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Psicologie delle allucinazioni uditive e degli uditori di voci

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Le allucinazioni uditive

Essere vittima di allucinazioni uditive è una delle esperienze “psicotiche” più comuni, destabilizzanti e, fino al più recente passato, tragicamente solitarie, poiché gli “uditori di voci” hanno spesso avuto la tendenza a nascondere il proprio malessere agli altri nel terrore di essere etichettati e abbandonati come folli.

Il fenomeno delle allucinazioni uditive costituisce, per la psicologia e la psichiatria, una sfida epistemologica e clinica drammaticamente aperta. L’“udire voci” è stato infatti diversamente interpretato dalle molteplici scuole di pensiero afferenti al conoscere psicologico e psichiatrico: la psichiatria tradizionale, la psicologia cognitiva, la psicologia sociale, la psichiatria fenomenologica, la psicoanalisi, la psicologia interazionista, l’analisi junghiana, le concezioni terapeutiche alla base dei gruppi di auto-mutuo aiuto hanno storicamente dato letture differenti ad un fenomeno che solo secondo i parametri dell’odierna cultura occidentale è classificabile come psicopatologico.

Se la grande varietà di modelli teorici e di approcci curativi non consente di individuare né un’unica linea interpretativa del fenomeno delle allucinazioni uditive, né tanto meno una possibilità univoca di intervento psicoterapeutico, c’è un aspetto più positivo che emerge dall’analisi della bibliografia sul tema degli uditori di voci: il fatto, cioè, che, nel tempo, il problema del soffrire di allucinazioni uditive stia progressivamente uscendo dalla nicchia ghettizzante della reclusione psichiatrica, dal silenzio ovattato e timoroso di pazienti, familiari e operatori. Gli uditori di voci stanno rivendicando il diritto ad esistere, a liberarsi dallo stigma, a realizzare reti nazionali e internazionali di uditori in cui scambiarsi esperienze, informazioni, consigli, in cui dimostrarsi vicendevolmente che non si è soli, e che la propria voce, al di là del coro spesso cacofonico delle voci interne ed esterne che si è costretti a udire, ha ancora qualcosa da dire.

 

 

Allucinazioni uditive: cosa sono e da dove nascono

Urla che risuonano dai recessi più lontani ed oscuri della mente. Melodiosi inviti al suicidio sussurrati con voce suadente da sirena. Insulti e volgarità gridati da un interlocutore violento e minaccioso. Un interlocutore che però non si vede, quindi ancor più pericoloso e potente perché in grado di trincerarsi dietro il portentoso paravento dell’invisibilità. Udire voci, soffrire per la percezione non intersoggettivabile di allucinazioni uditive, può essere terrificante; tanto più perché, se l’invisibile avversario che urla nelle orecchie non è interpretato da chi lo ode come un qualche spirito maligno disincarnato, esso si rivela essere un nemico ancora più subdolo e insidioso: diventa un demone quasi invincibile i cui nomi sono “follia”, “psicosi”, “schizofrenia”.

Non sempre, però, l’apparente forza delle voci è rivolta con malevola aggressività contro chi le ode: molti uditori sono difesi con altrettanta veemenza dalle proprie voci, o da loro appoggiati e consigliati. Stando alle testimonianze degli uditori, sembra infatti che ci siano tante voci “cattive”, quante voci “buone”. L’ascolto delle seconde si trasforma in un’esperienza colorata in modo diametralmente opposto rispetto al subire gli improperi di un antagonista invisibile: le voci amorevoli sono spesso considerate di provenienza angelica, e più di qualche volta udirle è fonte di sensazioni estatiche, o garanzia di utili suggerimenti. È un mistero perché alcune voci siano persecutorie o beffarde, mentre altre siano ispiratrici, medianiche, soccorrevoli o salvifiche; o perché le voci usino a volte lo stesso modo di parlare e le stesse caratteristiche sintattiche dell’ospite, o in altri casi siano incompatibili con il suo livello culturale e la sua competenza linguistica. È un mistero sul quale la psicologia e la psichiatria non sono riuscite finora a produrre risposte soddisfacenti né univoche, nonostante il dibattito sulla natura e sull’origine delle allucinazioni sia aperto sin dall’Ottocento. Da allora, la controversia sull’origine psicologica o neurologica delle allucinazioni (disturbo del pensiero o della percezione?) ha portato a molteplici interpretazioni. La summa delle risposte resistite all’azione erosiva della storia è reperibile in manuali diagnostici diffusi a livello internazionale quali il DSM.

Il DSM IV tratta le allucinazioni solo nell’ambito di psicopatologie quali psicosi, schizofrenia, disturbo dissociativo dell’identità, e lega quindi indissolubilmente i fenomeni allucinatori a tali patologie: per il Manuale, le allucinazioni sono una condizione necessaria e sufficiente per poter parlare di psicosi. Esse sono considerate un sintomo patognomonico di quadri psicotici come la schizofrenia, il disturbo schizofreniforme, il disturbo schizoaffettivo e il disturbo psicotico breve. Un’altra patologia a cui il DSM IV collega le allucinazioni uditive è il disturbo dissociativo dell’identità, la cui caratteristica diagnostica essenziale è la presenza, nelle persone che ne soffrono, di due o più distinte identità o stati di personalità che, in modo ricorrente, assumono il controllo del comportamento: alcune di tali identità possono esprimersi proprio attraverso la produzione di allucinazioni uditive. Il legame inscindibilmente sancito dal Manuale fra le allucinazioni e quadri psicotici o disturbi dissociativi sarà messo in discussione da diversi autori; tuttavia proprio su tale legame si basa l’approccio interpretativo e terapeutico alle allucinazioni uditive da parte della psichiatria classica e della neurologia.

