L'attimo prima.
Entro in quella stanza, mi siedo su quella grande poltrona, ho le farfalle nello stomaco.
Sono agitata ma cerco di rimanere con i piedi per terra perché dietro quella porta stanno per arrivare tante speranze, attese, aspettative e forse miracoli che cercano soltanto sicurezze.
Entrano due piccoli piedini, accompagnati da due coppie di impronte più grandi; indosso il mio sorriso migliore e cerco il loro sguardo.
Cerco il suo sguardo.
Per un attimo lo trovo mentre lentamente si accomodano ed iniziamo a conoscerci. Ecco quell'attimo è l'inizio di tutto, è lì che devono affollarsi le idee e le parole prima che inizino a prendere piano piano la loro direzione.
Quell'attimo per me è il fondamento su cui costruire il palazzo della fiducia, una grande opera di architettura emotiva. Un palazzo in cui si entra necessariamente in punta di piedi e ogni piano ha una funzione specifica: partendo dal piano terra si procede ai piani intermedi, ma prima di salire il bambino ha bisogno di capire che l'edificio non crollerà se lui piange o si arrabbia.
La comunicazione è l'ascensore che ci fa salire fino ad arrivare ai piani più alti, quelli dove ci sono le emozioni più difficili.
Il bambino accetta di salire così in alto solo perché sa che, se guardando giù dovesse avere le vertigini, io sono lì a tenerlo per mano, impedendogli di cadere nel vuoto.
Ecco l'attimo prima è il nodo centrale di connessione che permette di costruire un palazzo solido e stabile da cui poi il bambino imparerà ad affacciarsi senza aver paura di cadere, e dove sarà lui ad avere le chiavi per gestire ogni stanza.
Il primo colloquio ha tante sfumature psicologiche; quando quei due piedini entrano portano il peso di un mandato familiare, un sistema di aspettative molto grande, tanto che spesso i genitori arrivano con un vissuto di scacco. Il primo colloquio serve a trasformare la richiesta di una "riparazione" del bambino in una alleanza terapeutica.
Mentre cerco lo sguardo del bambino, captando i suoi segnali non verbali, si deve anche "ascoltare" il non detto tra i genitori; la stanza diventa un teatro dove si mettono in scena alleanze, colpevolizzazioni reciproche e speranze residue.
In quel palazzo che stiamo costruendo, non sono solo un'osservatrice esterna, ma divento parte della dinamica.
Cerco di essere abbastanza chiara da rassicurare, ma abbastanza "vuota" da permettere loro di proiettare su di me i loro vissuti.
Per il bambino, la parola è spesso un ascensore troppo pesante. Il gioco diventa la rampa d'accesso: è lì che iniziano a scorrere le idee prima di diventare linguaggio verbale.
Il primo colloquio è anche un rito di passaggio.
Dietro la richiesta di sicurezza c'è spesso la paura di aver sbagliato tutto. L'architetto del palazzo deve prevedere delle "zone di sosta" dove il genitore possa sentirsi accolto e non giudicato, affinché non diventi un sabotatore inconsapevole del percorso del figlio. Salire ai piani alti significa toccare il dolore. La mia mano non serve solo a non farlo cadere, ma a dare un nome a ciò che vede da quell'altezza.
Dare un nome alle cose è ciò che rende le emozioni gestibili.
Il primo colloquio non è solo l'inizio, è la mappa del tesoro. In quell'ora si decidono i confini: chi può entrare in quale stanza e chi no?, ed inoltre se si riesce a far sentire i genitori "visti" tanto quanto il bambino, le fondamenta del palazzo saranno antisismiche.
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