismi psicologici nevrotici e autosconfiggenti messi in atto dal paziente in concomitanza o in conseguenza di tali “interruzioni”. Per Perls pertanto nella terapia della nevrosi occorre espandere la consapevolezza del paziente quanto è necessario per la sua salute perché, una volta raggiunto questo obiettivo, il paziente sarà in grado di cambiare e di porre in atto “il passaggio successivo: assumere la responsabilità della propria infelicità e risolverla (Perls 1973).

Per favorire la consapevolezza Perls centra spesso l’attenzione non solo sul linguaggio verbale, ma soprattutto su quello non verbale, sulle manifestazioni corporee del soggetto, attraverso cui si esprimono emozioni, sentimenti e tutto un mondo di pensieri che possono non arrivare alla coscienza. Il terapeuta utilizza la sua maggiore consapevolezza per favorire quella del paziente.

Perls ideava e applicava varie tecniche con le quali, utilizzando gli spunti forniti dal linguaggio verbale (LV) e non verbale (LNV) del soggetto, lo spingeva a confrontarsi con le dinamiche implicate nel mantenimento della nevrosi e ad assumere comportamenti più assertivi, cioè rispettosi dei bisogni di ciascuno, o comunque facilitanti lo scioglimento di blocchi psicologici.

Ad esempio, invitava spesso i partecipanti ai suoi seminari a modificare le loro manifestazioni verbali e non verbali, chiedendo di accentuarle, cambiarne la modalità espressiva, capovolgerle o esprimerle con diversa formulazione, a volte suggerita dal terapeuta stesso, in base al proprio intuito. Tutto ciò per promuovere una maggiore consapevolezza del soggetto delle proprie sensazioni, propriocezioni, movimenti, voce, mimica, fino ad arrivare ad una consapevolezza di emozioni, cognizioni e ricordi, allo scopo di  sbloccare meccanismi nevrotici, chiudere situazioni irrisolte del passato, favorire contatti più genuini e comportamenti più efficaci.

La modalità di procedere ideata e insegnata da Perls tuttavia può essere  lunga e persino dispersiva,  se le tematiche elaborate nella terapia e il conseguente processo di consapevolezza restano lontani dal nucleo nevrotico di fondo.

La straordinaria efficacia della terapia gestaltica deriva probabilmente dall’esperienza promossa nel “qui ed ora”, dall’apprendimento concreto nel presente, di comportamenti assertivi e liberatori, senza dimenticare il ruolo di sostegno del terapeuta che può favorire “esperienze emozionali correttive” in terapie individuali o in gruppo.

Tra le varie tecniche utilizzate per favorire la consapevolezza, Perls riprese moltissimo, utilizzò ed estese la tecnica psicodrammatica di Moreno, mediante la quale si può chiedere al paziente di recitare come in un teatro i ruoli sia di se stesso che di altre persone significative del suo ambiente sociale e familiare e pertanto di identificarsi con esse.  Perls invitava spesso i pazienti ad impersonare anche particolari caratteristiche di se stessi o parti del corpo, oggetti e persone di un sogno e perfino concetti astratti che il terapeuta ritenga rilevanti per ampliare i processi di consapevolezza. Tali drammatizzazioni possono applicarsi anche a situazioni di un lontano passato.

 

Lo psicodramma nelle relazioni interpersonali

E’ intuitivo che la tecnica psicodrammatica si presti particolarmente bene ad esplorare le relazioni interpersonali. Anche da pochi scambi verbali in una drammatizzazione  in cui i soggetti rappresentano se stessi e l’altro o gli altri, lo psicoterapeuta può acquisire importanti informazioni sul tipo di comunicazione rappresentata e sullo stile comunicativo del paziente, nonché dell’altro “psicodrammaticamente interpretato”.

Possiamo pertanto esaminare queste drammatizzazioni con un’ottica quasi esclusivamente centrata sulla comunicazione e sulle sue distorsioni, quali possono avvenire in molti contesti, familiare, sociale, lavorativo ecc., al di là della loro pertinenza con eventuali meccanismi nevrotici del soggetto. Conseguentemente  lo psicoterapeuta può suggerire al paziente dei modi più efficaci ed assertivi di comunicare, come ad esempio l’uso di forme interrogative, più idonee ad ottenere risposte, al posto di semplici enunciazioni, o l’uso di frasi positive al posto di quelle negative.

Già soltanto questo può portare a repentini miglioramenti della comunicazione nella realtà al di fuori dello studio professionale e conseguentemente alla soluzione del problema evidenziato in terapia, miglioramenti che possono apparire, per la loro velocità, quasi miracolosi. Ciò depone evidentemente per una sorprendente capacità dei pazienti di rappresentare le loro situazioni interpersonali.

In tal modo si ha ovviamente uno spostamento di ottica: la nevrosi e i meccanismi posti in atto dal paziente per mantenerla cessano di essere il fulcro dell’attenzione del terapeuta a favore di un’osservazione della comunicazione in una moltitudine di situazioni e l’intervento può limitarsi appunto soltanto a migliorare la comunicazione da parte del soggetto.