 

Aspetti neurologici e psichiatrici

Fin dai tempi di Esquirol, ossia dalla metà dell’Ottocento, la psichiatria tradizionale tratta le allucinazioni alla stregua di “percezioni senza oggetto”. La psichiatria e la neurologia considerano il fenomeno allucinatorio come rivelatore di un disturbo più grave e profondo, di tipo psicotico o neurofisiologico. Le finalità del clinico e del ricercatore diventano quindi quelle di rinvenire la radice neurologica o fisiologica del disturbo, e di tentare di eliminarlo farmacologicamente (o, in alcuni casi, addirittura chirurgicamente). La neurologia, nel corso degli ultimi due secoli, è riuscita a identificare alcune zone cerebrali – in primo luogo la corteccia e le strutture temporali – quali aree nelle quali si verificano i maggiori mutamenti biochimici paralleli alle esperienze allucinatorie. Resta da chiarire se tali modificazioni siano davvero la causa delle allucinazioni, o piuttosto una loro conseguenza. La psichiatria classica propende decisamente per la prima opzione, e cerca di intervenire farmacologicamente sulla biochimica del cervello tramite specifici neurolettici che incidano su fenomeni quali quelli allucinatori, considerati meri sintomi di un supposto quadro sindromico definibile come psicotico e, in particolare, schizofrenico.

Autori che partono da presupposti concettuali dissimili hanno però criticato il punto di vista della psichiatria tradizionale, considerato sin troppo riduttivamente biologizzante. La psichiatria di stampo positivistico è stata accusata di ontologizzare e patologizzare modalità comportamentali o categorie descrittive, di “costruire” malattie mentali basandosi su giudizi normativi che attribuiscono alle etichette diagnostiche una valenza esplicativa, di utilizzare vetusti modi di pensare non diversi da quelli alla base della “biotipologia”, di basarsi unicamente sulla somministrazione di farmaci che sembrano puntare più a una funzione di controllo sociale che a un reale beneficio curativo.

 

L’approccio cognitivo-comportamentale

La psicologia cognitivo-comportamentale considera le allucinazioni uditive come manifestazioni psicotiche e ne dà un’interpretazione patologizzante non dissimile da quella fornita dalla psichiatria tradizionale. In un ambito più prettamente comportamentista l’allucinazione viene definita come una percezione sensoriale che ha il senso impellente di realtà di una percezione oggettiva, ma che si manifesta in assenza di una stimolazione esterna del relativo organo di senso. Il comportamentismo non si discosta dunque dalla concezione delle allucinazioni quali “percezioni senza oggetto” già tipica della psichiatria classica. In un ambito invece maggiormente vicino alla polarità cognitiva, le allucinazioni sono viste come interpretazioni delle proprie percezioni date da un’elaborazione distorta delle informazioni. Nello spiegare la genesi delle allucinazioni uditive, il cognitivismo insiste sull’importanza del ruolo giocato dalle “mappe cognitive” dell’uditore; un ruolo che diventa fondamentale quando le allucinazioni si manifestano entro un disturbo dissociativo dell’identità, il cui elemento più caratteristico è la presenza di un Sé diviso, non integrato, composto di numerosi Sé parziali; questi Sé implicano generalmente una personalità ospite ansiosa, distimica, passiva e sopraffatta, componenti della prima e seconda infanzia, persecutori interni, vittime, figure protettive. Spesso è possibile ritrovare, entro le mappe cognitive di tutte le personalità, delle “convinzioni di base” generate da esperienze relazionali infantili caratterizzate da intimazioni paradossali, dall’ambivalenza, dalla violenza o dall’incesto, da modalità comunicative contraddittorie. Fra queste convinzioni di base, vi è quella secondo cui “la vittima è responsabile della violenza”: tale convinzione può palesarsi attraverso ingiunzioni che si esprimono tramite “voci” percepite come provenienti dall’esterno, e rivolte contro la personalità “primaria”.

La terapia individuale cognitivo-comportamentale per uditori di voci si basa sull’applicazione del “modello dell’ABC”, in cui A sta per Activating event (l’evento attivante, cioè l’allucinazione), B per Belief (la credenza o convinzione sull’evento), C per Consequences (le conseguenze emotive e comportamentali che derivano dalla credenza, relativa all’evento attivante). Questo modello ipotizza che le voci non siano pensieri (B), ma eventi attivanti (A), a cui la persona dà un significato (B) che suscita reazioni emotive e comportamentali (C). Il disagio o il comportamento di coping individuali sono perciò una conseguenza non dell’allucinazione in sé, ma delle credenze dell’uditore: pensare che le voci vengano dal diavolo, da Dio, dall’inconscio o da una subvocalizzazione porta a conseguenze ben diverse! Le credenze sulle voci non sono influenzate tanto da ciò che le voci stesse dicono, quanto dai precedenti schemi mentali dell’uditore, le “mappe cognitive” cui abbiamo precedentemente fatto cenno. Di particolare importanza sono quattro tipi di credenze: quelle relative all’identità delle voci, alla loro finalità benevola o malevola, al loro potere o onnipotenza, alle eventuali conseguenze in caso di obbedienza o disobbedienza. Aiutare gli uditori a liberarsi dal controllo esercitato su di loro dalle voci, e dalle credenze su di esse, costituisce la parte fondamentale della terapia cognitiva delle voci. Una volta compiuto l’intervento di ristrutturazione cognitiva e intaccate le credenze sull’onnipotenza e la malevolenza delle voci, sarà possibile fronteggiarle più adeguatamente grazie all’utilizzo di specifiche strategie di coping.

