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Continuo a pensarci e ripensarci, non riesco a staccarmi da questi pensieri, divento cupo e triste e perdo il contatto con ciò che sto facendo... Queste frasi che mi ripetono spesso i miei pazienti, descrivono un elemento chiave del disturbo ossessivo compulsivo (DOC): la presenza di pensieri, impulsi o immagini mentali, che vengono percepite come sgradevoli o intrusive dalla persona.

I pensieri, vissuti come irrazionali ed invalidanti,  attivano forti sensazioni di ansia come nodo allo stomaco, battito cardiaco accelerato, tensione muscolare, senso di soffocamento ed emozioni di paura, disgusto e colpa. I pazienti spesso descrivono inoltre sensazioni di perdere il controllo e di impazzire, poiché si rendono conto che le reazioni fisiche ed emotive ai pensieri sono esagerate ma di contro non riescono ad evitarle o gestirle.

Per tale ragione i pazienti si sentono costretti a mettere in atto compulsioni, ovvero comportamenti ripetitivi o azioni mentali che permettono di alleviare momentaneamente il disagio provocato dalle ossessioni. Le compulsioni però hanno un effetto inibitorio nel breve termine, vale a dire che il paziente sente un sollievo momentaneo e placa il pensiero, ma fungono da elementi di mantenimento del disturbo a lungo termine perché innescano un circolo vizioso in cui più si cerca di mettere alla prova la validità dei pensieri più si attiva una modalità dubitativa che  genera insicurezza.

Cosa si può fare? Le più accreditate linee guida internazionali per il trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo indicano come trattamenti elettivi sia la terapia cognitiva comportamentale (TCC), sia la terapia farmacologica con farmaci inibitori della ricaptazione della serotonina (SRI). 

L’approccio cognitivo comportamentale con le terapie di terza generazione come l’ ACT (Acceptance and Commitment Therapy) utilizzano la mindfulness per sostenere il percorso di consapevolezza del paziente: in particolare insegnano a focalizzare l’attenzione sul momento presente, su ciò che si sta facendo e sui propri obiettivi senza lasciarsi guidare dai pensieri disturbanti.  La defusione, cioè la capacità di distanziarsi dai propri pensieri imparando a non lasciarsi guidare dai pensieri “disfunzionali” permette al paziente di recuperare fiducia nelle proprie capacità mentali.

La pratica della mente che osserva  permette al paziente  di riconoscere le proprie reazioni agli stati interni. La validazione dell’esperienza percettiva insegna un nuovo rapporto con l’esperienza sensoriale, utilizzandola in modo da ottenere una visione della realtà chiara e contrastare la modalità dubitativa tipica del disturbo.

Infine il focus viene posto sull’accettazione e sulla promozione di un atteggiamento di auto-compassione poiché Il senso di colpa patologico, il senso di responsabilità e la non accettazione dei propri limiti sono fattori che mantengono il disturbo nella sua componente ossessiva.

 

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