Depressione

Studente di 20 anni, all'università di psicologia, straniero, con depressione e ansia sociale

Bogdan

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Buongiorno,

Sono in una condizione disperata dalla quale non so come uscire, non so come procedere e ho paura di non riuscire più ad alzarmi. Sono 2 settimane che non vado più in presenza all’università con la scusa di dover studiare per i parziali che ho avuto in questo periodo. Infatti, per i parziali sono riuscito a studiare soltanto negli ultimi 2 giorni, o così. È una nuova caduta. E andavo così bene... Le cose erano veramente migliorate con l’inizio dell’università. Mi sentivo più libero, pieno di opportunità e di speranza. Vedevo un’uscita. Ero entusiasta e a poco a poco mi ritornavano i sentimenti e la motivazione (anche se in modo piuttosto irregolare e intenso) … Ho avuto un accenno di amicizia dopo anni. Nel primo parziale ho preso 30. Ma poi nel secondo ho preso 20. Per il terzo, che ho fra 3 giorni, non ho ancora iniziato a studiare e non riesco più a concentrarmi a seguire i corsi.
È una storia veramente lunga. tanto per farsi un’idea, vengo da un posto molto buio. Ho avuto un anno e mezzo “hikikomoriko” durante il quale non sono quasi mai uscito fuori di casa. Ho avuto forti sentimenti di solitudine, ansia sociale, pensieri suicidi, crisi di rabbia e di pianto, frustrazione, insolenza e viltà... Ho avuto una relazione non sana con pornografia, internet e telefono, comportamenti autolesivi (non visibili). Ho acquisito una certa disfunzione sessuale. Su questo tema, usavo la pornografia non tanto, o quasi mai, per liberarmi da qualche desiderio sessuale, che appunto era, forse, completamente assente. Non praticavo quasi mai l’onanismo, se non quando, nei momenti più bassi, era usato come pratica per umiliarmi e mostrarmi che non ci sono limiti del mio depravarmi. La usavo più per scappare dalla mia mente, per intontirmi (dumbing), ma forse anche per sentire affezione. E quindi guardavo queste cose schifose anche per ore in questo senso. Era l’unica cosa che mi faceva sentire qualcosa, anche se non sempre, visto che ero arrivato in una condizione di apatia morbosa. Anche se questo non c’entra niente, se non per enfatizzare sul fatto di avere una forte paura di ritornare in quello stesso stato. Infatti, da quando ho iniziato l’università - 2 mesi circa – sono riuscito a resistere a qualsiasi “urge”, in maniera quasi troppo facile (meno facile in queste 2 settimane). Nei momenti di lucidità non capivo perché facevo queste cose, sembravano così lontane dalla mia identità... Infatti, in quei momenti non pensavo di essere in grado di fare gli stessi errori e provavo disperatamente di uscirne. Mi sentivo come in una gabbia – Se ha presente la metafora che anche Van Gogh usa nella sua lettera che conosco persino a memoria “For there is a great difference between one idler and another idler. […] A caged bird in spring knows perfectly well that there is something to be done, but he is unable to do it […] Oh! please give me the freedom to be a bird like other birds!” etc. etc. Infatti, ho avuto vari personaggi con cui mi sono identificato, diventando quasi ossessionato, trasformandoli come in una sorta di fratelli maggiori, che mi capivano, degli amici (Eminem, Dostoievskij, Camus, Svevo, Cobain, Bukowski). Adesso è Van Gogh che mi sembra il più vicino a me. Tutti questi mi hanno aiutato a capirmi e, infatti, qualche volta non posso pensare ad altro se non a come uscire dalla mia situazione. Il mio libro favorito è Il profumo di Patrick Suskind. Mi sembra di essere invisibile.
Non posso negare che forse è anche questo il motivo per il quale ho scelto psicologia. Psicologia è l’unica cosa mi interessa e che ho studiato per anni esplorando il mio mondo interiore. Ma prima e soprattutto voglio credere di avere bisogno di fare psicologia per avere un senso nella vita, senza il quale sento di non poter vivere – l'aiutare altre persone a sentirsi meno sole, meno disperate, “consolare gli umili”. Essere circondato da persone. La sofferenza mi sembra la cosa più reale e debilitante. Se tutto si può negare e relativizzare, la sofferenza è innegabile, come il “cogito ergo sum”. Ma non posso negare che a psicologia mi sento come una pecora tra i lupi. Sono sempre stato audace, ma non sempre ho la forza necessaria per andare contro alle mie paure. Nei legami sociali sono un po’ come un pianista che ha paura del piano. Nei momenti di forza vado e premo i tasti a caso, per poi allontanarmi in ansia, per poi cadere e riprovare (forse).
Di solito divido la mia vita in 4 periodi principali: Il prima di venire in Italia (6 anni fa, qualche giorno prima di iniziare il liceo), il prima dell’isolamento totale, l’isolamento (2 anni fa), e il dopo isolamento (due mesi fa). Prima dell'isolamento, ero come un atleta il quale, rotti i piedi, provava a toccare il traguardo facendo piccoli salti prima di cadere e farsi ancora più male. Adesso ho iniziato di nuovo a saltellare, ma fa ancora così male cadere... Ho riiniziato a suonare, ad andare a nuoto, persino a farmi docce fredde e meditare, tanto per dire che ho provato tutto per uscirne.
“Non ti vogliamo!”, “Non toccarmi con le tue sporche mani da rumeno”, ma anche umilianza, mancanza di rispetto, prese in giro, tentativi di farmi fare brutta figura davanti ai professori... Ma non era questo che mi feriva, quanto mi feriva il fatto di essere sempre solo, di non avere nessuno con cui parlare, che mi capisse, come se tutto il mondo si era alleato contro di me. Non ho nessun amico da 6 anni – nel senso di proprio nessuno. Trovavo come rifugio soltanto i libri e la chitarra (che ero incapace di suonare).
Quando tornavo a casa la situazione non era migliore - mia madre che prende medicine per l’ansia (crisi che sono iniziate per colpa mia), mia zia che è depressa, con tendenze hikikomorike, anche se va al lavoro (è tutto quello che fa), ma che ha anche il talento estremo di tirare giù anche tutti quelli che gli sono attorno e mio padre che è completamente assente.
Ho finito per odiare i miei, anche se non del tutto, come in una sorta di sindrome di Stoccolma. Sono i miei migliori amici, dipendo da loro per i soldi, ma non ho dei genitori, o qualcuno con qui parlare di cose veramente importanti. E mi impediscono di fare qualsiasi cosa mi possa permettere di uscire dalla mia situazione... Loro sono troppo rassegnati, forse, e non capiscono il mio bisogno di uscire, di vivere. Non sembra strana per loro la mia situazione, o, comunque, non le interessa e pensano di essere pazzo - e anch’io lo penso qualche volta. E non ho la forza di liberarmi o, meglio, ribellarmi. Non ho nessun posto dove andare. Le frecciatine che mi fanno male sono ancora piuttosto spesse (invece di darmi qualsiasi aiuto per uscire e come se non fossi già abbastanza io che mi critico e odio in continuazione).
Mi dicono “devi farti una ragazza”. Tutti mi dicono “devi farti una ragazza” (persino il medico di base al quale ho chiesto aiuto con la mancanza di erezioni). O persino mi insultano, dicendomi “vergine!”. E mi vergogno. Mi dicono “come non è così facile farsi una ragazza?”. E allora mi sento incapace. Non so stare al mondo. Vorrei una ragazza. Vorrei sentire di poter amare ed essere amato. Che qualcuno mi dica che sono ok. Sentirmi speciale e visto. Avere una vita. Non ho una vita. Qualche tentativo di relazione l’ho avuto (tra i 15-16 anni e i 18). Ma ogni volta perdevo interesse, forse per preservare la mia autostima nel caso sarei stato io a diventare noioso. Mi sento comunque un essere neutro. In qualche modo rifiuto la mia sessualità. Ma allo stesso tempo vorrei essere in grado di esprimerla. C’è un grande problema di vergogna, di paura di lasciarmi andare, del sentirmi piuttosto effeminato e rigido, sconfortevole nel mio corpo, del lasciare le persone che si avvicinino troppo e magari vedere il mostro che so di avere dentro... Non mi sento virile, non mi sento abbastanza maschile, (visto anche i problemi di disfunzione che ho), non so neanche chi sono veramente pur avendomi cercato per tutto questo tempo. Non sono pronto per una relazione. Non ho l'esperienza che dovrei avere alla mia età. Mi sa che non sono neanche ancora uscito dall’adolescenza. E non sono pronto per diventare adulto. Dopo l’esame di maturità la realtà della complessità e difficoltà della vita mi ha colpito in modi assurdi. E mi sembra persino egoistico farmi una ragazza o un amico – sento di togliere loro l’opportunità di essere in compagnia di qualcuno di migliore che possa veramente renderli felici. Ho un’autostima molto bassa. E non mi sento capace di essere veramente utile a qualcuno. (come quando ho cercato di trovarmi un lavoro senza riuscirci).
C’era un periodo in cui avevo dubbi se esistevo veramente. Ero come uno zombie, o una fantasma. Ero già morto, perché non uccidermi? Infatti, ero morto dal punto di vista sociale. E lo sono ancora.