Se la terapia cognitivo-comportamentale per le voci consegue spesso buoni risultati, va altresì sottolineato come essi derivino da un’inaspettata virata di ritorno verso la psicoanalisi, data l’importanza attribuita dalla teoria delle “mappe cognitive” e dal “modello dell’ABC” alla storia infantile come fattore causale delle allucinazioni uditive.

 

La psicologia sociale e il modello sistemico-relazionale

La psicologia sociale interpreta le “voci” alla luce dell’ambiente socio-familiare dell’uditore, considerandole come un’esperienza metaforica del contesto e della storia di vita dell’uditore. Fra i presupposti sociali che possono concorrere allo sviluppo di un disturbo allucinatorio, vanno ricordati traumi recenti, situazioni intollerabili o insoddisfacenti, aspirazioni conflittuali, minacce, traumi infantili, rifiuti affettivi subiti nell’infanzia; ma le “voci” possono anche rappresentare il sostituto di una compagnia desiderata, qualora l’uditore non abbia contatti interpersonali gratificanti. Data l’importanza del contesto sociale nella genesi delle allucinazioni, le possibili azioni terapeutiche sono pensate come interventi psicosociali diretti non solo all’uditore di voci, ma anche al suo nucleo familiare, invitato a prendere una parte attiva nell’ambito di un progetto terapeutico integrativo. In tale progetto, gli uditori sono incoraggiati a monitorare le voci e gli eventi scatenanti, a sviluppare strategie di fronteggiamento, a registrare le reazioni altrui ad esse; ai familiari è chiesto di partecipare a tutte le sedute, a monitorare le loro interazioni con il paziente, ad assumere un comportamento di fronteggiamento efficace.

Il modello sistemico-relazionale correla le allucinazioni uditive a disturbi dissociativi dell’identità (DDI) caratterizzati dalla ripetuta presenza, nell’infanzia dell’individuo che ne è affetto, di comunicazioni a “doppio legame” o addirittura di situazioni di violenza e abuso. Le voci dissociate sono coerenti con una matrice relazionale soggetta ad ambivalenza affettiva, a disconferma del Sé, a misconoscimento del dolore. La voce che si sdoppia nell’allucinazione esprime anche il tentativo di mantenere aperto un dialogo, l’unico al momento possibile, perché la voce “propria” non ha mai potuto essere ascoltata.

Ci si può chiedere se la pluralità di sé che è peculiare dei DDI sia considerabile esclusivamente alla stregua di una manifestazione psicopatologica, o non sia in qualche modo presente anche nella psicologia di individui ritenuti “sani”. Alcuni autori, afferenti al paradigma sistemico-relazionale o esponenti della psicologia sociale, sembrano sposare la seconda ipotesi. Se anche in un individuo “sano” esistono diversi nuclei dialoganti fra loro, c’è la possibilità che l’Io si riveli meno monoliticamente unitario di quanto si potesse supporre; l’ipotetica presenza di una molteplicità di sé, in persone non affette da disturbi dissociativi dell’identità né da altre psicopatologie, può forse portare a riconsiderare l’idea secondo cui le parti di sé o le subpersonalità che si esprimono attraverso le “voci” allucinatorie sono necessariamente patologiche o patognomoniche di quadri psicotici.

 

L’approccio fenomenologico

La fenomenologia si allontana radicalmente dalla psichiatria tradizionale, definendo le allucinazioni non più come “percezioni senza oggetto”, ma come “percezioni senza oggetto comune”, frutto di una mancata intersoggettivabilità, di una distorta articolazione comunicazionale. Anche la ricerca di un significato esistenziale nascosto nelle allucinazioni e nei deliri, intesi come espressione di potenzialità destiniche umane non concretizzatesi, pone la fenomenologia in una posizione diametralmente opposta a quella della psichiatria classica. La fenomenologia legge infatti le voci allucinatorie come l’espressione di ciò che resta delle “possibilità” esistenziali, dei “progetti di essere nel mondo” del paziente che questi ha perduto nel corso della propria vita: alla base dei quadri psicotici di cui le allucinazioni farebbero parte vi sarebbe un’infanzia, se non abusata, comunque maltrattata o trascurata. Lungi dall’essere meri non-sense, deliri e allucinazioni sono l’espressione della verità del paziente: essi sono i rivelatori di una autenticità esistenziale rimossa, di un potenziale destinico tradito. È come se la voce allucinata parlasse in vece dell’antico destino abbandonato che chiama, o di una possibilità vitale che rimprovera per non essere stata seguita. In questo caso, nessun approccio terapeutico può delinearsi se non tentando di riannodare i fili del destino che erano stati precedentemente spezzati. È quanto cerca di fare “l’interpretazione interna al delirio”. Al contrario dell’interpretazione “esterna al delirio” (che non accetta l’asserzione delirante, anzi la contraddice, facendo risalire il delirio a bisogni o timori nascosti del paziente), l’interpretazione “interna” muove dalla ricerca di un simbolo “positivizzante” e “progressivo” all’interno del delirio stesso: tale simbolo è creato anche dal paziente e parla quindi il suo linguaggio psicotico, tuttavia aprendo nuove prospettive e oltrepassando i limiti del delirio.

