Varie
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Diario di quarantena

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28 Aprile 2020

Varie
Dott.ssa Alessandra Paulillo

Coronavirus

In questo difficile momento, è molto importante capire come gestire le nostre emozioni per poter attivare la capacità di regolare la reazione automatica inquadrandola nel ...

20 Marzo 2020

Domande e risposte

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Vita e morte

Buonasera e ringrazio gentilmente chiunque mi risponderà.Sono una ragazza che soffre di depressione ma secondo me c'è qualcosa che non va in me. Sono sempre stata una persona solitaria e questo mi ha portato a riflettere molto sulla mia vita e trovarne un sensoHo pensato molto sul senso della vita e sono arrivata alla conclusione che niente può farmi stare meglio: ho sempre pensieri suicidi, sono completamente sola, non ho rapporti con la mia famiglia poiché non capisce che soffro di depressione, ho più volte tentato di spiegare come mi sento ma per loro la malattia mentale è un tabù quindi mi sono arresa e loro mi hanno esclusa, non ho amici, e a quasi 22 anni non ho concluso niente della mia vita.A quasi 22 anni c'è il senso di fallimento totale, ho fallito in tutto e non mi rimane niente e mi chiedo cosa mi spinge a continuare a vivere, forse la paura di sopravvivere a un tentativo di suicidio mi fa rimanere ferma senza decidere se vivere o morire. So di essere un peso per chiunque e di sicuro i traumi del passato non mi aiutano ad andare avanti.So che è difficile vivere, ma ogni secondo della mia vita, nella mia testa c'è il continuo pensiero di suicidarmi, di smettere di vivere, il pensiero di non farcela più, perché è più facile arrendersi a tutto invece di andare avanti.Nella mia mente so che il suicidio è solamente una soluzione temporanea, ma è una soluzione che prevede l'annullamento di me stessa e sembra più facile rispetto a vivere.

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Come faccio ad incontrarmi con uno psicologo senza che i miei genitori lo sappiano?

Ultimamente ho cercato di convincere i miei a trovare uno psicologo disposto ad aiutarmi, ma, secondo i miei genitori non ne ho bisogno, e che tutto quello che devo fare è vedere più spesso i miei amici, non stare sul telefono e passare più tempo con loro. Non notano e non hanno mai notato il mio stato mentale e ogni volta che mi vedono piangere o vedono un taglio mi dicono semplicemente che ciò che faccio è stupido e che pensavano fossi meglio. Ormai sono al punto di cercare aiuto da sola, non ho molte speranze, ma speravo di trovare aiuto qui

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Il fatto di non avere un lavoro mi fa sentire inutile

MI sento inutile... il fatto di non avere un lavoro mi fa sentire inutile, e questo mio sentirmi inutile non aiuta nella ricerca di un lavoro, perché non riesco a non pensare che nessuno può voler assumere una persona come me (non ho particolari competenze, praticamente non ho alcuna esperienza e ho già superato i 30 anni). Non so cosa fare, perché sto cadendo in un circolo vizioso da cui non vedo uscita...

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Senso della vita

Buonasera! Vorrei scrivere questo post perché mi piacerebbe essere utile a qualcuno che potrebbe trovarsi nella mia stessa situazione. Sono un ragazzo di 26-27 anni, ho un lavoro part-time a tempo indeterminato (seppur per ora per pochi mesi all'anno) che mi rende iperfelice e di cui vado fiero, orgoglioso. Tuttavia in passato ho sofferto di disturbi emotivi molto forti e oggi credo che non vada qualcosa nel mio privato: vivo ancora con i miei che non mi accettano come omosessuale, non ho voglia di coltivare i miei hobby (es.: la politica) perché dentro di me ho due anime: una di destra ed una di sinistra. Vorrei andare in palestra o fare yoga o avere altri hobbies, però poi mi manca volontà e tanto so che non servirebbe a nulla, poiché mi sentirei brutto ed imbranato (come succede nelle attività pratiche - es.: guidare). Vorrei trovarmi un lavoretto per andare via di casa ed essere indipendente a livello economico, ma poi desisto perché mi sento incapace. Vorrei uscire, andare in locali gay a Milano o uscire con un ragazzo conosciuto in chat, ma poi ho un giudice morale dentro di me che mi fa sentire in colpa, soprattutto verso i miei genitori. Non so quale sia il senso della vita per una persona lgbt come me a parte il mio impiego part-time. Un po' di confusione direi. Mi piacerebbe avere un manuale che mi dicesse cosa fare e seguirlo alla lettera, ma so che non esiste. Buona serata e grazie.

