Disturbi dell'alimentazione

I disturbi alimentari in adolescenza

14 Luglio 2020

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I disturbi alimentari in adolescenza

Durante l’adolescenza si è molto condizionati dalla pressione sociale e dalla percezione della propria immagine. Le caratteristiche dell’adolescente lo rendono particolarmente sensibile e, in presenza di specifiche condizioni, facilitano lo sviluppo di problematiche legate al cibo.
Le cause possono essere varie: il disturbo alimentare a volte è un modo per esprimere un disagio derivante da rapporti familiari conflittuali, da eventi traumatici passati o dalla difficoltà di relazionarsi con i coetanei. Spesso si riscontra un senso di personale inefficacia, l’intensa paura di diventare fisicamente ed emotivamente adulti e la tendenza al perfezionismo. Gli eventi esterni da cui può aver inizio il disturbo sono situazioni in cui l’adolescente deve confrontarsi con separazioni, perdite, cambiamenti familiari, esami, malattie fisiche, conflitti con il gruppo dei pari.

I comportamenti anoressici esordiscono generalmente nella prima adolescenza ed esprimono un valore estremo attribuito alla magrezza, che può derivare dal fatto di essere in sovrappeso e sentirsi socialmente non adeguati. La valorizzazione della magrezza è accompagnata da vissuti nei quali il dimagrire diventa fonte di esaltazione, di onnipotenza e di invulnerabilità. Il disturbo prevale tra le ragazze, ma è da molto tempo in aumento anche tra i ragazzi. L’anoressia manifesta il desiderio di indipendenza totale dal mondo esterno (= controllare la necessità di cibo) in cui il pensiero del cibo è ossessivamente presente e il corpo diventa oggetto di controllo onnipotente. Il comportamento anoressico è un modo di ribellarsi e stabilire la propria autonomia per evitare di essere feriti. L’equilibrio che la persona anoressica cerca di raggiungere tramite il controllo del cibo e della fame rappresenta il tentativo di superare ogni dubbio, debolezza o conflitto e di non avere bisogni, che la rendono dipendente e ricattabile dall’ambiente.

Al contrario dell’anoressia, i comportamenti bulimici rappresentano una spinta irrefrenabile e ossessiva verso il cibo, accompagnata da frequenti forme di ansia. La persona bulimica scarica sul cibo un profondo bisogno di attenzione e di affetto, esprimendo una richiesta di aiuto che non potrà mai essere soddisfatta. La sofferenza bulimica è meno evidente perché non è presente il marcato sottopeso che invece contraddistingue l’anoressia. Nel disturbo bulimico i tratti prevalenti sono l’ossessione e la preoccupazione per il cibo (come nell’anoressia) intervallati dalla spinta incontrollabile verso di esso. Questo porta l’adolescente che ne soffre ad attraversare periodi di restrizioni alimentari alternati a periodi di abbuffate, spesso seguiti dal vomito autoindotto per eliminarne le conseguenze sul corpo. Alle abbuffate si accompagna un temporaneo sollievo dall’ansia e il successivo immenso senso di colpa. Quando la persona bulimica percepisce i propri vissuti di vuoto profondo ingerisce enormi quantità di cibo nel tentativo di riempirli e di accaparrarsi tutto l’amore del mondo. Poi si rende conto di aver riempito solo il corpo e allora il cibo ingerito diventa un pieno intollerabile. Liberarsi dal cibo equivale alla sensazione di onnipotenza e di controllo della realtà.

Sia i comportamenti anoressici che quelli bulimici possono portare a conseguenze gravi sulla salute e in alcuni casi di disagio avanzato si può arrivare alla morte a causa di complicazioni cardiovascolari.

La psicoterapia è indispensabile per esplorare le cause del disagio interiore che hanno scatenato il disturbo e per ricostruire con il paziente le ragioni dei suoi comportamenti disfunzionali, in modo che egli impari a gestirli. Attraverso una buona relazione terapeutica il cibo e il corpo perdono gradualmente il ruolo di mediatori emotivi e l’adolescente si avvicina ai propri sentimenti e alle proprie emozioni più profonde. La difficoltà maggiore è la resistenza che questo tipo di pazienti hanno a raggiungere la consapevolezza del loro disagio. Il contesto terapeutico di accoglimento permette loro di affrontare la sofferenza e di cogliere il proprio modo di essere rispetto agli atri. Se il disturbo è in fase avanzata è necessario un lavoro di equipe che comprenda le figure del medico, dello psichiatra, del nutrizionista e dell’endocrinologo. E’ fondamentale collaborare con la famiglia: sia per aiutare i genitori che sono spettatori impotenti del processo autodistruttivo del figlio, sia per stimolare quest’ultimo all’autonomia e alla realizzazione personale. I genitori hanno bisogno di capire quali siano i comportamenti più adeguati da tenere e di sapere quali sono i motivi da cui derivano i disturbi del figlio. Il percorso terapeutico porta alla ristrutturazione dei legami familiari, portando i genitori a riappropriarsi del loro ruolo in termini di protezione e di affetto. Oltre al percorso individuale, possono quindi essere utili anche dei colloqui in cui siano presenti i familiari, al fine di sciogliere i nodi relazionali e favorire la comunicazione fra loro.

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