La fenomenologia ha il pregio di cercare il significato delle “voci” in modo molto più accurato di quanto facciano i modelli psicologici precedentemente descritti, e di farlo tentando di dare più spazio ed importanza all’incontro medico-paziente e all’esperienza umana (anche se patologica) che all’etichetta diagnostica; rimane tuttavia da chiedersi se, col considerare le allucinazioni come manifestazioni esclusivamente psicotiche, la fenomenologia non corra il rischio di scivolare a sua volta in una forma di pre-giudizio diagnostico e nosologico non troppo diverso da quelli psichiatrici classici da cui tale scuola di pensiero vorrebbe dichiaratamente prendere le distanze.

 

La teoria psicoanalitica

La teoria psicoanalitica ha in comune con la fenomenologia la ricerca di un significato nascosto nel delirio e nelle allucinazioni, un significato le cui origini vengono dichiaratamente rintracciate nelle esperienze infantili spesso traumatiche dell’uditore di voci. La psicoanalisi lega le allucinazioni verbali prevalentemente a due tipi di psicopatologia: la psicosi e la dissociazione. La psicosi è interpretata come una rottura dell’Io con la realtà esterna, dovuta a una pressione esercitata sull’Io da parte dell’Es; dopo il crollo conseguente a questa pressione, l’Io recupera parzialmente la costituzione di una propria realtà attraverso costruzioni deliranti e allucinatorie. Nella dissociazione, le “voci” esprimono il contenuto dissociato della personalità del soggetto, contenuto che verrà ad imporsi come esperienza proveniente dalla realtà esterna; pertanto, nell’allucinazione, la parola dell’inconscio appare come puro Es, Altro. Sia che siano inquadrabili in un livello evolutivo psicotico, sia che manifestino le sofferenze tipiche di una personalità dissociata, le allucinazioni possono essere anche espressione di un Super-Io distorto, severo, castrante, vendicativo, derivante dall’interiorizzazione di una voce genitoriale autoritaria e mortificante.

Per Freud, l’allucinazione è una variante psicopatologica del sogno, dotata di un contenuto interpretabile e legata a desideri inconsci. La genesi delle allucinazioni va cercata nell’invasione del conscio ad opera dell’inconscio: l’Io, sopraffatto dall’Es, si incrina e si frammenta, utilizzando il delirio come riedizione trasformata di ricordi infantili o come soddisfazione allucinatoria di desideri. I principali meccanismi difensivi utilizzati nella creazione psicotica delle allucinazioni sono il diniego, fondamentale nell’operare la frattura con la realtà, e la proiezione, basilare nella produzione allucinatoria con cui vengono attribuiti all’ambiente gli autorimproveri che il malato rivolge a se stesso a seguito di insostenibili desideri incestuosi.

Diversi autori post-freudiani hanno continuato ad indagare il legame fra psicosi e allucinazioni, seguitando a pensare che deliri e allucinazioni possano fornire materiale significativo e interpretabile, indispensabile per rinvenire l’origine della psicopatologia: un’origine che molti analisti ipotizzano correlata ad un’infanzia trascurata o abusata. Dinamiche familiari similmente disfunzionali sembrano essere una delle concause dell’insorgenza tanto della psicosi, quanto del disturbo dissociativo dell’identità, patologie caratterizzate dalla presenza di allucinazioni: esperienze allucinatorie e dissociative sono reazioni “normali” di fronte a traumi inelaborabili. Traumi e abusi estremamente simili sono rintracciabili nelle storie di persone dissociate e di uditori di voci: lo stato dissociativo della coscienza può infatti delegare ad alcune parti di sé l’attivazione delle voci.

Poiché l’esperienza di sentire voci è considerata la conseguenza di conflitti interni tra Io, Super-Io ed Es che hanno le loro origini nella prima infanzia, la terapia psicoanalitica delle allucinazioni uditive considera controproducente concentrarsi sui sintomi, cioè sulle allucinazioni; i pazienti sono invece invitati a riflettere sulle loro esperienze, sentimenti, comportamenti e sogni, e stimolati ad associare liberamente su queste esperienze per entrare in contatto con i sottostanti conflitti profondi. Nell’ambito del trattamento di pazienti con DDI, sono invece raccomandati i “viaggi sul campo” in cui terapeuta e paziente possano visitare la scena dei traumi infantili per stabilire la verità di ciò che vi è accaduto.

