Elaborazione del lutto

A partire dalla perdita, passando per il lutto per arrivare alla rappresentazione

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La “perdita” di un oggetto appare, nel vissuto dell’individuo, come un continuum che può prendere due direzioni adiacenti ma opposte; la prima implica l’inevitabile complicazione della perdita di una parte del Sé, mentre la seconda si conclude, come aspetto essenziale, in termini di separazione, individuazione crescita e soggettivazione.

Lungo questo continuum vi sono tutta una serie di vissuti personali che si intrecciano con le esperienze pregresse inerenti la perdita, la propria struttura di personalità, le modalità soggettive di fronteggiare le influenze ambientali.

Nel primo caso la traumaticità della perdita emerge come vissuto abbandonico di un oggetto che solo in parte era stato visto come altro da Sé, così come è stato descritto nel mito di Orfeo ed Euridice e che diventa vuoto oggettuale.

Nella fase di soggettivazione, invece, l’identificazione sarebbe un gioco di cattura e rigetto dell’altro, di acquisizioni e di perdite dell’altro (Baldassarro, A. B., 2004).

La perdita come perdita del Sé implica la scomparsa del soggetto e la reazione a tale pericolo è associata all’angoscia.

Questo affetto, che porta a uno svuotamento libidico e di senso del mondo, può attivare diverse modalità di reazioni, dalla meno grave alla più severa, a seconda della struttura di personalità soggiacente.

Più si scende in basso sull’asse del livello di funzionamento e più si abbassano i livelli di mentalizzazione, i processi di simbolizzazione, la capacità di decodificare le emozioni e cresce l’intensità dell’angoscia, per cui l’elaborazione del lutto risente proporzionalmente di tali variabili. Le modalità di reazione al lutto possono essere svariate, ma alcune si rivelano particolarmente interessanti, in quanto comprendere le varie forme di evitamento del lavoro del lutto aiuta a capire come invece si struttura l’evoluzione “normale” della perdita.

Alcune varianti patologiche del lutto che ho ritenuto degne di nota sono: le inclusioni dell’oggetto perso all’interno dell’Io (mania e melanconia), la formazione della cripta e la depressione essenziale delle organizzazioni borderline (Bergeret, J., 1976). Attraverso la mania l’individuo nega la perdita completa dell’oggetto, anzi, verso di esso è piuttosto ambivalente e alterna momenti di trionfo, unito al disprezzo dell’oggetto e all’onnipotenza. Spesso correlata a queste caratteristiche è il diniego, la scissione e la discontinuità psichica. Il diniego è la perdita interiore della capacità di riconoscere una realtà come traumatizzante, mentre con la scissione viene ad essere perduta la comunicazione tra due parti diverse dell’Io.

L’Io, cioè, pur tenendo conto della realtà nega questi due aspetti scissi, senza però che essi entrino in conflitto tra di loro. In questa forma di scissione la rappresentazione del sé coinvolta nella fase maniacale è completamente slegata rispetto alla rappresentazione del sé della fase eutimica.

Questa mancanza di continuità psichica non sembra però infastidire il paziente ed è vissuto, insieme ai sintomi maniacali o ipomaniacali, come egosintonica e spesso non come un disturbo; bensì come il riflesso di un loro modo di essere (Gabbard, G. O., 2005, p. 231). Nella melanconia l’affetto depressivo sarebbe la reazione soggettiva alla perdita di un oggetto incorporato e sovrainvestito narcisisticamente, che comporterebbe un’emorragia libidica e uno svuotamento di senso del mondo interno.

Con la perdita di quest’oggetto viene meno la funzione di ritorno narcisistico, che l’oggetto garantiva al soggetto.

In questo caso, quindi, perdere l’oggetto significa anche perdersi, perdere una parte di sé. Eugenio Gaddini è stato uno degli autori che ha ben spiegato questi aspetti sul funzionamento primitivo della mente, quando afferma che “l’incorporazione orale sembra condurre alle fantasie di fusione mediante incorporazione e alle introiezioni, nella direzione di avere, di possedere l’oggetto. Nella carica narcisistica queste due disposizioni di base coesistono, perché le imitazioni e le introiezioni coesistono e ciò può dar ragione del fatto, indicato da Freud che, nelle identificazioni da lui dette primarie, il rapporto con l’oggetto sia insieme l’una e l’altra cosa” (Gaddini, E., 1969, p. 164). Questo funzionamento psichico primitivo è stato definito, dall’autore, come “imitare per essere” e implica l’incapacità di percepire direttamente uno stimolo esterno. “Il meccanismo legato alla percezione è invece l’introiezione (...). L’avvento delle percezioni sembra costringere “il bambino a uscire mentalmente fuori dal proprio corpo e ciò che ora insorge è il desiderio che l’oggetto esterno - che all’inizio appare nella mente come una parte di sé fuori di sé - venga riunito al Sé, attivamente mettendolo dentro di Sé. L’introiezione serve in origine a questo scopo” (Gaddini, E., 1969, p.718).

