A proposito della comunicazione: la comunicazione interculturale
L’attuale situazione internazionale mi spinge ad una riflessione su alcune realtà di cui abbiamo sempre sentito parlare e che si stanno riproponendo con frequenza, nei media occidentali, da più di 3 anni ormai: incontri bi- multilaterali, negoziati, “missioni di Pace”, forze di peace-keeping, ecc., realtà che pongono grossi problemi di comunicazione, soprattutto di comunicazione interculturale che diventa un tema cruciale nelle occasioni dello scambio comunicativo con la popolazione locale, ma anche nell’incontro con gli appartenenti a contingenti militari di altre nazionalità, o tra la componente civile e militare della missione.
Diverse culture si incontrano, ma spesso lo scambio comunicativo da occasione di incontro diventa occasione di scontro. E’ possibile, allora, il dialogo? E quale strada deve percorrere?
L’analisi deve affrontare i due aspetti della situazione comunicativa: l’aspetto interindividuale-intergruppale e quello contestuale.
Rispetto al primo, bisogna porre attenzione ai processi cognitivi, le motivazioni, le differenze culturali che agiscono nelle relazioni. Sono importanti le “impressioni“ che abbiamo degli altri, impressioni determinate dall’aspetto esteriore, innanzitutto, dalla comunicazione linguistica, ma anche dai segnali non verbali e quelli non linguistici del parlato (es. la qualità della voce)).Per quanto riguarda la comunicazione verbale sono d’accordo con Kwame Anthony Appiah[i] nel considerare il linguaggio uno strumento troppo povero nella ricerca di una comunicazione soddisfacente perché è sempre influenzato da una sorta di consenso sui significati. E’ necessario allora fare uno sforzo di immaginazione per porsi con una apertura e senza posizionamento rigido nei confronti del messaggio che sta per essere scambiato, così da usare “…la conversazione non solo in senso letterale, ma anche come metafora per indicare il coinvolgimento, l’incontro con le esperienze e le idee degli altri. (…) La conversazione non deve necessariamente portare al consenso… è sufficiente che abitui le persone ad abituarsi l’una all’altra” (Appiah 2007, p. 88).
In più bisogna considerare anche come una persona che interagisca con uno straniero in una lingua non propria sul piano concettuale, continui a pensare secondo le proprie regole e categorie concettuali, conservando i propri codici extralinguistici che vengono, erroneamente, concepiti come universali.
Può essere pericolosa la percezione del testo prodotto secondo le regole di un’altra cultura se non si tiene conto proprio della particolarità di quella cultura. Allora può succedere che un inglese ritenga un testo spagnolo troppo fumoso e che questo voglia coprire qualcosa di non chiaro; allo stesso modo l’italiano può ritenere il testo inglese troppo superficiale, ed entrambi, inglesi ed italiani, tenderanno a ritenere il testo orientale una perdita di tempo. Dobbiamo poi considerare anche il fenomeno della traduzione, un fenomeno complesso che si trova a dover affrontare la complessità della semantica, l’attribuzione di significati. Per esemplificare è il problema che può verificarsi anche all’interno della stessa cultura nella comunicazione tra sessi; basta riflettere sulla diversità che esiste tra un uomo ed una donna sul concetto di “fare l’amore” o “avere una relazione”.