Se è vero che la psicoanalisi correla le “voci” alla psicosi e alla dissociazione, è anche vero che la dissociazione può anche non essere necessariamente patologica: già Freud sottolineava come la scindibilità dell’Io fosse un fenomeno appartenente anche alle condizioni normali; in ogni terapia analitica è inoltre ordinariamente possibile vedere come l’analizzando sia “dissociato” in diverse “voci”. I dubbi che rimangono insoluti sia sulla patologicità della dissociazione, sia sull’utilizzabilità della diagnosi di psicosi – che alcuni analisti ritengono frutto di una mera distinzione culturale – aprono forse nuovi scenari anche su tutto quanto riguarda gli uditori di voci: è possibile continuare a considerare questi ultimi unicamente come “malati”? Più specificatamente: se nell’infanzia di molti uditori ci sono stati abusi e maltrattamenti reali; se ci possono essere individui dissociati che non soltanto non sono psicotici, ma addirittura evidenziano un elevato funzionamento lungo lo spettro evolutivo; se, come auspica qualche autore, ci si dovrebbe affrancare dall’etichettatura difensiva con cui è fin troppo facile bollare il diverso come “psicotico”: non è allora possibile che esistano uditori non psicotici? Uditori non dissociati? Uditori, addirittura, non affetti da alcuna psicopatologia? Sono domande che rimangono in attesa di una risposta che la psicoanalisi, in linea con il proverbiale desiderio di conoscere che le è connaturato, può continuare a cercare.

 

L’enigma degli uditori non affetti da psicopatologie

Le domande lasciate aperte dall’indagine psicoanalitica sugli uditori di voci conducono alla necessità di verificare se esistano esistono uditori di voci non assimilabili al raggruppamento dei pazienti diagnosticabili come psicotici, né appartenenti a quello delle persone sofferenti di DDI, né identificabili tramite l’utilizzo di altre etichette nosografiche.

Alcune recenti ricerche testimoniano che sentire voci non costituirebbe un segno patognomonico di alcuna sottostante patologia psichiatrica: diversi studi attestano che il 10-15% della popolazione ha sperimentato delle allucinazioni uditive nell’arco della vita, che una percentuale variabile dal 16 al 50% degli uditori non soffre di alcun disturbo psichiatrico, e che fino a due terzi degli uditori non sono disturbati dalle loro voci. Simili ricerche suggeriscano come l’associazione fra l’udire voci e la diagnosi di schizofrenia debba essere fatta solo con molta prudenza; non sembrerebbe sufficiente udire le voci per essere definiti portatori di una psicopatologia: la discriminante fra “sanità” e “malattia” potrebbe essere invece ravvisata nel rapporto fra l’uditore e le voci, che può essere più o meno patologico o gratificante.

La psicologia costruttivista e interazionista ben s’inserisce nel filone di pensiero che cerca di evitare l’uso di etichette diagnostiche patologizzanti. Essa ritiene che gli uditori di voci utilizzino attività mentali e disposizioni presenti allo stato latente in tutte le persone, accentuate in alcuni individui dal tentativo di riorganizzare un equilibrio autoregolativo incrinato da particolari accidenti psicobiografici. Il tentativo di dare ordine e significato a un’esperienza incontrollabile come l’udire voci fa sì che il soggetto cerchi di decifrarle ricorrendo a qualche schema interpretativo, ad esempio utilizzando credenze culturalmente condivise, alle quali finisce con l’attribuire un valore di realtà.

Ancor più risoluto nell’asserire che sentire le voci non costituisca di per sé una patologia è il movimento antipsichiatrico: l’antipsichiatria contesta che all’indubitabile esistenza della sofferenza psichica venga attribuita l’etichetta di “malattia”, che spesso si trascina dietro il peso dello stigma. L’antipsichiatria sostiene che la psichiatria ontologizza, sclerotizzandoli in patologie, dei semplici modi di essere divergenti dalla “normalità”, una normalità stabilita solo nel rispetto dei canoni culturali vigenti. Altre culture, infatti, non esprimono affatto posizioni di condanna nei confronti delle allucinazioni uditive: la storia delle religioni mostra come – in altri contesti sociali, geografici o temporali – molteplici siano o siano stati i santi, i saggi, i veggenti, venerati o comunque rispettati perché “uditori” della voce di dèi o angeli.

A ulteriore testimonianza della non più indiscutibile patologicità dell’udire voci vi è anche la “teoria della mente bicamerale”, secondo cui le vittime di allucinazioni uditive sperimentano modalità percettive comuni fino all’era pre-cristiana: prima dello sviluppo del linguaggio scritto, la mentalità umana sarebbe stata normalmente divisa in due parti, una decisionale chiamata dio, e una esecutiva chiamata uomo, nessuna delle due “cosciente” nel senso odierno del termine, né totalmente consapevole dell’altra; la parte decisionale, situata nell’emisfero destro, comunicava alla parte esecutiva impartendo precisi ordini sotto forma di allucinazioni uditive non diverse da quelle sperimentate dagli odierni uditori di voci, i quali riattiverebbero inconsapevolmente il retaggio ereditato dalle arcaiche modalità di funzionamento bicamerale.

 

Terapia della Gestalt e analisi transazionale: il “come se” dei molti sé

L’ipotetica presenza di uditori di voci “sani”, l’apparente esistenza di una molteplicità di sé in persone non palesemente affette da DDI o da altre psicopatologie, la concezione freudiana per cui la dissociabilità dell’Io non è una condizione necessariamente anormale, l’affermazione della psicologia sociale che ritiene ogni individuo composto da una pluralità di “schemi di sé”, possono forse far riconsiderare l’idea secondo cui le parti di sé o le subpersonalità che si esprimono attraverso le “voci” allucinatorie sono necessariamente patologiche o patognomoniche di quadri psicotici.

