Comunicazione e Formazione

Sono arrabbiato/triste/impaurito…perché? Come lo comunico?

Dott.ssa Eleonora Rinaldi contattami

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Spesso ci capita di provare una sensazione di benessere se non addirittura di felicità durante una serata con gli amici, di piangere guardando una scena triste di un film, di arrabbiarci con nostro figlio per un suo comportamento o di “sudare freddo” e avere i battiti cardiaci accelerati prima di parlare in pubblico. Raramente però ci fermiamo a riflettere sulle sensazioni che tutto questo suscita in noi o sul perché ciò avvenga, ma è importante comprendere il nostro mondo emotivo per meglio comprendere noi stessi.

 

Cosa sono dunque le “EMOZIONI”?

 

Il termine emozione deriva dal latino “e-motus” che significa sia «muovere da» sia «scuotere, sconvolgere» e descrive quella sensazione relativa a qualcosa che si muove dentro di noi, che ci anima in un dato momento e che scuote, sconvolge il nostro equilibrio interiore, non solo in negativo ma anche in positivo. A tal proposito è bene precisare che le emozioni non sono mai, in quanto tali, negative perché hanno un ruolo adattivo, ci permettono, infatti, di affrontare al meglio l’ambiente e la situazione che stiamo vivendo ora. Prendono vita nella zona del nostro cervello più primitiva e che ha il compito di garantire le nostre funzioni primarie alla sopravvivenza. Pensiamo, ad esempio, alla paura: di fronte ad una situazione/persona/animale che ci spaventa il nostro corpo reagisce facendo aumentare la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna, permettendo così maggiore afflusso di sangue ai muscoli in modo da favorire l’eventuale attacco o fuga. Tutto ciò a favore della sopravvivenza poiché il nostro cervello ha registrato la situazione come pericolosa per la nostra vita. Ma perché, ad esempio, proviamo paura o sentiamo ansia di fronte ad una persona che non sta minacciando la nostra vita? La risposta proviene da alcuni psicologi di matrice cognitiva che spiegano tale meccanismo in questo modo: la nostra reazione emotiva, ovvero l’emozione che noi proviamo (sia essa paura, rabbia, tristezza, felicità) dipende strettamente dal modo in cui noi interpretiamo ciò che ci sta accadendo o, riprendendo l’esempio, dal valore che diamo alla persona che in questo momento ci sta spaventando. Pertanto non è la persona in sé che spaventa quanto il modo in cui noi la percepiamo. Ecco perché persone diverse reagiscono in modo diverso di fronte agli stessi eventi.

 

Questo offre un ampio margine di cambiamento poiché sta a noi fermarci un attimo e chiederci: “come mai mi sento impaurito/arrabbiato/frustrato ecc. di fronte a questa persona?” favorendo in questo modo una maggiore conoscenza di noi stessi.

 

Quali sono le emozioni?

Esistono alcune emozioni che vengono ritenute primarie ed altre secondarie in quanto derivano dalle prime o sono semplicemente una loro forma più blanda o intensa. Le emozioni primarie sono:

Tristezza: si prova di fronte ad una perdita, non solo relativa ad un lutto, ma anche alla perdita dell’amicizia di una persona, al cambio di città, ad un progetto lavorativo che non ha funzionato. Si riferisce a qualcosa o qualcuno a cui tenevamo molto e che ora abbiamo perso; è un ancoraggio al passato.

Rabbia: emerge quando sentiamo che la nostra autostima e ciò a cui teniamo di più sono stati intaccati, offesi, sminuiti. Emerge nelle situazioni di pericolo non tanto fisico quanto psicologico. Serve a risolvere i problemi nel presente.

 

Paura: come accennato in precedenza, siamo spaventati da eventi, cose, persone, animali che minano la nostra sopravvivenza fisica. È una delle emozioni più intense che, se presente in molte situazioni della vita quotidiana in modo rigido, può sfociare in patologie come l’attacco di panico, ansia generalizzata o nei vari tipi di fobia. Con la paura e con l’ansia la mente contribuisce a risolvere un problema nel futuro.

Felicità: è legata ad uno stato di benessere, di serenità e, quindi, ad una situazione che favorisce la salute e la nostra crescita.

 

Sorpresa: siamo sorpresi quando non ci aspettiamo un particolare fenomeno o non siamo preparati di fronte ad un evento. Le nostre pupille si dilatano, in modo da far entrare più luce possibile nella nostra retina, favorendo da parte del nostro cervello una più veloce e precisa elaborazione di ciò che ci sta succedendo.

 

Disgusto: è una delle emozioni più primitive, permette, attraverso i sensi, di percepire odori e sapori che potrebbero essere nocivi se non addirittura tossici per il nostro organismo. È proprio attraverso la classica smorfia (bocca all’ingiù come a voler sputare il cibo, arricciamento del naso per allargare le narici) o attraverso il vomito che il corpo espelle ciò che non tollera.

 

Come comunicare le emozioni?

È molto importante riconoscere le emozioni, saperle etichettare e dar loro un nome, aiutando i bambini fin da piccoli in questa impresa poiché solo in questo modo possono incrementare la loro intelligenza emotiva e divenire adolescenti e adulti capaci di gestire le proprie reazioni all’interno delle relazioni con gli altri. Per fare questo è, però, necessario essere genitori e adulti consapevoli riguardo la propria vita interiore.

Uno dei modi per migliorare il rapporto con sé stessi e, di conseguenza, con gli altri è quello di saper comunicare le emozioni e le sensazioni che proviamo. Ciò è possibile utilizzando i «messaggi io», un tipo di comunicazione che favorisce la presa di responsabilità di chi parla e riduce al minimo le incomprensioni.

 

Facciamo un esempio: Una madre torna a casa alla sera dopo una lunga giornata di lavoro e suo figlio gioca e saltella per la stanza facendo confusione. È stanca e frustrata e gli dice: “Basta! Sei una peste!”. L’interpretazione che il bambino fa è “sono cattivo e faccio solo arrabbiare la mamma”, messaggio che è ovviamente errato poiché non rispecchia il reale stato d’animo della madre.

 

Attraverso il “messaggio io” la comunicazione sarebbe stata più efficace, dicendo ad esempio “ora la mamma è stanca e vorrebbe che tu parlassi più piano e facessi meno confusione”, in questo caso il messaggio che giunge al bambino è “la mamma è stanca e vuole che io sia più calmo”. Con i bambini più piccoli funziona questa comunicazione alla terza persona, ma la struttura generale dei “messaggi io” comprende tre parti:

 

IO MI SENTO/SONO (EMOZIONE) …….QUANDO TU………..E VORREI CHE…………

 

Questo è un ottimo modo per comunicare in modo responsabile ciò che proviamo, non colpevolizzando l’altro e non offendendolo. È molto importante applicare questo tipo di comunicazione con i bambini ma è altrettanto importante utilizzarla nei nostri scambi quotidiani con partner, colleghi e amici. Alcuni esempi di “messaggi io”:

  • Non mi sento a mio agio a lavorare qui;
  • Comincio a sentirmi insicura quando non ti sento per giorni e vorrei che ci telefonassimo/scrivessimo più spesso;
  • Mi da fastidio quando lasci la luce accesa, ti sarei grato se la spegnessi quando non sei nella stanza;
  • Quando non mi lasci parlare mi irrito molto e vorrei che non lo facessi.
  • Mi fa molto piacere quando ceniamo tutti assieme.

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