Bulimia

Mangiare troppo o troppo poco: i disturbi dell'alimentazione

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Sono poche le persone che diventano obese per disfunzioni dell’organismo, nella maggior parte dei casi è l’eccesso alimentare protratto nel tempo a determinare le disfunzioni organiche.

Spesso si mangia molto e male, ci si nutre con sregolatezza, senza considerare il reale fabbisogno energetico individuale. Ben presto ci si ritrova con un eccesso di adipe difficile da eliminare, se non a costo di diete rigorose. Questa condizione fisica ha poi delle implicazioni a livello cardiocircolatorio e respiratorio e allora possono insorgere malattie come il diabete etc.


Ma allora perché si mangia troppo?


Si suppone che l’assunzione abbondante di cibo vada a colmare una serie di altri bisogni che non sono stati soddisfatti: si mangia allora per saziare l’amore, l’affetto, il desiderio sessuale, il bisogno di autorealizzazione che non si sono ottenuti o che non si riesce ad ottenere. In secondo luogo, una persona può diventare obesa per placare uno stato d’ansia di fondo.

Secondo il fisiologo Schachter, chi abbonda nel cibo non risponde a stimoli interni, cioè alla fame, ma piuttosto sarebbe spinto da stimoli esterni, quali la vista, l’odore e il gusto del cibo, la qualità, la quantità e anche l’orario.


Poi c’è il caso di chi invece, rifiuta il cibo; la mancanza di appetito o il disgusto per il cibo vanno a configurare quella malattia che si definisce “anoressia nervosa”. Il rifiuto progressivo e sistematico di alimentarsi viene osservato soprattutto, nelle giovani donne dai quindici ai venti anni. Il dimagrimento ne è la conseguenza più evidente.

Tuttavia, queste persone non presentano una riduzione dell’attività fisica, come a rigor di logica, si potrebbe pensare e spesso conservano buone capacità intellettive.

L’aspetto più frequente in questi casi è un esagerato timore di riacquistare il peso normale. L’estrema magrezza non impedisce alla giovane di sentirsi comunque troppo grassa e di considerare i cibi come oggetti cattivi da cui difendersi espellendoli dal corpo tramite i lassativi o vomitando subito dopo i pasti. La repulsione per il cibo riflette il rifiuto per il proprio corpo e verso la propria sessualità, tutto ciò proprio in una fase della vita in cui sboccia e quindi si rende sempre più palese ed evidente la femminilità.

Si osserva quindi nella giovane donna un ritorno al periodo infantile, ovvero una regressione caratterizzata da una forte dipendenza dalla figura materna, verso cui allo stesso tempo, si evidenziano moti ambivalenti di vicinanza e di rabbia. Quando questo tipo di anoressia si presenta in forma leggera, un ricovero ospedaliero che allontani la paziente dall’ambiente familiare, un’alimentazione giustamente controllata, sono solitamente sufficienti a ristabilire la situazione in breve tempo.

Un’ adeguata psicoterapia infine, che porti ad una comprensione e accettazione del proprio corpo e quindi a sentirsi bene in esso e all’accettazione della propria sessualità, intesa sia come senso d’identità femminile che come istinto e comportamento sessuale, farà in modo che anche il cibo venga accolto come necessario, proprio a quel corpo che prima era disprezzato. In altri casi purtroppo, la cura di questi disturbi presenta problemi non indifferenti.

È chiaro come questa malattia sia il risultato di un intreccio di fattori somatici e di disturbi psicologici più o meno gravi ed è per questo che impegna lo studio di medici, fisiologi, psichiatri, psicologi e psicoanalisti.

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