Vi sono almeno due approcci psicologici e psicoterapeutici, la terapia della Gestalt e l’analisi transazionale, che basano le loro modalità terapeutiche proprio sulla non patologica dissociabilità (apparente o reale) del sé individuale: si rapportano cioè al paziente “come se” fosse davvero dissociabile in diverse parti di sé o molteplici sé, ognuno capace di dialogare con gli altri.

La terapia della Gestalt critica la concezione del sé come rigido e monolitico centro gravitazionale dell’azione e dell’esistenza soggettive, e sostiene che il “sé” individuale non esiste se non attraverso la relazione. La non assolutezza del sé, anzi la sua dissociabilità in parti spesso in conflitto fra loro, si concretizza terapeuticamente nella “tecnica delle due sedie”: il paziente, seduto su una delle due, proietta sull’altra sedia alcune parti di sé, iniziando un dialogo che viene portato avanti grazie alla regia del terapeuta.

La medesima tecnica viene utilizzata anche dall’analisi transazionale, secondo cui l’io è normalmente “dissociabile” in tre modalità di funzionamento: Adulto, Bambino e Genitore. Le allucinazioni uditive sono interpretate come delle gravi contaminazioni dello stato dell’Io Genitore sullo stato dell’Io Adulto. La terapia mira a svelare i “giochi disfunzionali” che si svolgono fra questi diversi stati dell’Io.

 

La psicologia analitica: Jung e gli junghiani

La terapia della Gestalt e l’analisi transazionale si accostano alle allucinazioni uditive utilizzando tecniche terapeutiche che non escludono di potersi rivolgere a una molteplicità (teorica, potenziale, funzionale) di sé compresenti in un unico individuo, senza che ciò implichi una dissociazione patologica del soggetto stesso, o una sua classificazione come psicotico. Jung si spinge ancora più in là, reputando la molteplicità e la “multivocità” dei sé non solo come un’ipotesi potenziale, ma come una realtà “normale” degli individui, un dato di fatto di cui spesso non si è consapevoli, e che anzi espressamente si rigetta o si rimuove: la psicologia junghiana identifica come uno dei propri scopi precipui quello di aiutare i pazienti o gli analizzandi a dialogare con le loro “voci interne”, prima portandole alla luce e poi integrandole nella personalità.

La psicologia analitica considera le voci come una manifestazione dell’inconscio, personale o collettivo; come una modalità dialogica tramite cui il piccolo “io”, con cui ognuno solitamente s’identifica, può ricevere comunicazioni da parte del Sé superiore (la personalità totale, presente benché mai interamente coglibile, poiché la sua parte inconscia, feconda e creativa, è inafferrabile), o da parte dei “complessi autonomi” che spesso più o meno patologicamente vivono in noi, o da parte infine dei tanti abitanti dell’inconscio: l’Anima o l’Animus, l’Ombra, il Vecchio Saggio, la Madre Ctonia, il “piccolo popolo” di avi, inferiores, parti infantili o ferite, il Daimon. Il dialogo con le parti nascoste di sé costituisce la strada maestra verso l’individuazione, verso la risposta alla vocazione interiore a conoscere se stessi, a seguire il proprio destino o la propria ghianda, a divenire ciò che si è.

 

Il dialogo con le voci di dentro e la non sostanzialità dell’io

Il pensiero junghiano considera le allucinazioni uditive come manifestazioni delle parti nascoste, rinnegate, dolenti, arrabbiate di sé a cui non si dava precedentemente spazio, e che per esprimersi sono state costrette almeno parzialmente a dissociarsi; la “patologia” degli uditori di voci non sta allora tanto nel sentirle, quanto nel non averle ascoltate prima! Sulla scia di questa concezione, è sorta la tecnica terapeutica del “Dialogo delle voci”, che mira a suscitare un confronto fra le varie subpersonalità di cui ognuno è composto. L’assunto di base ritiene che il sé sia normalmente frammentato, che la sua dissociazione sia misconosciuta, e che si debba prendere coscienza della molteplicità interiore per poter compiere delle scelte esistenziali consapevoli.

Il concetto di “sé” multiplo presentato dal modello terapeutico del “Dialogo delle Voci” potrebbe sembrare fantasioso o delirante. Eppure, va considerato che il “sé” come lo intendiamo comunemente noi, con la sua presupposta unità e sostanzialità, non è una verità ipso facto, ma è un concetto culturalmente acquisito. In altre culture, il concetto di “sé” è molto diverso, perché diverso è l’orizzonte dei riferimenti culturali: in Siberia, in Nord America e in Melanesia, gli indigeni sembrino “naturalmente predisposti” a perdere l’unità e l’autonomia della propria persona; in Estremo Oriente, il concetto di “sé” è descritto dal pensiero induista come uno dei miraggi dovuti alla presenza del “velo di māyā”, l’inganno divino che ci impedisce di cogliere il vero aspetto della realtà; la filosofia buddhista predica addirittura la dottrina dell’anatta (letteralmente: “non-sé”), secondo cui l’io è un’illusione da scardinare in quanto privo di qualunque sostanzialità. Il “sé”, per il buddhismo, non esiste, è solo un’espressione parziale e al contempo un riflesso olistico dell’indivisibile unità dell’esistente. In base alla dottrina dell’anatta potrebbe essere considerabile illusorio non solo l’ego con cui quotidianamente ci identifichiamo, ma anche tutte le sottopersonalità parziali di cui esso, secondo il “Dialogo delle voci” sarebbe composto.