Adesso mi era venuta l’idea di prendermi un cane. Pensavo fosse un altro fattore che mi possa permettere di uscire dalla mia solitudine (visto che ha aiutato alcune persone con la depressione). I miei non si fidano di me, però. Non pensano sia abbastanza responsabile o qualsiasi altra cosa. Viviamo comunque in appartamento e forse è vero che è un salto troppo grande. E già non ho abbastanza tempo e voglia per compiere le mie attuali responsabilità. Come faccio se diventerà un peso, come le relazioni con le ragazze che ho avuto?
L’impossibilità di attuare questo desiderio e il non vedere nessun’altra soluzione, però, mi fanno stare ancora più male.
Cos’altro potrei fare per continuare ad andare avanti? Quello che sto facendo è chiaro che non funziona più... E non trovo nessun motivo di esistere.
Grazie! So che è un sacco di roba, e non è neanche tutto, ma non saprei come riassumere meglio tutto questo. Voglio solo smettere di sentirmi male e incapace e disperato e riuscire a continuare lo studio, organizzarmi e superare gli esami - visto che sono impossibilitato nell’andare dallo psicologo (i miei non pensano funzioni o sia un vero mestiere) e non voglio né prendere medicine come mia madre. Ho momenti e momenti, poi, non sono sempre molto depresso, forse. Non saprei dirlo esattamente. Altre volte sento di impazzire e i pensieri suicidi sono tornati (mi ero dato circa 10 anni, ma in questo momento dubito di riuscirci).
Pensate sia possibile per me continuare psicologia? Forse se fossi andato all’università di arte (ipoteticamente, visto che non lo farei mai), almeno avrei trovato più persone “pazze” come me. Anche se mi piacciono i corsi e mi interessano, qualche volta sento di non appartenere in quell'ambiente dove tutti sembrano interagire, scherzare e formare gruppi. Gli altri sembrano normali, ci sono sorprendentemente pochi introversi (o forse sembra così perché non escono in evidenza). E io, con i miei capelli lunghi e neri, rannicchiato e spaventato in mezzo agli altri, fingendo di fare qualcosa di importante sul telefono, o parlare con qualcuno che non esiste, oppure, nei momenti migliori, che fingo di essere calmo e felice parlando con qualche ragazza a caso che non rivedrò mai più, come se ogni persona con cui parlo è inghiottita in un abisso quel giorno, appena esce dall’università, e non ritornerà mai più... Non so se sembro appartenere. Oddio vedermi nei vetri dei diversi edifici e sento che gli altri potrebbero sentire disgusto nel vedermi oppure un grande vuoto, come sento anch’io qualche volta nel parlare con loro. La mia vita pendola tra ansia, frustrazione, depressione e apatia. Senza parlare del peso che il sentirmi straniero e dover pronunciare il mio "strano" nome ha su tutto questo.
Mi chiedo quanto potrebbe aiutarmi un cane...

