Disturbi dell'alimentazione

DIETE: Quando il rimedio diventa peggiore del problema

Dott.ssa Stefania De Blasio contattami

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Quando pensiamo di perdere peso facendo solo una dieta, senza tener conto delle emozioni legate al cibo e al nostro modo di mangiare, abbiamo già perso in partenza. L’effetto negativo a lungo termine di una gestione inappropriata delle emozioni è l’aumento di peso. Tale condizione a sua volta produce emozioni e stati d’animo negativi che spingono le persone a sottoporsi a programmi dietetici e trattamenti di dimagrimento. Affrontare il problema agendo soltanto sull’aspetto nutrizionale spesso non produce i risultati auspicati.

Capita spesso che una volta iniziata una dieta emergano delle difficoltà a portarla a termine o a mantenere il peso raggiunto.

Tali esperienze fallimentari, se sommate insieme,  peggiorano ulteriormente il problema poiché inducono un senso di scarsa forza di volontà ed efficacia personale, impotenza, contribuendo ad abbassare ulteriormente l’autostima e ad assumere un atteggiamento demotivato e rinunciatario.

Per questo motivo è importante conoscere ed agire non solo sugli aspetti nutrizionali, ma anche sugli aspetti emotivi che potrebbero ostacolare un buon rapporto con il cibo.

Molte volte un programma di dimagrimento può essere destinato al fallimento, perché non si è considerato, e quindi non si è modificato, il rapporto tra emotività e cibo.

Essere passivi rispetto al problema alimentare ed assumere un atteggiamento di delega, sono condizioni che facilitano l’insorgenza ed il mantenimento di stati d’animo negativi.

In tale ottica risulta fondamentale la collaborazione fra la figura del Dietista e quella dello Psicologo/Psicoterapeuta, poiché occupandosi sia della natura alimentare sia della dimensione psicologica del problema, si ha la possibilità  di agire più efficacemente.
Le abitudini alimentari sono anche veicolo di comunicazione all’interno del gruppo familiare e rispecchiano atteggiamenti ed abitudini . Alcune frasi “tipo” sono  esplicative di  questo “modo” di comunicare utilizzando l’alimento:

“Se non mangi, non esci!”
“Mangia questo alimento… perchè l’ho preparato per te!!”
“Fammi la cortesia, mangia!!”
“Se non mangi mamma piange!!”
Questo spaccato di frasi “comuni”, sicuramente più  ricco perché ognuno di noi può integrarlo con tante altre frasi, attingendo al proprio ricordo, ma anche dall’ immaginario collettivo, a conferma che alimentarsi ed alimentare non è un semplice comportamento di consumo, ma rientra in una fascia di comportamenti che riguarda fattori biologici, socio-psicologici, nutrizionali, clinico-medici ecc.

Nessuno di noi, infatti,  mangia solo sostanze inerti, ma anche simboli, tradizioni, abitudini,associati agli alimenti e fortermente radicati nelle relazioni sociali e collettive, ma anche, spesso, in quelle che intratteniamo all’interno della famiglia.

La “famiglia” è, infatti, sia pure  con diverse letture legate alla storia dei costumi e alle mode, il focus delle prime esperienze alimentari  e della formazione delle scelte. Queste ultime  richiedono competenze sia di tipo informativo ( notizie raccolte intorno agli alimenti), che di tipo culturale (abitudini) e cognitivo( apprendere ad utilizzare o meno certi alimenti, conoscerne  le componenti nutrizionali, i valori nutrizionali ecc), ma anche  vere e proprie  relazioni con persone significative che,  nel tempo, creano una rete di informazioni a cominciare dalla scuola fino ai mass media.

Sella base delle proprie tradizioni,abitudini,  tipo di apprendimento, stile di vita ecc, ognuno di noi diversifica le sue scelte.

I fattori che incidono sulle scelte sono  importanti, prima del consumo e dopo di esso, e spesso  sono diversi  :   la scelta iniziale è spesso percettiva, sui  colori, le forme, gli odori di un  ambiente, e la seconda è più legata alla  propria abitudine alimentare ( come cucinare un alimento, come conservarlo, il suo costo, la marca ecc)

Fra i diversi fattori che incidono sul determinare   i comportamenti, la differenza di genere, è particolarmente importante. Le donne e gli uomini, infatti, fanno scelte alimentari, statisticamente, diverse, non solo per le diverse caratteristiche biologiche che contraddistinguono i due diversi generi, ma anche per gli stili di vita diversi e i differenti sentimenti associati alla nutrizione, compresi pregiudizi e i “falsi miti” o certezze alimentari che affondano le loro radici in terreni diversi.