Una radicale conseguenza dell’applicazione della teoria dell’anatta implicherebbe il considerare ogni singolo, illusorio, “io” individuale come nulla più che una parte dissociata dell’Esistente, un “complesso autonomo” del Tutto olistico, entro cui andrebbe integrato. Ognuno di noi non sarebbe che una “voce dissociata” della “Mente universale”. Il nostro intero mondo psichico collettivo sarebbe allora malato di dissociazione! Gli uditori di voci, e le persone che soffrono di DDI in genere, non farebbero che replicare entro il loro piccolo io una patologia dissociativa comune all’intero universo umano.

La non sostanzialità e la multivocità del sé recano l’ineludibile corollario della necessità di un dialogo fra le voci di dentro, un dialogo assolutamente indispensabile per chi le voci le ode fisicamente. Una riformulazione del “Dialogo delle voci”, ideata appositamente per chi soffre di allucinazioni uditive, consente di mettere l’uditore in relazione con le sue diverse voci – e esse fra di loro – portando a risolvere quello che molti autori ritengono essere il vero problema dell’uditore: ossia, non il sentire le voci, ma il non relazionarsi adeguatamente con loro.

 

I gruppi di “auto-mutuo aiuto” per uditori di voci

La capacità degli uditori “sani” di dialogare con le proprie voci, e la competenza dimostrata da alcuni di loro nell’aiutare altri uditori più sofferenti, ha portato alla costituzione di gruppi di auto-mutuo aiuto (AMA) rivolti a chi è soggetto ad allucinazioni uditive: si tratta di gruppi, condotti o meno da uno psicoterapeuta, in cui gli uditori si incontrano tra di loro, scambiandosi le loro esperienze e cercando insieme un modo per fronteggiare o accettare le voci.

Tali gruppi trovano il loro presupposto teorico nelle opere di quegli autori che ritengono che le voci non siano un sintomo patognomonico di schizofrenia, ma una forma di messaggio circa la storia personale, il segnale di uno o più problemi che il soggetto non riesce a risolvere, un modello di reazione derivante dall’incapacità di affrontare problemi socio-emotivi; ma soprattutto, le voci sono viste come la drammatica conseguenza di un accadimento traumatico, la reazione normale (come già voleva la psicoanalisi) ad un avvenimento abnorme.

I gruppi AMA consentono di spezzare l’isolamento e la solitudine che spesso imprigionano l’uditore, e lo aiutano a trovare un significato alle voci stesse. L’uditore può imparare ad accettare le voci, a rapportarsi ad esse utilizzando specifiche tecniche di fronteggiamento, a dialogare con loro, a selezionare solo quelle benevole costruendo con esse una relazione sempre più positiva. Molti uditori, attraverso i gruppi, hanno potuto riprendere il controllo sulle proprie vite.

Simili gruppi AMA sono molto diffusi in Europa, specialmente nel Regno Unito e in Olanda; la loro presenza in Italia, fino a pochissimi anni fa limitata a sporadici tentativi con alterne fortune, sta cominciando da poco a prendere piede.

 

Gruppi AMA: un’esperienza italiana

Il Gruppo Uditori di Reggio Emilia, sorto nel 2005 grazie ad un’iniziativa appoggiata dal locale Servizio di Salute Mentale, è probabilmente il gruppo AMA che, in Italia, ha compiuto finora il percorso più positivo.

La formazione del gruppo è stata costellata di difficoltà, le prime delle quali di ordine culturale: al momento della sua costituzione, solo cinque altri gruppi simili erano attivi nel nostro Paese. Ma anche l’inizio dell’attività è stato instabile e faticoso, specie per l’ambiguità portata dalla presenza nel gruppo di un’educatrice non uditrice e quindi impossibilitata a condividere a pieno il problema delle voci. Un’altra difficoltà ha riguardato il fatto che inizialmente non erano ben definite nemmeno le modalità di accoglienza degli uditori nel gruppo, e ciò ha portato a veloci aggregazioni e ad altrettanto veloci abbandoni, con conseguente instabilità del gruppo. Per rendere efficace il gruppo, è stata necessaria una sua riorganizzazione, ottenuta attraverso tre cambiamenti sostanziali: in primis, una migliore definizione dei compiti, con l’attribuzione a un’uditrice adeguatamente formata del ruolo di unica conduttrice del gruppo, e con l’assegnazione all’educatrice esclusivamente di compiti di organizzazione e collegamento col servizio psichiatrico. In secondo luogo, la sede degli incontri del gruppo è stata spostata all’interno del Dipartimento di Salute Mentale: ciò ha permesso di approfondire il reciproco riconoscimento fra gruppo e servizio. Infine, è stata modificata la modalità di accoglimento nel gruppo di eventuali nuovi uditori: i nuovi potenziali membri devono ora sostenere un preliminare colloquio individuale con l’educatrice; sulla base della sua successiva relazione, il gruppo può decidere se si sente pronto ad ampliarsi o meno. In seguito a questi cambiamenti, il gruppo ha cominciato a funzionare in modo decisamente più produttivo; ne è riprova il fatto che vi hanno partecipato sia uditori privi di diagnosi psichiatriche, sia utenti inviati da servizi di altre province. Gli incontri sono diventati più efficaci, seguiti da persone puntuali e costanti nella frequenza; si sono raggiunti livelli altissimi di comprensione ed accettazione reciproca, il che ha permesso ai membri di confrontarsi e comunicarsi strategie concrete per la gestione delle voci.

