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  L’anoressia è un disordine, o disturbo, alimentare che porta alla volontaria astensione dal cibo, fino al rischio di morte.

E’ un disturbo in crescita nella popolazione, in particolare femminile (il rapporto maschi-femmine è di circa 1 a 9 – secondo i dati statistici, riportati in letteratura), che si va estendendo fino all’età pediatrica, e allargando oltre i 50 anni, soprattutto nelle donne, anche se l’età media prevalente, in cui il disturbo insorge, è intorno ai 17 anni.

L’anoressia e la bulimia  sono disturbi gravi che, nell’arco del tempo, portano a danni sensibili per la salute della persona. Nel 35% dei casi si accompagnano a depressione, possono condurre a pulsioni autolesive e suicidarie e, sul piano organico, comportano vari disturbi, anche di una certa gravità: amenorrea, osteoporosi, gastriti croniche, danni ai denti e alle gengive ecc.

L’anoressia non è un’anomalia dell’appetito o la manifestazione di ‘semplice’ desiderio di emulare le modelle della moda e le star del mondo dello spettacolo.

E’ un disturbo molto più grave, che affonda le sue radici in un disagio profondo, riconducibile ai traumi e alle ferite dell’infanzia.

Infatti, benché venga spesso associato al desiderio di emulare le indossatrici, e quindi ricondotto all’influenza che la pubblicità e le icone proposte dai mass-media esercitano sulle giovanissime, in realtà l’anoressia nasconde molto di più.

E’ per lo più difficile immaginare cosa ci sia dietro al comportamento anoressico: l’anoressica è fiera della sua capacità di controllare l’impulso della fame, orgogliosa di riuscire ad esercitare la sua volontà, fino a ‘trionfare’ su un bisogno primario, come quello della fame. Ma quella che presenta al mondo, come una maschera di potenza, nasconde in realtà una sofferenza profonda, una sofferenza che riporta all’infanzia, ad una ferita che ha segnato un punto di rottura con l’altro, una rottura dove sono andate a sedimentarsi la paura e la solitudine, l’isolamento, l’impossibilità di parlare con qualcuno del proprio vissuto doloroso.

L’ideale di purezza e non contaminazione, che l’anoressica esibisce in modo da sembrare quasi ‘eroica’, nasconde in realtà un appello, una domanda di aiuto e di attenzione, di cui talvolta nemmeno essa è consapevole. Infatti la sofferenza che cela, ha le sue radici nell’inconscio, radici ben nascoste e difficili da riportare alla luce.

I dati delle cure mediche più diffuse non sono confortanti: secondo l’APA (American Psychiatric Association), solo una bassa percentuale di coloro che soffrono di anoressia, guarisce completamente: due terzi di essi continuano ad avere problemi di relazione con il cibo ed il peso corporeo; mentre il 40% circa continua a manifestare sintomi di bulimia. Come se ciò non bastasse, la mortalità per anoressia, laddove il trattamento non è tempestivo ed efficace, è piuttosto alta: raggiunge il 20% in persone ammalate da più di vent’anni.

Attualmente, secondo una stima effettuata dall’ ABA (Associazione per l’Anoressia e la Bulimia), che da più di vent’anni opera nel campo in Italia, tra l’insorgere del sintomo e la sua cura, intercorre un tempo mediamente superiore a 9 anni, con conseguenze gravissime, dati i danni associati a questa condotta alimentare.

E’ dunque importante intervenire e, possibilmente, in modo tempestivo. Ma come aggirare l’indubbia difficoltà costituita dal fatto che l’anoressica non avverte di essere malata?

Il più delle volte è solo il passaggio a una fase bulimica a segnare uno stato di disagio, che porta l’anoressica a rendersi conto, angosciosamente, del suo stato di malessere. L’orgogliosa, ‘eroica’, capacità di dominare la fame, ad un certo punto, si direbbe fortunatamente, lascia il posto ad un accesso di fame che sembra non esaurirsi mai.  Un passaggio che l’anoressica vive come dolente, questo sì, anzi devastante, tuttavia questo passaggio mostra uno squarcio di verità: finalmente sembra che l’anoressica abbia fame, una fame enorme … Ma di che cosa ha veramente fame?

La crisi bulimica, passaggio quasi obbligato per rendersi conto che una sofferenza c’è, è  in genere il momento che può spingere a domandare una cura, ad interrogarsi sulla propria sofferenza, a cercare quindi un aiuto per ritrovare un equilibrio da tempo perduto, o che forse non c’è mai stato.

La cura per chi soffre di anoressia/ bulimia non è da ricercarsi in una tabella dietetica, benché l’incontro con le cure mediche si renda spesso inevitabile, dati gli effetti patogeni che vanno a toccare il corpo e la salute nel suo complesso, ma piuttosto in un luogo dove poter portare l’antica sofferenza che l’anoressica si porta dietro, dove misurarsi con la necessità di riprendere in mano la propria storia singolare e di interrogarsi per ritrovare un punto di verità che la riguarda.

Per questo gli approcci basati su consigli dietetici falliscono nella gran parte dei casi ed un’impostazione della cura, basata sulla somministrazione di consigli e prescrizioni di diverso tipo, ha scarsa possibilità di incontrare l’ adesione del/della paziente.

Nell’anoressia si tratta di mettersi all’ascolto della sofferenza profonda e nascosta, che si cela dietro la maschera della dominanza sui propri impulsi.

Si tratta proprio di questo: di sollevare il velo di questa maschera, che copre il mondo degli affetti, perché non di cibo e di peso, ma di affetti e di rapporti è importante parlare con chi soffre di anoressia.

 

 

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