Il profilo alimentare femminile tende a credere che alcuni alimenti garantiscano la “magrezza” che ,in genere, la donna occidentale moderna ritiene vincente. In molte inchieste,  da noi condotte, la ricerca della “magrezza” viene rincorsa da molte donne, consumando formaggi , identificandoli con l’attributo di “leggeri”, evitando la pasta in quanto ha maggiore potere ingrassante ecc.

Le conseguenze dei falsi miti,  conducono a stili alimentari “ad hoc”, spesso sconclusionati sul piano nutrizionale!

Poichè le motivazioni ed i bisogni che ruotano intorno alla salute e al corpo, in rapporto all’alimentazione, sono diversi fra uomo e donna, anche gli stili alimentari ripercorrono queste differenze.

Questo intricato, ma affascinante mondo dell’alimentazione, spesso viene illuminato solo dalla pubblicità, con luci non certo imparziali, alimentando falsi bisogni e confusioni di comportamenti molto evidenti

Le abitudini vengono  da lontano e spesso non ci si riflette abbastanza, ma il  primo messaggio “alimentare” avviene in famiglia, in fasi molto precoci, con l’allattamento e con lo svezzamento.

Solo verso i 3, o 4 anni il bambino incontra con  la scuola, in genere, nuovi modelli alimentari; spesso  si “scontrano” i due mondi, sia per gusto che per  modi di preparazione e spesso le famiglie contrastano  l'”educazione”alimentare scolastica e  i comportamenti  del bambino ne risentono : confusione, inappetenza, capricci, ipernutrizione  ecc

La seconda grande rivoluzione “alimentare” avverrà nell’adolescenza, quando il desiderio di autonomia e identità si esprimerà anche seguendo scelte alimentari fuori casa e più simili a quelle dei gruppi dei coetanei che della famiglia, instaurando gerarchie diverse,  dove l’alimento è importante non come nutriente, ma come mezzo di incontro o di piacere : gustoso,  da consumarsi insieme, nei “cult” dei fast food o dei pubs, in modo itinerante, mangiando dovunque a tutte le ore!!

Pur se l’adolescente cambia abitudini, in contrasto con quelle del gruppo familiare,  lo stile con il quale è stato trasmesso il comportamento alimentare in famiglia, lascia spesso il segno perchè è intriso degli stili  dominanti delle personalità  familiare.

Fra gli stili di personalità più frequenti  in soggetti che rivelano alterati comportamenti alimentari, spiccano il “perfezionismo” e l’autoritarismo dicotomico ( o si fa così – o non si fa niente ! è il modello base di questo tipo di personalità) e questi  “tratti” sono  spesso  quelli che hanno prevalso nella famiglia, oppure sono una formazione reattiva a tratti troppo lassisti.

Il perfezionismo e il pensiero dicotomico.se troppo esasperati, possono nuocere al buon equilibrio del comportamento, mentre se, più realisticamente, vivono l’errore come  modalità di esperienza formativa  e contengono le frustrazioni, possono essere di stimolo a molti comportamenti equilibrati

Molti stili di personalità che si riflettono  in “modalità educative” sono presenti in alcuni disturbi del comportamento alimentare che, più o meno gravi, ricadono comunque nello stile di vita individuale, condizionandolo e alterandolo scatenando  una serie di  difficoltà genericamente  definibili “disturbi della condotta alimentare”

I disordini alimentari spesso si esprimono con  instabilità dell’umore, ricerca affannosa della performance corporea, diete  fai da te, esasperate e inutili ecc.

Molti di questi disturbi  sono gravi epur ricadendo   in sintomatologia  che hanno aspetti alimentari ( inappetenza,  o eccesso alimentare), sono principalmente disturbi   che riguardano le specializzazioni  della Psichiatria, Neuropsichiatri e la Psicologia .

Quando si parla in questi termini, ci si riferisce a vere e proprie malattie come l’Anoressia Nervosa, la Bulimia Nervosa e il Mangiare Compulso e non a disturbi del comportamento alimentare.

L’Anoressia, Bulimia, e il “Binge Eating” o Compulsione, sono malattie che, per essere diagnosticate, debbono essere oggetto di osservazione non solo del medico, in prima istanza  di famiglia, al quale il genitore deve rivolgersi ai primi “sintomi”, ma, ribadiamo, dagli specialisti ad hoc!!

Spesso le famiglie  sono spaventate dalle parole “psichiatria ” o consimili e, invece,   queste malattie appena citate, prese in tempo, si contengono ed anche risolvono, alleviando, con la cura, la vita del paziente  oltre che della sua famiglia.

