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~~Non è un caso che quando ci sentiamo apprezzati e accolti da un punto di vista affettivo e relazionale avvertiamo anche noi stessi come più desiderabili e piacevoli dal punto di vista fisico. Il rapporto con il proprio corpo rappresenta un percorso esistenziale in continuo divenire, come ci percepiamo riflette il livello di amabilità che abbiamo interiorizzato da parte del mondo esterno.


Accettare in modo armonico le proprie caratteristiche estetiche deriva, infatti, dal livello di conferme affettive e personali ricevute dall’ambiente sociale. In particolare, il senso di adeguatezza o di rifiuto che si è interiorizzato nelle esperienze relazionali significative, come quelle con i propri genitori o con i pari, permette, ai modelli sociali della bellezza di influenzare in modo più o meno decisivo la valutazione di se stessi. Essere sicuri delle proprie capacità e stimare le proprie qualità individuali, deriva dai feedback positivi appresi da parte dei propri punti di riferimento e rappresenta la base per essere più o meno suscettibili ai condizionamenti estetici derivanti dal mondo esterno.


Il condizionamento dei canoni e dei prototipi sociali coinvolge chiunque, ma ciò che cambia è il grado di importanza che gli viene attribuito. Più ci sentiamo fragili e insicuri e più deleghiamo all’esterno l’approvazione di noi stessi, di come siamo e di come appariamo. Questa delega però ci rende eccessivamente vulnerabili e contribuisce a mantenere bassa l’autostima, in quanto spesso le rassicurazioni non sono mai abbastanza ed è sufficiente una sola critica per far sì che la persona vada in crisi. 


Non è infatti un caso che nei disturbi del comportamento alimentare, caratterizzati da un rapporto così alterato con il cibo e con il proprio corpo, il corpo venga utilizzato come strumento sociale, come un modo per attrarre e respingere l’altro. Il dimagrimento iniziale spesso determina apprezzamento da parte degli altri e da importanti conferme personali. Il problema è che spesso il corpo diventa l’unico canale di comunicazione di sé all’Altro. Questo porta la persona affetta da Disturbi del Comportamento Alimentare a incentrare la propria vita, i propri pensieri, le proprie emozioni sul tentativo di corrispondere alle caratteristiche socialmente desiderabili della bellezza attuale, a tal punto da annullare la propria esistenza, i propri reali bisogni, le proprie necessità autentiche ed intime.

Nei disturbi del comportamento alimentare, infatti, si assiste proprio ad un’alterata valutazione delle proprie dimensioni fisiche cioè della cosiddetta immagine corporea. Slade (1994) la descrive come “l’immagine che abbiamo nella nostra mente della forma, della dimensione, della taglia del nostro corpo e i sentimenti che proviamo rispetto a queste caratteristiche e rispetto alle singole parti del nostro corpo” facendo quindi riferimento alla rappresentazione soggettiva che ogni persona ha del proprio corpo. Quando si verifica una mancata corrispondenza tra il corpo reale ed il corpo soggettivamente percepito, si parla di distorsione dell’immagine corporea, che risulta essere una costante dei disturbi di anoressia e bulimia e nelle altre patologie della condotta alimentare, in cui la persona si sente e si vede più “grassa” di quanto effettivamente non sia.

La mancata accettazione delle forme corporee presente in queste problematiche comporta un senso di inadeguatezza ed insoddisfazione di sé da comportare un vissuto di estraneità e di rifiuto verso la propria intera persona, generando una persistente ansia sociale che può anche arrivare all’isolamento completo e a disagi di tipo depressivo.


Le ricerche scientifiche in questo campo affermano che l’immagine corporea deriva dalle esperienze emotive e relazionali del soggetto, formatesi fin dai primi anni di vita, come il rapporto con i genitori, con i pari, con i riferimenti affettivi più importanti della persona. Ciò vuol dire che il tipo di relazioni che ciascuno ha vissuto nel corso del tempo, soprattutto durante l’età infantile e adolescenziale, portano ad attribuire delle caratteristiche più o meno realistiche al proprio corpo e, di conseguenza, a viverlo con dei sentimenti più o meno positivi.


Sentirsi belli equivale, insomma, a sentirsi amati.
E’ necessario perciò prendersi cura delle ferite affettive e relazionali e rivedere così lo stesso rapporto con sé, per poter rimarginare anche il rapporto col proprio corpo.

 

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