Passando ad esaminare l’aspetto della comunicazione non verbale bisogna, innanzitutto, riconoscere la difficoltà di gestire il linguaggio del corpo in quanto questo, per lo più, è inconscio; tuttavia, gran parte della comunicazione avviene su questo piano e le differenze culturali, qui, possono provocare dei veri disastri comunicativi. Gestualità accentuate come quella di noi italiani possono essere considerate troppo teatrali nel nord Europa; contatti fisici possono non essere graditi in molte culture, e comunque, hanno una serie di regole non scritte estremamente importanti. La prossemica studia l’utilizzo dello spazio nelle comunicazioni interpersonali ed evidenzia come le distanze che manteniamo con gli altri negli eventi comunicativi, la “distanza personale”, non è uguale in tutte le culture; e capita così che alcuni nord europei possano sentirsi invasi nel loro spazio personale a contatto con mediterranei o arabi eccessivamente espansivi. Anche il guardarsi negli occhi può dare adito a cattive interpretazioni, considerato in alcune culture come un segnale di sincerità, ma in altre un atto di scortesia (in Giappone); così, ancora, il tono della voce (alto o basso), la stretta di mano (debole o vigorosa, ad un uomo o ad una donna) l’uso della mano sinistra (considerata impura nei paesi arabi). E’ indispensabile, quindi tener conto di questo tipo di comunicazione, e soprattutto è importante conoscere la possibilità di significati diversi dai propri.
Un altro aspetto importante della comunicazione interindividuale ed intergruppale è quello relativo ai processi di categorizzazione ed alle conseguenze nella formazione di stereotipi e generalizzazioni, processi che normalmente usiamo per rappresentarci un’altra persona in quanto appartenente ad un outgroup percepito come entità unica. Sono questi processi di categorizzazione sociale che innescano giudizi e valutazioni rispetto alle persone di altre culture con la possibilità di conseguenze negative nel processo comunicativo (si pensi alla campagna mediatica contro “l’Islam” conseguente all’attentato dell’11 settembre).
La psicologia sociale, secondo il modello teorico Social Identity Theory (Tajferi e Turne, 1986, cit. in Mucchi Faina 2006), individua fondamentalmente due pregiudizi che agiscono nella relazione intergruppi e che sono legati ai processi di identificazione sociale ed approvazione con il gruppo: 1) noi siamo i bravi; 2) loro non sono bravi. Naturalmente ci sono differenze tra culture individualiste, che attribuiscono il successo alle proprie capacità e l’insuccesso agli altri ed alle situazioni, e le cultura collettiviste, in cui i successi sono legati alla fortuna e gli insuccessi alla propria mancanza di talento.
Infine, va considerato il ruolo della componente affettiva, con particolare riferimento al ruolo dell’ansia e dello stress anche nel favorire forme di pregiudizio nascoste.
L’esperienza delle missioni internazionali di pace individua sicuramente:
- Il caso di minacce realistiche; in questo caso si teme la messa in pericolo dell’esistenza, del benessere, del potere del proprio gruppo d’appartenenza da parte dell’outgroup:
- Il caso di minacce simboliche; torniamo alle differenze di valori tradizioni, stili di vita che si incontrano nel contatto con culture ed ambienti differenti;
- Il caso di interazione con i membri dell’outgroup, che porta le persone a provare la paura di essere rifiutate, umiliate, ridicolizzate.
Altri fattori stressanti individuati da Pietrantoni e Prati ( Pietrantoni e Prati, 1998) sono:
- il rapporto con colleghi e superiori, importante per la determinazione della percezione di sé e delle proprie capacità, ma facile ad aspetti disfunzionali come abusi, prepotenze o molestie sessuali quasi che il coinvolgimento ad azioni di tipo bellico possa giustificare l’allentamento delle norme (non solo) interne;
- le criticità quotidiane;
- la mancanza di spazio personale privato;
- la difficoltà di comunicazione con i familiari.
Riconosciuti i processi che si attivano in situazioni interindividuali, mi sembra utile cercare di concludere riportando l’attenzione a quella che credo sia la questione centrale della comunicazione, il contesto e la relazione tra i comunicanti, con l’obiettivo di trovare delle indicazioni che possano “depurare“ la comunicazione dagli effetti negativi di pregiudizi e stereotipi che abbiamo nei confronti dell’universo culturale dei nostri interlocutori.
Alcuni meccanismi sembrano operare nel contesto delle relazioni tra gruppi. Sicuramente la durata del contatto, che, influenzando il processo di assimilazione della cultura dell’outgroup, si trova ad avere una parte rilevante nel processo di identificazione sociale contribuendo a fenomeni quali l’assimilazione, la separazione, la marginalizzazione.