Alcuni campanelli d’allarme da “osservare” : – Se un figlio adolescente di 12, 13, 14 anni, protrae e persiste nel rifiuto costante verso ogni tipo di cibo; se  si allontana troppo spesso appena finito di mangiare e si rifugia in bagno; se preferisce mangiare isolato dalla famiglia  o pone attenzione esasperata alla sua immagine corporea; se nega fortemente ogni verità sulla magrezza del proprio corpo…,questi sono alcuni  dei più evidenti e semplici sintomi, che  vanno discussi con il proprio  medico .

Altri disturbi dell’alimentazione   “meno” gravi ma ugualmente socialmente  con ricadute pesanti  nell’aspettativa di vita del paziente, sono le iperalimentazioni  con sovrappeso e obesità.

Spesso conseguenza di scorrette modalità di alimentarsi ( mangiare in continuazione e dovunque”Nomadizzazione”, fare un solo pasto , fare pasti solo liquidi, ricorrere a diete continue ed autosommistrate ecc sono  esperienze che  molti obesi  hanno in comune, prima di diventare obesi!!); l’obesità  si accompagna anche a disturbi della pelle, disturbi dell’umore, dell’apparato muscolare ed osseo, cardiovascolare ecc.

L’obesità, grande fantasma che copre molti paesi “ricchi” è spesso frutto di insane e pregiudiziali competenze che penalizzano molti alimenti a fronte di altri, con  associati sbagli e pregiudizi, ma anche frutto di stili di vita sedentari, escluse le obesità di tipo  genetico.

Spesso l’obesità dei genitori si estende ai figli, ma anche spesso  i bambini sono  “ciccioni”,di per sè, perchè le mamme li “affogano ” di alimenti seguendo insani fantasmi di “benessere” pregiudizialmente associato all’aspetto “florido”  come espressione di “salute” o perchè essi stessi, integrano con merendine e snack i pranzi fatti in casa,  aggiungendo calorie a calorie e non  applicando attività fisica  adeguata.

Poichè spesso in età giovanile l’alimento tende ad essere scelto per  i suoi aspetti “edonistici”, il permanere di questo criterio di scelta giuoca un ruolo  a favore  non certo della frutta e verdura, che non sfoggiano alto potere gustativo, mentre  vengono privilegiati  cibi grassi e dolci, che fisiologicamente sono  molto palatabili.

L’industria, che ne propone in continuazione( merendine, patatine, caramelle, bastoncini, fagottini ecc), ne conosce la suggestione gustativa e la enfatizza con sorprese, immagini, fantasie, logo, spot, animazioni…

Questi alimenti vengono spesso consumati più per il loro forte potere gustativo, che non per un eventuale giudizio nutrizionale su di essi e rivelano  scelte di consumo più basate su aspetti  “emotivi” ( mi piace,  lo mangio in compagnia, mi fa piacere ecc) che ” conoscitive” ( nutrienti, calorie, stato della fame ecc)!!

La pubblicità   enfatizza questi prodotti, con linguaggio persuasivo, seguendo regole di comunicazione che perseguono sopratutto  il profitto; tutto ciò, associato  alla facilità di reperimento di molti di essi, al loro costo spesso a buon mercato,   alle scarse conoscenze intorno alla loro “biodisponibilità” o  l’assorbimento che ne facciamo, la scarsa attività fisica costante che ci caratterizza, la gustosità del prodotto, la facilità di conservazione   ecc, coattivano molti altri fattori e si confluisce facilmente verso il sovrappeso che distingue gran parte della popolazione occidentale, nonostante tanto e continuo impegno  della medicina preventiva!!

La psicologia, applicata all’alimentazione,è una branca recente e, insieme alla medicina preventiva e alla scienza dell’alimentazione, propone qualche “blando” e superficiale suggerimento, per sottolineare l’importanza di  non  disgiungere  la conoscenza cognitiva dal piacere  di gustare cibi, rimettendo l’alimento al ruolo di mezzo” per la vita  e non “causa” di essa, riposizionandolo nel dovuto “posto” nelle relazioni affettive e sociali. Per  concludere, suggeriamo maggiore   senso critico verso i messaggi pubblicitari, maggiore attenzione agli stimoli della fame e a quelli della sazietà e attenzione a nutrire  non il “fantasma” che è in noi, ( il solitario, l’aggressivo, l’abbandonato, il goliardico, la  maliarda, il perdente ecc), ma  le nostre esigenze più vere, riflettendo con attenzione, non solo sulle informazioni nutrizionali, ma anche  sulla nostra personalità, le nostre relazioni, il nostro stile di vita.

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