Quando il corpo ricorda ciò che la mente vorrebbe dimenticare: riparare i circuiti del trauma

Nella clinica post-pandemica, la ricerca neuroscientifica si è spostata decisamente verso la comprensione di come lo stress cronico e gli eventi soverchianti alterino l'interocezione, ovvero la capacità del sistema nervoso di mappare correttamente lo stato interno del corpo (Quadt et al., 2023). Il trauma, infatti, non è un evento archiviato nel passato, ma una ferita che "sequestra" la fisiologia nel presente, portando il corpo ad accusare il colpo in modo persistente e spesso silenzioso (Van der Kolk, 2014).  

Il corpo come diario: la neurobiologia della minaccia
Secondo le più recenti evidenze nelle neuroscienze affettive (Porges, 2023; Kozlowska et al., 2024), il trauma disintegra la capacità del sistema nervoso di stabilizzarsi in uno stato di "sicurezza sociale". Quando l'amigdala rimane iper-attivata, la comunicazione funzionale con la corteccia prefrontale si interrompe: il soggetto "sa" razionalmente di essere al sicuro, ma il suo corpo "sente" di essere ancora in pericolo. Questo squilibrio interocettivo è alla base di sintomi pervasivi come l'ansia somatica, la tensione muscolare cronica e un senso di frammentazione dell'identità.  

Neuroplasticità riparativa: riscrivere la biologia del Sé
La frontiera più avanzata della ricerca sulla neuroplasticità (Hebb & LeDoux, 2023) ci insegna che il cervello non è un'entità statica, ma un sistema plastico in continuo rimodellamento. Questa evidenza è la base per quella che definiamo una "giustizia riparativa biologica": attraverso tecniche di integrazione neuropsicologica come l’Eye Movement Integration (EMI), è possibile guidare il sistema nervoso verso il completamento di quelle risposte di difesa rimaste interrotte (Beaulieu, 2021). Utilizzando movimenti oculari guidati e stimoli multisensoriali, si promuove la creazione di nuove connessioni sinaptiche che permettono al trauma di perdere la sua carica tossica e diventare, finalmente, memoria biografica integrata.

Il legame terapeutico come "regolatore biologico"
Un dato fondamentale che emerge dagli studi più recenti (Schore, 2024) è che la neuroplasticità non avviene nel vuoto, ma è mediata dalla relazione. La sintonia intersoggettiva tra terapeuta e paziente funge da "ponte" neurologico: il sistema nervoso del terapeuta agisce come un regolatore esterno per quello del paziente, permettendo a quest'ultimo di esplorare i vissuti traumatici senza venire travolto. Essere terapeuti certificati significa offrire questa "base sicura" biologica, dove la tecnica EMI diventa lo strumento e la relazione diventa il motore della guarigione.  

Conclusione:
Guarire dal trauma significa restituire al corpo il diritto di abitare il presente con leggerezza. In questo spazio di cura, dove la scienza della mente incontra l'ascolto del corpo, è possibile passare da una biologia della sopravvivenza a una biologia della connessione. Il passato smette di essere un rumore di fondo per diventare un capitolo chiuso, permettendo alla persona di tornare, finalmente, a esistere per scelta.  

Dott.ssa Concetta Lo Bartolo 

Riferimenti bibliografici:

  • Kozlowska, K., et al. (2024). The Neurobiology of Functional Neurological Disorders. Springer Nature.
  • Quadt, L., et al. (2023). Interoception and Mental Health: A Roadmap. Biological Psychiatry.
  • Porges, S. W. (2023). Polyvagal Safety: Attachment, Communication, Self-Regulation. W. W. Norton & Company.
  • Schore, A. N. (2024). The Development of the Unconscious Mind. W. W. Norton.
  • Beaulieu, D. (2021). Lintégration par les mouvements oculaires (IMO). Académie Impact.
  • Van der Kolk, B. (2014). Il corpo accusa il colpo. Raffaello Cortina Editore.

 

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