E’ importante, per comprendere il contesto, anche lo status di conflittualità nelle relazioni tra gruppi. Da questo punto di vista, il conflitto è maggiore quando i contatti tra i gruppi sono scarsi.
Infine nella comprensione del contesto è importante tenere conto della differenza tra culture e misurare la loro distanza.
Qualunque sia il criterio adottato per misurare la distanza culturale (le 6 dimensioni di Hofsted, piuttosto che il modello delle 3 dimensioni di Swartz, ad esempio), è importante capire che nel confronto tra universi culturali la percezione di questa distanza è particolarmente importante. Più l’interlocutore è percepito come lontano, più cresce la tendenza a utilizzare rappresentazioni stereotipiche.
Agendo su questo versante, si può operare concretamente per superare distanze, barriere e incomprensioni. Sebbene il bilinguismo possa facilitare le relazioni interculturali, ancora più determinante è intervenire rispetto alle condizioni effettive in cui i comunicanti interloquiscono. Sostanzialmente, queste condizioni riguardano il ruolo svolto dalle aspettative, dalla motivazione e dalla volontà di comprendere e di essere compresi, di condividere lo stesso intento relazionale, ma sono necessari anche la volontà di prestare attenzione, la fiducia nella possibilità di instaurare un buon rapporto, il desiderio di impegnarsi e di cercare di accettare le diversità dell’altro .
La mancanza di apertura nei confronti dell’interlocutore nasce spesso, come si è visto, dagli stereotipi più o meno impliciti. Il contatto tra gruppi differenti può mitigare questa influenza categoriale, più facilmente quando i due gruppi hanno uno status simile, siano interdipendenti tra loro e debbano cooperare per raggiungere un obiettivo condiviso. E’ importante che le istituzioni favoriscano il rapporto in questo senso.
Si può, poi, agire a livello cognitivo e di consapevolezza, oppure attivare processi empatici. In entrambi i casi l’obiettivo è riconoscere la qualità dei propri pregiudizi e, nello stesso tempo, comprendere meglio la realtà culturale e/o affettiva dell’altro.
Di fronte a questa realtà così complessa e differenziata, soggetta a diverse variabili, è indispensabile, allora, spingere sempre più verso l’acquisizione di una competenza comunicativa interculturale considerando la necessità di due presupposti: 1) la consapevolezza dei limiti culturali del proprio modo di pensare, sentire e agire; 2) la motivazione a comunicare con persone di altra cultura.
Lasciamo, evidentemente, il campo della formazione tradizionale, quella fondata sull’informazione utile per lavorare e per vivere in una data cultura, per entrare in quello della formazione interculturale, tendente, appunto, alla ricerca della consapevolezza delle differenze culturali col fine ultimo della collaborazione fruttuosa.
Devo ritenermi, su questo punto d’accordo, anche se con la consapevolezza delle difficoltà derivanti dalla proposta, con quanto affermato da Balboni (1999) circa l’auspicabilità di una formazione sul campo secondo un sistema di autoapprendimento basato sull’osservazione e l’annotazione personale di alcuni parametri quali il tempo, la gerarchia, il potere, la correttezza, lo status, l’uso del corpo, l’uso simbolico di oggetti o, in alternativa, una formazione d’aula che offra occasioni di training per mezzo di simulazioni, giochi di ruolo, sedute sociodrammatiche.
Il sistema pone al centro l’esperienza personale del soggetto in formazione che viene così a confrontarsi con la diversità cognitiva tra quello che ritiene di sapere ed il sapere “diverso”.
Il confronto può mettere in dubbio certezze precedentemente acquisite e provocare sentimenti quali il nervosismo, la paura il senso d’inferiorità; sul piano affettivo intervengono dinamiche che incidono sull’immagine del sé, sulla propria autostima, sulla percezione delle proprie competenze.