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Cambiare Psicoterapeuta

Faccio sedute di psicoterapia regolarmente una volta a settimana da ormai quasi 5 anni (con qualche pausa dovuta ad esigenze lavorative), e per tutto questo periodo ho sempre avuto lo stesso terapeuta. In questo momento della mia vita però mi sento ad un punto morto, complice anche (ma non solo) la difficoltà di trovare lavoro; una delle mie più care amiche, venendo a conoscenza di questo mio sentire, mi ha consigliato di provare a cambiare psicoterapeuta, consigliandomi di provare il suo. I motivi di questo consiglio sono principalmente due: il primo, lo psicoterapeuta della mia amica è un comportamentista, a differenza del mio, ed il suo approccio, a parere della mia amica, è molto "pratico" (per esempio le propone degli esercizi) e questo ha un risvolto abbastanza immediato; il secondo, la mia amica sostiene possa essere utile sentire un parere diverso dal solito. Inoltre, la mia amica si è trovata davvero molto bene con questo professionista e l'ha già consigliato ad altri amici comuni, i quali si sono trovati altrettanto bene. Quello che io mi domando è se le argomentazioni della mia amica hanno senso (nessuna di noi due ha competenze in questo ambito), ed è quindi consigliabile cambiare psicoterapeuta. Io attualmente non ho problemi con il mio terapeuta, ma appunto mi sembra di essere ad un punto morto da cui non vedo una via d'uscita, almeno in tempi brevi (e purtroppo, in questo momento avrei bisogno di "mettere ordine", o quantomeno trovare una strategia d'azione, in tempi relativamente brevi), e sinceramente sarei curiosa di provare un nuovo approccio "più pratico". Allo stesso tempo, cambiare adesso, mentre il mio percorso è ancora "aperto", mi sembra come lasciare una cosa (che ha già portato a dei risultati) a metà, con il rischio che tutto ciò si riveli "controproducente". Chiedo dunque a chi ha più competenze di me un parere, grazie in anticipo.

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Come essere meno autocritici con se stessi?

Salve, scrivo per chiedere consiglio su come gestire il mio problema. Provo vergogna per me stessa. Spesso mi trovo ad avere paura che gli altri abbiano schifo nei miei confronti o che mi giudichino ripugnante, infatti quando parlo mi capita di mettere la mano davanti alla bocca per paura di avere l’alito cattivo, chiudo le ascelle per paura di emanare fetore. Quando ho questi pensieri mi rannicchio, eppure continuo ad occupare spazio. Appena smetto di parlare con qualcuno ho la sensazione di aver detto troppo, o di aver detto cose imbarazzanti, e quando sento che in una determinata circostanza si sta abusando della mia gentilezza non riesco ad esprimere chiaramente all'altra persona il mio disagio e mi chiudo in me stessa. Eventi anche insignificanti mi portano a ripercorrere i miei passi e a criticarli aspramente. Prima di andare a dormire il pensiero della morte mi spezza il fiato, l’ansia quotidiana si manifesta in tic nervosi che mi affliggono fino alla noia: arriccio, annodo e tiro via i capelli, mi perdo in macchinosi rituali scaramantici. Soffro perché non riesco mai a lasciarmi andare: non ho mai confessato i miei sentimenti per qualcuno, ho sempre rifuggito, mio malgrado, le relazioni sentimentali. Analizzo qualunque mio desiderio talmente a fondo che finisco per ricondurne la radice a voglie viscerali e futili. Mi piacerebbe capire se esiste un modo per spegnere l’interruttore della severa autocritica che mi impongo e acquistare l’autostima necessaria per vivere gli anni della giovinezza con serenità. Aggiungo che è la prima volta che esprimo, forse in maniera confusionaria, quello che penso per intero: mia madre, che mi ha cresciuto da sola e con cui ho un bel rapporto, si è resa conto che mi tiravo i capelli prima ancora di me, alla fine della mia infanzia, ma nonostante questo gliene ho parlato apertamente di rado perché è un argomento che mi fa soffrire molto; i tentativi di aiutarmi ad affrontare le mie insicurezze sono comunque stati poco decisi, visto che i miei disagi non mi hanno mai portato a reagire in maniera catastrofica nel corso della mia vita, consentendomi in ogni caso di avere una carriera scolastica eccellente fino alla maturità e pochi veri amici storici e fidati. Ringrazio di cuore chi vorrà leggere e rispondermi.