Come si è detto, il terapeuta della Gestalt presta molta attenzione al LNV che è in genere depositario di contenuti inespressi, per lo più inconsci che, in quanto tali, ostacolano enormemente la comprensione e la comunicazione (etimologicamente “mettere in comune”) tra i vari “personaggi  rappresentati”, e di conseguenza l’adozione da parte del paziente di comportamenti verbali più assertivi.

Spingendosi un po’ oltre le tecniche ideate da Perls e sempre in un’ottica centrata principalmente sulla comunicazione, penso che nelle drammatizzazioni in cui si rappresentano relazioni tra individui, lo psicoterapeuta, sulla base di indici concordanti derivati dalla storia del paziente, dall’osservazione dei linguaggi verbale e non verbale, dalle proprie conoscenze teoriche e dalle proprie capacità empatiche, può formulare un’ipotesi diagnostica relativa alla situazione rappresentata, grazie alla quale è possibile estrapolare, puntualizzare, chiarire o riformulare quanto espresso a livello verbale e può invitare il paziente ad esprimersi in base a tali puntualizzazioni.

Ciò che voglio dire è che spesso si può sollecitare un comportamento più assertivo del soggetto, anche solo facendo ricorso ad argomentazioni logiche che si agganciano a quanto da lui espresso verbalmente nella rappresentazione di se stesso e talora persino dell’altro nello psicodramma, anche se ovviamente un tale invito del terapeuta deve basarsi su tutti i fattori elencati precedentemente. Ciò può portare a riformulare le espressioni del paziente, come a volte faceva Perls, o anche  dell’altro rappresentato.

Ad esempio, in una seduta individuale in cui il soggetto ha in una drammatizzazione rappresentato il padre che si rifiuta di finanziare “in toto” un suo progetto, il terapeuta potrebbe dire al paziente : “suo padre le ha detto (nel dialogo dello psicodramma) che è disposto a finanziarla solo parzialmente, quindi, stante l’obiettiva difficoltà di trovare altre fonti di finanziamento, indirettamente lo ha invitato, se lei vuole veramente attuare questo progetto, a parzialmente autofinanziarsi, magari mettendo da parte dei soldi con qualche mese di lavoro; cosa direbbe a suo padre circa la possibilità di autofinanziarsi?”

In questo modo si stimola l’autoappoggio di Perls, cioè la capacità di rispondere responsabilmente ed in forma adulta alle sfide, ai compiti e alle scelte che la vita continuamente ci propone e si possono fornire degli input per migliorare la comunicazione. Tale modalità inoltre, concentrandosi sui contenuti della comunicazione, perviene direttamente al livello cognitivo-emotivo della stessa riducendo i tempi del processo di autoconsapevolezza del soggetto che, come abbiamo visto, può essere lungo.

Questa modalità di azione del terapeuta è certamente delicata, perché esige non solo un’ipotesi diagnostica poggiata sulla concordanza degli indici detti sopra, ma una capacità di enucleare dalle comunicazioni verbali i passaggi significativi che vanno o semplicemente sottolineati e riproposti al soggetto, o spiegati, motivati e riformulati ”logicamente” sulla base di quanto espresso dal soggetto stesso nella drammatizzazione o precedentemente ad essa, specificandone, ove necessario, il carattere ipotetico.

Lo psicologo d’altronde lavora spesso con un’ipotesi diagnostica, che guida il suo procedere e che va continuamente verificata. Nella procedura sopra delineata, infatti, il paziente è comunque parte attiva, in quanto può contestare le eventuali riformulazioni del terapeuta, permettendogli così di aggiustare il tiro. Analogamente Perls incontrava talora rifiuti del soggetto ad aderire alle sue tecniche e suggerimenti e ciò poteva portarlo a scoprire altri e più significativi aspetti del problema.

Pur nella sua delicata maneggevolezza, quest' ultima modalità di azione del terapeuta permette a mio avviso, nel caso di relazioni problematiche, di accelerare il processo di consapevolezza e di acquisizione dell’“autoappoggio” o più semplicemente di rendere la comunicazione più efficace per una risoluzione dei conflitti e pertanto può rivelarsi molto utile e di immediato riscontro nella realtà socio-relazionale del paziente.

Essa inoltre, al pari delle tecniche di Perls, può ovviare alla necessità di effettuare terapie familiari e di coppia, potendo risolvere situazioni problematiche in cui i vari interlocutori del paziente non possano o non vogliano venire in terapia ed è applicabile anche a situazioni relazionali di un antico passato.

Occorre comunque dire che le psicodrammatizzazioni sono spesso molto cariche emotivamente e se alcuni pazienti sembrano quasi ricercarle, altri non le gradiscono. In questi casi si devono ricercare gli stessi risultati con altre tecniche o mediante terapie familiari e di coppia che in alcuni casi sono sempre necessarie. Inoltre bisogna dire che spesso si ottengono buoni risultati anche se il dialogo non viene effettivamente “recitato” nello psicodramma, ma soltanto fantasticato.

 

BIBLIOGRAFIA

Perls F. (1973), L’approccio della Gestalt Testimone oculare della terapia, Astrolabio, Roma 1977

Perls F. (1969), La terapia gestaltica parola per parola, Astrolabio, Roma 1980

Polster E., Polster M (1973), Terapia della Gestalt Integrata, Giuffré ed., Milano 1986

Watzlawick P, Beavin J H, Jackson D D (1967), Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma 1971

 

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