Buonasera, sono stata sposata con il mio ex marito per 17 anni. Abbiamo 2 figlie. Siamo andati a vivere con i suoi genitori. Doveva essere per poco tempo. Ci ho passato 17 anni, fatti di ansia e depressione. Poi non ce l’ho fatta. Ho mollato tutto e me ne sono andata da mia mamma. Abbiamo vissuto così per mesi, io facendo avanti e indietro per sistemare la casa dove lui abitava, più lavorando e occupandomi delle ragazze.
Mi sono sentita dire che la sua famiglia erano i genitori, che dovevano andare avanti così, in 2 case separate… ma ho continuato. Ho iniziato un percorso di psicoterapia che mi porta a capire che lo devo lasciare, e così faccio. Un collega mi inizia a corteggiare e io cedo ai suoi messaggi. Ci siamo visti forse 2 volte, ma i messaggi tutti i giorni. Il mio ex entra in depressione e non riesce a riprendersi. Io mi sento in colpa come se fosse tutta colpa mia. Il suo dolore e il fatto di saperlo solo con l’altro mi chiude.
Sento che non è la storia per me, anche perché è impegnato e non ha nessuna voglia di chiudere con la compagna. Ora sono in piena confusione. Le mie figlie sono completamente disinteressate al padre. Io penso in continuazione all’altro e, nello stesso tempo, vorrei tornare con il mio ex, perché mi sento sempre in colpa.
Ho firmato la separazione, ma sono bloccata sul sistemare la burocrazia. Se penso di ritornare con lui ad avere rapporti fisici mi blocco. Dovrei trovare una casa, ma ho paura di non farcela. Mi sento bloccata. La mia psicologa dice che è come attaccamento materno, come se avessi abbandonato un figlio.
Cara utente, grazie per averci scritto e per aver esposto così chiaramente la tua situazione.
Hai affrontato situazioni molto difficili che mettono a dura prova il sistema nervoso, le emozioni e l'equilibrio.
Nessuno può dirti quale scelta fare ma in ogni caso la scelta che farai dovrebbe essere quella che ti consenta di essere felice e di trovare un po' di pace e di benessere per te e per le tue figlie.
Comprendo la paura di non farcela ma da come scrivi io immagino una donna molto forte.
Capisco anche come è quanto possa essere difficile la convivenza con i suoceri. Il nuovo nucleo famigliare che si forma con matrimonio e figli dovrebbe essere il più possibile indipendente, nonostante anche i genitori continuino a far parte della famiglia.
È giusto che le scelte che farai, qualunque esse siano, siano guidate dalla necessità di stare bene e non dal senso di colpa, perché rischieresti di ricadere in una situazione che non desideri e che ti farebbe soffrire.
Un caro saluto.
Dott.ssa Mazzilli Marilena
Asti
La Dott.ssa Marilena Mazzilli offre supporto psicologico anche online
Buongiorno Imma, da quello che racconta emerge una storia lunga e molto faticosa, segnata da anni in cui ha dovuto adattarsi, contenere, reggere situazioni che non aveva scelto davvero. Vivere per 17 anni nella casa dei genitori di suo marito, con l’idea che fosse “solo per poco”, significa rimanere a lungo in una sospensione che logora, soprattutto quando non c’è uno spazio reale per sé. Ansia e depressione, in questo senso, non sono un fallimento personale, ma una risposta comprensibile a un contesto che nel tempo è diventato soffocante.
Quando a un certo punto se n’è andata, non ha fatto un gesto impulsivo: ha risposto a un limite che era stato superato da molto. Anche il percorso di psicoterapia e la decisione di separarsi vanno letti così, come il risultato di una presa di coscienza graduale, non come qualcosa nato per colpa di un’altra persona.
Il collega, i messaggi, quel legame quotidiano sembrano aver rappresentato più uno spazio di riconoscimento e di sollievo emotivo che una vera relazione. Dopo anni in cui si è sentita soprattutto responsabile e contenitiva, è naturale che l’attenzione di qualcuno abbia avuto un effetto forte. Il fatto che oggi senta chiaramente che non è la storia giusta per lei mostra che una parte di lei è lucida e presente, anche se emotivamente molto confusa.
Il dolore del suo ex marito la coinvolge profondamente perché lei ha una forte capacità di accudimento. È comprensibile che si senta in colpa, ma è importante distinguere il senso di responsabilità dal senso di colpa: il suo stare male non è causato dalle sue scelte, ma da un equilibrio che già prima era fragile. Restare o tornare indietro solo per alleviare la sua sofferenza significherebbe continuare a sacrificare se stessa.
Quello che la sua psicologa definisce come un attaccamento di tipo materno è un punto chiave. Non sta solo lasciando un partner, ma una persona che per anni ha sentito come “da sostenere”, quasi da proteggere. In questi casi il distacco attiva vissuti molto simili all’abbandono di un figlio: colpa, paura, blocco, bisogno di tornare indietro per non sentire il dolore. Ma una relazione di coppia non può reggersi su questo tipo di legame.
Il fatto che l’idea di riprendere una intimità fisica con lui la blocchi è un segnale importante. Il corpo spesso parla con più chiarezza delle parole e andrebbe ascoltato, senza forzature.
Anche la difficoltà a chiudere la burocrazia, la paura di trovare una casa, la sensazione di non farcela sono comprensibili: non si tratta solo di questioni pratiche, ma di un passaggio identitario molto profondo. Sta cercando di ridefinirsi fuori da ruoli che l’hanno definita per anni, ed è normale sentirsi smarrita e ferma.
Forse, in questo momento, più che scegliere tra due relazioni, il lavoro più importante è restare con ciò che sente, senza riempire subito il vuoto né con il senso di colpa né con una relazione che non può darle stabilità. Procedere a piccoli passi, senza pretendere certezze immediate, può essere già un modo per prendersi cura di sé.
Continuare la terapia e cercare sostegni affidabili è fondamentale. Non è egoismo scegliere se stessa dopo anni di adattamento: è un tentativo, forse il primo vero, di non annullarsi più.
Un caro saluto
Milano
Il Dott. Fabiano Foschini offre supporto psicologico anche online