Ma l’acquisizione di competenze ed esperienze, ed una loro valutazione “sul campo” possono sicuramente contribuire ad accrescere la fiducia nelle capacità e competenze personali sviluppando quei sentimenti di autostima, sicurezza e stabilità che favoriscono il superamento degli ostacoli alla comunicazione interculturale dovuti allo stress che gli incontri interculturali possono provocare, esperienze, insomma, che sappiano rendere le persone in grado di riconoscere la diversità, capirla, sentirla in maniera empatica.
La possibilità dell’incontro passa dunque attraverso l’esplorazione e la condivisione dei vissuti emotivi, oltre che cognitivi. Diventa allora imprescindibile la partecipazione al processo; è impossibile la delega.
Per finire voglio proporre l’esperienza e l’insegnamento di Carl Rogers, forse il massimo teorico della comunicazione inter e infra gruppale. Rogers iniziò la sua proposta per la mediazione di tensioni internazionali con l’articolo “Dealing with Psycological tensions” nel 1965. Nel 1972 ha partecipato ad un meeting in Irlanda del nord tra cattolici e protestanti. Seguirono , dal 1986, numerosi workshop per la riconciliazione di gruppi antagonisti. Il piu’ famoso , forse, è quello in Rust, Austria 1986, in cui si incontrarono personalità di spicco , politiche soprattutto, dell’America latina per risolvere questioni politico - economiche di quell’area. Ci furono poi il workshop in Ungheria ( rappresentanti di 27 nazioni per una diversa collaborazione produttiva) ancora nel 1986 ,e in sud Africa nel 1987 (Rogers e Russell, 2002).
Sono state esperienza di forte impatto culturale e, soprattutto, emotivo, che esplicitano la esperienza dell’incontro; le parti all’inizio non si riconoscono e si vivono come antagonisti, c’è un conflitto di relazione tra chi ha ragione e chi ha torto. Lo spazio gruppale di Rogers offre l’occasione di esprimere ed elaborare il conflitto per mezzo dell’accettazione dei sentimenti ed il passaggio al confronto emozionale.
In più – ed è questo il risvolto determinante e rivoluzionario dell’applicazione della psicologia umanistica nel campo delle relazioni internazionali – Rogers non cerca una diversa distribuzione del potere (come se il potere fosse una cosa predeterminata nella quantità per cui togliendola ad alcuni ne beneficiano altri), ma cerca invece di conferire potere, di accrescere a tutti la disponibilità del proprio potere, ossia della capacità di incidere sugli avvenimenti per poter limitare la sensazione di inadeguatezza che porta, in assenza di alternative , alla svalutazione dell’altro. L’aumento della percezione del proprio potere porta alla possibilità del confronto col “nemico”.
Rogers non tenta di controllare le pulsioni aggressive, modalità su cui si fondano gli interventi di peacekeeping e che ha importanti ricadute sulla capacità di comunicare, tentando di NON far incontrare le fazioni rivali; al contrario , auspicando l’esperienza della “facilitazione”, tenta la più franca espressione dei sentimenti negativi per “facilitarne”, appunto, l’elaborazione e successivamente tentare la ristrutturazione cognitiva del conflitto, una rivalutazione del dialogo interculturale e di ogni singola persona che partecipi al processo collettivo. Avviene una decodificazione culturale, una scoperta delle emozioni ed un ricongiungimento a livello ontologicamente piu’ antico.
[i] Kwame Anthony Appiah (nato nel 1954) è filosofo, saggista e docente alla New York University . Per Appiah, il cosmopolitismo non significa perdere la propria identità, ma imparare a viverla in relazione con gli altri. Siamo tutti cittadini di più mondi, portatori di storie, lingue e tradizioni diverse. L’etica globale nasce dal riconoscimento della nostra interdipendenza e dalla volontà di dialogare, ascoltare e imparare continuamente. https://vivereconfilosofia.substack.com/p/kwame-anthony-appiah-identita-cosmopolitismo
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