3 risposte degli esperti pubblicate per questa domanda

Gentile ragazzo, grazie per essersi aperto con noi e aver raccontato cosa sta vivendo e quanto sta soffrendo! Capisco non sia facile!


Parto da un "aiuto pratico" non so se nella sua facoltà c'è lo sportello di supporto psicologico per gli studenti universitari, ma se ci fosse potrebbe chiedere una consulenza psicologica, è gratuita. Vedrà che le sarà d'aiuto e non dovrà chiedere nulla ai genitori. Troverà persone preparate ed accoglienti e disposte e lavorare con lei per aiutarle a "riprendere il suo cammino, bloccatosi 6 anni fa".


Per quanto concerne il cane penso potrebbe essere un buon aiuto, uno stimolo in più per lei,  per poter uscire e non "rinchiudersi in camera" magari optare per  un cagnolino più adatto a stare in un appartamento. 


Spero di averle dato qualche utile consiglio.


Cordiali saluti.


Dott.ssa Verena Elisa Gomiero


 

Buon pomeriggio


leggendo la sua narrazione e in merito alla sua richiesta le risponderei che gli animali sono in sè stesso molto terapeutici e di grande aiuto se ci prendiamo cura dei loro bisogni : sono un buon antidepressivo, ci impongono di muoverci per portarli fuori casa (necessario per tutti i tipi di cane), sono fedeli al padrone, non richiedono la comunicazione verbale o sforzi cognitivi eccessivi, ci restituiscono affetto e vicinanza e tanti altri benefici.


Nessuna controindicazione. Le auguro buon approfondimento della psicologia, del suo carattere, della sua storia personale e familiare e di ...incontrare un bel cane.

Salve Bogdan, mi spiace molto per la situazione che descrive poichè comprendo il disagio ed il dispiacere connesso. 


Comprendo quanto possa essere difficile per lei convivere con questa situazione riportata.


Ritengo fondamentale che lei possa richiedere un consulto psicologico per esplorare la situazione con ulteriori dettagli, elaborare pensieri e vissuti emotivi connessi e trovare strategie utili per fronteggiare i momenti particolarmente problematici onde evitare che la situazione possa irrigidirsi ulteriormente.


In bocca al lupo per il suo percorso universitario.


Resto a disposizione, anche online.


Cordialmente, dott FDL

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