Il gruppo ha dimostrato di aver raggiunto un livello di funzionamento così elevato, che i suoi partecipanti hanno deciso di “portare all’esterno” la consapevolezza raggiunta, partecipando ad alcuni convegni sul tema delle allucinazioni uditive, o addirittura organizzandoli. In questo modo, i membri del gruppo hanno dimostrato di poter essere d’aiuto non solo a se stessi, ma anche al mondo esterno, e ciò ha costituito un ulteriore successo nel campo dell’autostima.

Il passo successivo è stata l’istituzione di un “telefono d’appoggio”, un’ulteriore assunzione di responsabilità destinata a colmare le due settimane di intervallo fra una riunione del gruppo e quella successiva: i membri si rendono periodicamente disponibili a tenere un cellulare a cui gli altri partecipanti possono telefonare in caso di necessità.

Un’ulteriore iniziativa è stata la costituzione, a fine 2007, di un’associazione, chiamata “Noi e le Voci”, che porta avanti una serie di progetti che ruotano attorno alle allucinazioni uditive: il primo di questi progetti riguarda la formazione di una rete nazionale che coordini tutte le altre associazioni che, in Italia, si occupano del fenomeno, nonché i pochissimi gruppi AMA attivi nel nostro Paese.

Il gruppo di Reggio Emilia è a tutt’oggi una realtà che agisce sincronicamente con altre associazioni di utenti psichiatrici, è ben inserita nel territorio e nell’ambito dei servizi di salute mentale, e costituisce la dimostrazione che, stanti simili presupposti, i gruppi di auto-mutuo aiuto per uditori possono portare a risultati più che soddisfacenti: le positive testimonianze offerte dagli uditori del gruppo sono la riprova del buon funzionamento dello stesso.

 

Conclusione

Gli approcci alle allucinazioni uditive, da parte delle diverse scuole psicologiche che se ne sono occupate, sono molteplici, alcuni dei quali in evidente contrasto fra loro. Sembra quasi che anche la psicologia sia travagliata da una schiera di “voci” interne tutte pronte a sostenere la propria posizione, in aperta opposizione le une contro le altre. Se la stessa psicologia è divisa in una serie di “voci dissociate”, ciò che resta da fare è semplicemente applicare quello che abbiamo visto funzionare con gli “altri” uditori di voci; ossia tentare di far dialogare fra loro le diverse voci dissonanti, ascoltarle, cercare di prendere qualcosa di utile da ciascun modello, costruendo una forma di eclettismo che non sia mai definitiva, ma che proprio per questo possa permettersi di rimettere al centro non più la propria impostazione teorica, bensì la persona, comunque la si voglia definire: sana, malata, paziente, cliente, dissociata, psicotica, normale, allucinata, divisa in molteplici subpersonalità, in ogni caso portatrice di una sofferenza che merita di essere ascoltata e, possibilmente, lenita.

La psicoanalisi, verso cui (nel caso delle allucinazioni uditive) convergono espressamente anche il modello cognitivo-comportamentale e quello sistemico-relazionale, può insegnare a ricercare, soprattutto nel passato individuale, il significato originario di questa sofferenza: un significato la cui essenza, come rivela la fenomenologia, può essere non solo retrospettiva, ma anche permeata di possibilità esistenziali mancate; un significato che addirittura, come afferma la psicologia junghiana, può avere valenze teleologiche, e può consentire all’individuo di proiettarsi verso il suo autentico destino o almeno verso il suo “vero sé”. Un sé che, come illustra anche il pensiero orientale, può essere anche molto diverso rispetto a come siamo abituati a considerarlo: talmente diverso che forse è il caso di rimettere in discussione i concetti stessi di sanità e patologia, cosa che può essere decisamente rinfrancante per un uditore. Ecco che allora, nel cammino verso l’accettazione dell’esperienza, possono rivelarsi estremamente utili i gruppi di auto-mutuo aiuto, all’interno dei quali è possibile utilizzare stratagemmi comportamentisti e ricorrere al “Dialogo delle Voci”, eventualmente anche nelle forme meno radicali illustrate dalla terapia della Gestalt o dall’analisi transazionale. Naturalmente, in tutta questa polifonia di voci, un ruolo rilevante, se non assolutamente essenziale, può avere anche l’assunzione di una terapia farmacologica, purché accompagnata da un cammino psicoterapeutico e non finalizzata semplicemente a spegnere, con le voci, anche l’uditore. Perché entrambi possono avere, anzi hanno sicuramente, qualcosa di importante da dire. Ed allora, è davvero il caso di mettersi in ascolto.

 

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