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Gli esperimenti di Selye sullo stress

A cavallo tra gli anni '20 e '30 del secolo scorso Selye, a seguito dei suoi studi, definì lo stress come

una condizione aspecifica che permette all'organismo di adattarsi a qualunque sollecitazione gli venga imposta, mentre stressor - o agente stressante - è il fattore che spinge l'organismo all'adattamento.

Gli esperimenti di Selye [1] nacquero da alcune sue ricerche sugli ormoni sessuali: iniettava nei topi degli estratti ovarici per vedere quali fossero le conseguenze sull'organismo. Il suo scopo era quello di scoprire un nuovo ormone ma scoprì invece un fatto fondamentale: gli stessi effetti sull'organismo dei topi si presentavano anche se iniettava estratti diversi rispetto a quelli ovarici (di placenta, di ipofisi, di reni, di tessuto muscolare...).

Anche se il suo obiettivo  andò completamente fallito (procurandogli per altro un forte stress!) seppe riconsiderare il risultato dell'esperimento in un'altra ottica, ponendosi una domanda fondamentale: perchè si ottiene la stessa risposta ad aggressioni completamente differenti?

Successivamente gli studi si spostarono (fortunatamente per noi) dai topi all'uomo  e si concentrarono anche sugli agenti stressanti di tipo psicologico e sociale, ponendo alcuni principi relativamente allo stress:

  1. Lo stress può essere negativo, ma il più delle volte è positivo: lo stress è una medaglia a due facce.
    • La prima faccia della medaglia è che, fino ad un certo punto, gli stressor danno tono all'organismo e alla psiche. Si parla in questo caso di Eustress, o stress benefico (un grado ottimale di stress migliora lo stato di salute, rende meno sensibili alla monotonia, migliora le capacità di concentrazione, apprendimento, memoria, ecc.)
    • La seconda faccia della medaglia è che il continuo accumularsi di stressor porta ad un'attivazione fisiologica e psicologica eccessiva, imponendo sforzi esagerati e innaturali e portando l'individuo dapprima ad una fase di sopportazione - resistenza, e successivamente ad un periodo di esaurimento e logorio. Si noti che quando questo succede suonano una serie di campanelli d'allarme - sintomi organici e psicologici - che ci avvisano che stiamo entrando in questa fase.[2]
  2. Nell'uomo gli stressor più comuni sono di tipo psicologico e sociale. Scrive Selye:

È ovvio che le aggressioni dirette all’organismo (una ferita, un’emorragia, un’infezione o un’intossicazione) possono avere un peso considerevole… Tuttavia, normalmente si incontrano più spesso gli stimoli emotivi; inoltre, anche i disturbi organici hanno un effetto deleterio in gran parte proprio per la reazione emotiva che risvegliano, sia essa di paura, di dolore o di frustrazione. Così si può senz’altro affermare che lo stress non dipende tanto da ciò che facciamo o da ciò che ci accade, quanto dal modo in cui lo interpretiamo.

  1. Lo stress, di per sé, non è nè positivo né negativo. L’organismo risponde in modo praticamente uguale ad eventi spiacevoli e piacevoli, positivi e negativi: un film comico e uno del terrore hanno lo stesso effetto organico. Quasi sempre le vicende più belle della vita sono molto stressanti… insomma, come intuì Selye tutto deriva da “come uno la prende”. La differenza invece si pone tra eustress e distress: se l’esperienza non è voluta sentiamo di non dominare l’ambiente. Se corro per 200 metri per fare esercizio avrò alla fine una sensazione di benessere, se corro per 200 metri perché ho paura di perdere il treno e rischio di arrivare in ritardo in ufficio con conseguente pericolo di licenziamento… vivrò una sensazione di ansia e insicurezza.

 


Lo stress oggi

Ma oggi, a distanza di quasi un secolo dagli esperimenti di Selye è cambiato qualcosa?

Sicuramente il principio che sta dietro al concetto di stress è sempre valido, ed anzi più attuale che mai. Piuttosto, quelli che si sono evoluti, e in una direzione che Selye sicuramente non poteva ipotizzare, sono gli agenti stressanti.

Penso fondamentalmente alla sovraesposizione agli stimoli, a ciò che in linguaggio 2.0 si chiama essere multitasking.

Fondamentalmente un uomo moderno è dotato di almeno due (se non tutti) tra questi strumenti digitali:

  • Personal computer (fisso)
  • Computer portatile
  • Smartphone
  • Tablet

Questi strumenti gli permettono ad ogni ora del giorno ed in qualunque località del pianeta, di:

  • Ricevere telefonate (incluse quelle voip, tipo skype)
  • Ricevere sms
  • Ricevere messaggi in chat (whatsapp, hangout, ecc.)
  • Ricevere email
  • Ricevere notifiche dai vari social (facebook, twitter, instagram, google+, e chi più ne ha più ne metta)
  • Ricevere avvisi di notizie

Tutti gli elementi che ho elencato sono, singolarmente, degli agenti stressanti, ma ancora di più lo è la loro combinazione. 

Ciò è ancor più vero se si pensa che, quasi sempre, molti degli stressor digitali che riceviamo non si limitano ad essere uno stimolo, ma implicano una nostra risposta attiva (e possibilmente ragionata): quando ricevo una mail devo leggerla, classificarla concettualmente (è spam? è un messaggio urgente o normale? è personale o di lavoro?), decidere se e quando rispondere, scrivere la risposta, consultare altri documenti necessari,  il tutto magari mentre suona il telefono, ricevo su facebook un invito ad un aperitivo per questa sera,  un cliente mi manda un sms che è in anticipo al nostro appuntamento!

 


Che fare?

Gli effetti di questa eccessiva esposizione dipendono, come disse Selye, "da come uno la prende", ma in sintesi le conseguenze più comuni sono:

  • la perdita o riduzione del sonno,
  • la perdita di concentrazione e creatività,
  • un appannamento delle relazioni.

Un libro interessante (Felicemente sconnessi. Come curarsi dell'iperconnettività - edizioni De Agostini - di Frances Booth) propone alcune strategie a chi sente di essere arrivato al limite, che mi sento di condividere:

  1. Staccare la spina. Almeno un'ora e mezza prima di andare a dormire disconnettersi dalla rete
  2. Aspettare. Non rispondere subito a email e messaggi se non sono considerati assolutamente, totalmente, incredibilmente urgenti
  3. Meditare. Dedicare almeno 10 minuti ogni pomeriggio allo stare in silenzio, ad occhi chiusi, senza pensare nulla
  4. Parlare. Naturalmente totalmente offline e senza nessun oggetto tra noi e l'interlocutore: telefoni, auricolari, ecc..
  5.  Usare il corpo. Passeggiare, andare in bicicletta, coltivare l'orto.

 

 


[1] Mario Farné, Lo stress, 1999, Il Mulino

[2] A questo proposito, per verificare il tuo livello di stress, prova a rispondere al questionario che trovi a questo link

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