Anoressia

Anoressia: le famiglie come risorsa

Dott.ssa Valentina Nappo contattami

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L’anoressia è una patologia che ha una lunga incubazione: questo significa che per poterla studiare, comprendere, curare occorre partire dall’infanzia e capire come, a partire da quest’età, si siano gettate le basi di un progetto distruttivo che, continuamente, mette la persona di fronte alla morte, la sua. 

Basti pensare al significato che ha il cibo proprio nell’infanzia. L’allattamento al seno è fondamentale per il neonato non solo perché è nutrimento, ma anche perché attraverso di esso avviene un importante contatto affettuoso con la madre. Per un genitore, l’affetto per un figlio si dimostra anche attraverso la cura e l’attenzione per  la sua alimentazione e ribadisco anche, ma non solo. Ci sono genitori che, invece, sono carenti nella capacità di dare amore e, in maniera compensatoria, sviluppano una preoccupazione ossessiva ed eccessiva per il cibo da dare ai figli: se i propri bambini mostrano appetito e mangiano tutta la papà si sentono “adeguati” perché riescono nel loro compito. L’equivalenza tra amore e cibo è in questi casi portata all’eccesso e spiega in parte come, per protesta, per rifiuto o anche solo per avere più amore i bambini possano imparare sin da piccoli a comunicare simbolicamente i loro bisogni attraverso il comportamento alimentare.

Passano gli anni e una figlia*, ormai non più piccola, sente di non poter dire ai genitori che quella relazione le sta un po’ stretta, che vorrebbe essere amata in modo qualitativamente diverso e allora rifiuta il loro amore/cibo, oppure lo mangia e poi lo vomita. È infatti frequente che l’anoressia si associ a comportamenti bulimici, come vomito autoindotto, uso di lassativi ecc. per espellere la quantità smodata di cibo assunta. E con il cibo vomita la rabbia, la delusione, la sofferenza, l’amarezza e tutte le paure a cui non è possibile dar voce. Ha “fame d’amore”, eppure l’attenzione di tutti è sul rifiuto del cibo, sul peso corporeo, sul problema “fisico”, piuttosto che sull’urlo di dolore e sulla richiesta di aiuto che si cela dietro queste condotte.

L’anoressia esprime su un piano simbolico l'idea di una crescita impossibile.

Cosa significa crescere? Significa doversi necessariamente separare dai genitori, differenziarsi da loro, non averne più bisogno, vederli invecchiare e morire. Significa farsi donna, riconoscere e accettare un corpo che cambia, accogliere nella propria vita un uomo e avere un’intimità con lui, generare. In una famiglia ove vigono regole disfunzionali tutto questo non è possibile: non è possibile crescere perché questo avrebbe costi emotivi non sostenibili per la ragazza anoressica e per tutti i membri della famiglia. Una figlia malata è una figlia eternamente “piccola” perché ancora bisognosa dei genitori e delle loro cure, è dipendente da loro perché da sola non può farcela e loro sono dipendenti da lei perché è questo il compito dei genitori, proteggere i figli. Tutti prigionieri in una “gabbia” d’oro dove però ci si sente al sicuro, ciò che è fuori fa paura e deve essere evitato. Una delle caratteristiche delle famiglie delle anoressiche è, infatti, l’isolamento: pochi amici, pochi contatti, pochi incontri se non quelli strettamente indispensabili. Un sistema dove non è possibile denunciare da subito un malessere perché questo significherebbe svelare al mondo intero un malfunzionamento e quindi “tradire” la propria famiglia. Ed è così che, un po’ alla volta, il dolore si esprime servendosi del corpo, un corpo che viene continuamente devastato, svilito, martoriato, fino a quando il disagio non diventa tragicamente visibile a tutti.

È quando la patologia è diventata ormai grave che in genere arrivano le prime richieste di aiuto. In questi casi il trattamento familiare, associato alla psicoterapia individuale e a quella di gruppo, è fondamentale. L’obiettivo di questo intervento non è colpevolizzare i genitori ma aiutare tutta la famiglia a lavorare su un disagio che deve essere comunicato con modalità più sane ed evolutive, a ridefinire il significato del sintomo a livello relazionale, a capire quali sono i comportamenti di tutti che alimentano o contribuiscono a mantenere il sintomo, a esplorare le risorse inespresse e a capire come ciascuno può aiutarsi, aiutare l’altro e migliorare i rapporti reciproci.

Una famiglia che ha contribuito a far ammalare uno dei suoi membri è la stessa che può aiutarlo a guarire.

 

* sebbene l'anoressia si stia diffondendo in maniera preoccupante anche tra gli uomini, rimane tuttavia una patologia più comune fra le donne. Si stima che il rapporto maschi/femmine sia di 1 a 9.

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