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Come gestire un forte legame affettivo sincero con il proprio psichiatra

Buongiorno,ho 28 anni e sono seguita da uno psichiatra da circa due anni. Nello stesso periodo iniziai anche un percorso di psicoterapia abbastanza "tormentato": non mi trovavo affatto bene con il primo psicologo psicoterapeuta e dopo quasi un anno decisi di cambiare, consultai diversi specialisti ma nessuno lo sentivo disposto all'ascolto empatico e professionale, ho trovato solo tante parole standardizzate, superficiali e soprattutto di nessun aiuto. Alla fine comunque, anche su consiglio del mio psichiatra, ho effettuato una scelta e ho iniziato un nuovo percorso con un nuovo psicoterapeuta con cui sentivo leggermente più affinità. Purtroppo anche questa volta il rapporto terapeutico è stato completamente inesistente perché la situazione è sempre la stessa: estrema superficialità, le solite parole trite e ritrite. L'unico vero aiuto ad andare avanti l'ho ricevuto dal mio psichiatria, persona splendida dal punto di vista umano e professionale. Accenno brevemente di essere una persona che da anni lotta tra depressione, disturbi borderline, autolesionismo, forti sintomatizzazioni, una vita totalmente alla deriva. Sono sola, con una famiglia ipercontrollante e allo stesso tempo inesistente per i miei reali problemi che non sono riuscita a gestire. Dopo anni di faticosa lotta sono riuscita a iniziare l'università. Il mio sogno era ed è psichiatria e l'ambito medico. Ma per l'ennesima volta non sono riuscita ad inseguirlo (non mi dilungo ulteriormente sui motivi) e ho dovuto deviare su psicologia. Più studio psicologia, più vado avanti con la psicoterapia e più la rabbia, la delusione, l'insoddisfazione e il rimorso aumentano. Ma oramai è chiaro che non ci sia più niente da fare, anche perché sono letteralmente stanca della vita e mi ritrovo a dovermi accontentare, come in ogni ambito della mia vita, anche in ambito professionale e soprattutto di realizzazione della persona. In questo contesto la psicoterapia mi fa l'effetto di una caramella alla menta per curare una polmonite. Ho cercato di riassumere il più possibile, con grandissima fatica, un mio quadre generale per poter centrare il punto di questo mio intervento. In questo quadro per me soffocante l'unica persona di riferimento è il mio psichiatra a cui mi sento fortemente legata, forse anche troppo. Con lui ho un'affinità mentale unica e ogni volta attendo il momento di poterlo rivedere e parlarci. Dato che da anni non sento più bene le emozioni, letteralmente ricoperte da angoscia rabbia e vuoto, non capisco se si tratta di una sorta di amore paterno o di un innamoramento. Quello di cui sono certa è che non si tratta di nulla che possa rientrare nella sfera del transfert, è un sentimento genuino nei confronti di una persona che rappresenta tanto per me. Ma allo stesso tempo so bene di non essere niente per lui e che lui fa tutto quello che fa per lavoro (anche se ha fatto cose che penso in pochi avrebbero fatto nella sua posizione) e con ogni paziente probabilmente. Inoltre io sono una persona molto difesa nelle relazioni di ogni tipo e in parte lo sono anche lui ancora. Ma nonostante ciò da due anni questo mio sentire è progredito molto. In tali situazioni vi è la possibilità o la necessità che io riferisca tutto ciò al mio psichiatra per analizzare insieme la situazione? Gli ho solo accennato alcune volte di quanto il suo aiuto per me sia stato prezioso e che lo ringrazio per la sua gentilezza e disponibilità. Ma parliamo di poche parole e che non lasciano trasparire il vero sentire. Ho però il terrore di riferirgli tale situazione perché temo per le conseguenze. Potrebbe non seguirmi più (parliamo di un CSM pubblico) o affrontare il discorso in modo che ne esca maggiormente distrutta? Probabilmente ne dovrei parlare con una figura con cui conduco la psicoterapia ma ripeto che non vi è minimamente un rapporto di fiducia e alleanza terapeutica. Al di fuori del rapporto con lui, sembra sempre più che io non abbia più niente da perdere e vorrei affrontare questo punto importante per me. Grazie a chi dedicherà del suo tempo per poter accogliere le mie parole.