L’autore, quindi, differenzia il funzionamento fisico che corrisponde all’incorporazione per via orale come modalità “imitare per essere”, da una modalità un po’ più evoluta di “imitare per percepire” e che corrisponde al meccanismo dell’introiezione.

Entrambe le due modalità, introiezione e imitazione, andranno incontro ad un’integrazione mentale, che porterà alla “nascita psicologica” e il grado di riuscita di questo processo condiziona la “capacità di internalizzare” mentalmente l’oggetto e soprattutto la possibilità di dominare le angosce originarie, organizzare un Sé e un Io sufficientemente stabile e raggiungere la capacità di amare e di identificarsi (ivi).    

L’Io difatti sembrerebbe prendere cognizione dagli investimenti oggettuali, come stratificazione, tollerandoli, oppure cercando di respingerli mediante la rimozione. Ciò autorizza a pensare che il carattere dell’Io nelle prime fasi di sviluppo sia “il sedimento degli investimenti oggettuali abbandonati, contenente in sé la storia di tali scelte d’oggetto” (Freud, S., 1922); in altre parole l’Io nasce dal lutto originario, come lavoro ed elaborazione della perdita degli oggetti.

Solo attraverso questo lutto, come sottolineava anche Gaddini (1969), vi può essere la nascita della rappresentazione, che si rivela come l’erede dell’uso della percezione e del rappresentante psichico della pulsione: connessa all’aspetto pulsionale del Sé e del mondo esterno, determina la formazione di desideri, fantasie, investimenti ed è alla base dello psichismo.

Ma perché questo patrimonio possa parlare ancora “nostalgicamente” dentro di noi, l’oggetto o la relazione devono essere perduti e ritrovati, assenti e pur presenti: l’Io lo si trova nel momento in cui si perde, scrive Racamier (1992): è il lutto originario, il lutto dell’oggetto primario-madre e Sé-Io ideale narcisistico.

In altre parole il lutto di Sé, nella costituzione della propria struttura psichica, passa da un processo di fantasmatizzazione primaria, che implica una profonda ferita al narcisismo primario, per accedere al piacere condiviso della relazione. La costruzione fantasmatica si fonda quindi su questo legame di piacere, a scapito del legame biologico. Questo accordo simbolico con il riconoscimento della realtà è ciò che si definisce fantasmatizzazione secondaria, processo che conduce all’acquisizione della capacità di distinguere il proprio Io dalla persona dell’Altro e quindi di riconoscere le proprie origini (Visconti, N, et al., 2012).

Questo processo trasformativo si compie attraverso il passaggio fondamentale che dal mondo dell’immutabile, del concreto, del percepito posta al movimento, al simbolico, al rappresentato. È il passaggio dal Narciso immobile e perfetto, ma fondamentalmente mortifero, in quanto non può desiderare altro che sé stesso, al Narciso della bellezza armonica che fa riferimento ad Eros, creatore di legami e dunque erofora (Costantini, M.V., 2001). È il passaggio da un Io ideale narcisistico, megalomanico, muto e statico, ad un ideale dell’Io in divenire, come creazione di un “ponte” dalla nostalgia distruttiva, malinconica, alla nostalgia desiderante e che coincide in terapia con l’attraversamento del dolore del lutto delle origini, non più impensabile, e che dona la possibilità di uscire dalla situazione mortifera che diviene erofora.

La nostalgia, altrimenti, può assumere i connotati di algos malinconico, regressivo, esperibile come sentimento oceanico di illimitatezza, comunione col tutto e all’origine dell’esperienza mistica. Essa è segno del vissuto dell’assenza collegata all’esperienza di una perdita oggettuale e del Sé implicato, che riporta ad un vissuto di Sé svuotato, indice di una “ferita” non rimarginata e ritorno in un “non luogo” del passato, che è il corpo della madre.

Secondo il pensiero di Costantini (Racalbuto, A., et al., 2001), la nostalgia può essere vista sotto questo aspetto mortifero, oppure può essere intesa anche come desiderio “eroico” (il pathos platonico), o nostalgia ri-creativa, bilanciata, come riconoscimento delle proprie origini, attuazione dei processi identificatori-disidentificatori e realizzazione dei propri desideri e di una pienezza-libidico-emotiva. Quest’ultima intesa come componente desiderante, strutturante l’Io e le relazioni, che vede la trasformazione delle “lamentazioni” in conquista di nuovi affetti e prospettive di vita. Essa assume valenza positiva in quanto è passaggio dalla ripetizione, come coazione a ripetere, alla progettazione di una memoria del futuro: ponte di contatto tra il proprio senso di esistenza passato e presente e futuro. Consapevolezza della perdita e capacità di reinvestimento oggettuale. La nostalgia, perdendo così il suo aspetto di ritorno “mortifero” in un “non-luogo” utopico, dai connotati onnipotenti e grandiosi tipici del vissuto malinconico, assume le caratteristiche di un ponte, che collega passato e futuro e getta una luce sul domani: sullo scorrere fluido delle nostre esperienze e trasformazione dell’algos melanconico in un affetto “desiderante” in cerca di vita e di una prospettiva progettuale.

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