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Non so più come andare avanti

Salve a tutti, sono una ragazza di venti anni ma sento che la mia vita sia già conclusa. Sembra che, ormai, non c'è nient'altro da fare. Mi sento sempre imprigionata in una specie di vortice che mi fa cadere continuamente, ad ogni passo che faccio. Ho provato in tanti modi di scappare da questa realtà che mi pesa come un macigno ma sento che tutto questo dolore mi sta appesantendo ogni giorno un pò di più. Non mi piace parlarne con le persone che conosco, ho sempre quella sensazione che non capirebbero perchè a parole non riesco ad esprime tutto ciò che provo. Molte volte ho pensato addirittura di star sognando, che da un momento all'altro tutto sarebbe finito. cercavo di dare un altro senso a tutto quanto vissuto. cercavo di andare oltre agli anni di depressione di mia madre che mi hanno portata ad avere sfiducia verso tutti. Anche se provo con tutta me stessa a non cedere a quel dolore che ti fa perdere la fiducia nell'umanità. Ho provato a dare un senso al male che mi ha fatto mio padre, a lui e alla sua vita che sono diventati per me come un buco nero nel quale ricado frequentemente. Ho provato a dare un senso ai mille perchè, ai mille interrogativi e ai mille sensi di colpa che da sempre mi hanno impedito di andare avanti. e mi chiedo spesso se il mio senso è quello di dedicarmi completamente agli altri dimenticando me stessa. MI chiedo se mia madre è mai guarita dalla depressione oppure si comporta così perchè sa che non ho il coraggio di lasciarla andare. Ha sempre avuto una forte influenza su di me, ma non in senso di autorità, ma dal fatto che anche quando non è presente sento costantemente addosso il senso di colpa di non aver fatto niente quando a sei anni mio padre è diventato il mio peggior incubo. Forse, avrei dovuto non dire niente... sarei rimasta comunque inascoltata nei miei silenzi e nelle mie sofferenze. Comunque, oggi a vent'anni mi sembra di aver vissuto già abbastanza e sono veramente molto stanca. Sto provando a progettare il mio futuro, studiando e cercando una strada per la mia indipendenza ma sono attimi, momenti in cui tutto torna a farsi sentire. Come quando, iniziata questa pandemia, sono stata costretta a telefonare a mio padre dopo anni di silenzio e di distanza. Ho vissuto questi due mesi di chiusura con il suo pensiero costante in mente, con mia madre nella stanza accanto che soffriva che si lamentava su ogni cosa e mi sembrava di esser tornata ai tempi dei miei sei anni, quando mettevo da parte il mio dolore per allontanare la depressione di mia madre. quando le lacrime dovevano essere invisibili perchè c'era qualcun'altro che stava, forse, peggio di me. e oggi, veramente, mi rendo conto che non riesco più a camminare su nessuna strada, non riesco a ricorrere i miei sogni perchè mi sento bloccata a metà strada tra un passato che ritorna continuamente e più prepotentemente di prima e tra un futuro che ho progettato ma che vedo troppo lontano e non alla portata del mio cuore e della mia mente. Sono proprio sul punto di gettare la spugna, di arrendermi a tutto. Sono stanca, davvero tanto.

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