Psicoanalisi

Che cosa è l'inconscio? Che cosa è il linguaggio?

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Riflessioni intorno al rapporto tra psicoanalisi e cura di pazienti gravi

Nel titolo sono riassunti due concetti che a mio parere costituiscono l’orientamento trasversale rispetto ad ogni pratica che si possa dire psicoanalitica.

Ci sono molti altro concetti ma questi sono fra quelli più critici perché farli o meno propri stabilisce una soglia, soprattutto se si cerca di organizzare una cura e un trattamento educativo per persone affette da autismo o da gravi psicosi, persone per le quali non è sufficiente il solo trattamento ambulatoriale.

Il dibattito riguardante la legittimità della psicoanalisi a trattare l’autismo è sintetizzabile nell’osservazione se, per esempio, inconscio e linguaggio sono concetti che per l’operatore hanno o meno importanza. Le tecniche sponsorizzare dalle Linee-Guida Ministeriali sembrano dirci che possiamo tranquillamente fare e meno di pensare che esista una qualcosa come l’inconscio e se esiste, cosa farne nel caso dell’autismo.

Analogo destino riguarda il concetto di linguaggio, ridotto per lo più a prodotto di una tecnica addestrativa basata sui rinforzi per cui il linguaggio è un cartellino che viene appiccicato alle cose e convenzionalmente ne fissa un nome utile per farsi capire, e quindi per soddisfare un bisogno che però, così strutturato, resta ad un livello per così dire istintuale, ben lontano dalle dimensioni propriamente umane del desiderare e del domandare…

E’ evidente che i concetti  di inconscio e di linguaggio stabiliscono una soglia e fissano una modalità pratica di operare il mestiere di psicoanalista.

Ritengo inoltre che qualsiasi operatore, a qualsiasi livello, debba poter essere messo in condizione di fare la “manutenzione ordinaria” dei concetti che la sua mente utilizza per pensare.

La “manutenzione straordinaria” è invece compito del paziente, ogni qualvolta mette in crisi le nostre certezze, cioè quelle conoscenze che crediamo acquisite una volta per tutte e che pensiamo di poter utilizzare esattamente come quando estraiamo un certo utensile dalla cassetta degli attrezzi, tutt’al più badando alle sue condizioni di usura. Al massimo, lo sostituiamo con uno nuovo, ma del tutto identico, senza quello sforzo di ripensamento che nel nostro mestiere viene richiesto, paziente per paziente.

E in questo sono senz’altro più abili i pazienti che il terapeuta. Siamo sempre un passo indietro ma con la manutenzione ordinaria proviamo e metterci, almeno per un po’, al passo.

E’ una fatica che ritengo possa dare dei frutti, nell’immediato a volte, nel tempo indubbiamente.

Naturalmente, il titolo dell’articolo si riferisce alla ben nota formula lacaniana secondo la quale “l’inconscio e strutturato come un linguaggio” (Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi – 1953), formula che Lacan ha sviluppato negli anni Cinquanta e che contiene ben più che due concetti ma “inconscio” e “linguaggio” sono i più evidenti.

Che cosa è l’inconscio? O meglio, a che cosa ci si riferisce quando si usa questa parola?
Che cosa è il linguaggio?

1) Sappiamo che quella di Freud non fu una scoperta. Che vi fosse già precedentemente la presa d’atto dell’esistenza di forze agenti al di sotto e al di là dell’Io – termine a sua volta introdotto da filosofi tedeschi fra la fine e l’inizio dell’ottocento – è cosa nota. La ricerca clinica di Freud e di alcuni dei suoi successori e i suoi incontri con i sintomi delle pazienti isteriche hanno portato alla luce “meccanismi” di funzionamento e una logica non aristotelica le cui leggi sono state elencate e definite da Freud stesso e dai suoi successori.

Occorre sottolineare lo scarto tra la scoperta dell’inconscio e la definizione della logica che lo governa. La prima è una questione di natura filosofica, e nello specifico ontologica, mentre la seconda è di natura strettamente clinica e credo ci interessi molto di più. Dico ciò, in quanto “l’unità operativa” dentro la quale si situano le manifestazioni delle leggi che governano l’inconscio è l’incontro clinico, un incontro che è sempre nascente .

Quando dico che si tratta ogni volta di un incontro nascente, intendo sottolineare la necessità che l’operatore mantenga vivo in lui l’assetto del ricercatore. Il che non è affatto facile, in quanto ci viene naturale mettere in fila e in ordine le cose che si sono imparate e sviluppare una propria teoria sulla base della quale raccogliere e ordinare ulteriori dati.

Ma non dimentichiamo che tutte le migliori teorie in campo clinico sono nate dall’incontro con quel paziente piuttosto che con un altro. Non è un caso che, accanto ai nomi propri dei clinici, la tradizione contempla i nomi propri, e non sempre inventati, dei pazienti: spesso bambini, o donne, pochi uomini.

Che rapporto c’è tra inconscio e psicosi/autismo, soprattutto quando la psicosi è muta, nel caso dell’autismo estremo, ma anche di certi silenzi, verbali e corporei, ai quali i nostri pazienti ci sottopongono? Secondo me, ci sono dei pensieri, secondo me l’inconscio in questo caso funziona secondo il registro dell’immaginario, cioè ci sono immagini molto nette che dominano la mente di queste persone e che tenderebbe a imporsi anche sull’ambiente intorno… Il che non è di per sé negativo, perché significa che non vi è in atto un decadimento cognitivo, anche se il rischio è che una sola idea la faccia da padrona – proprio come in Schreber.

Schreber era notoriamente una persona brillante, intelligente e di grande successo professionale e sociale. E le sue celebri memorie manifestano cultura e sensibilità, e una certa inventiva. Tuttavia, sono state l’apice di una processo psicopatologico grave che negli anni successivi lo ha condotto a ulteriori ricoveri, in condizioni di sempre maggior gravità.

Fortunatamente, l’inconscio sfugge e i corpi in relazione allo spazio, sono come teatri sui quali si assipano scene leggibili, decriptabili. A questo in fondo serve la formazione: a costruire un gruppale dispositivo di decriptazione, un dispositivo che impara giorno per giorno e che non applica una rigida codifica ma mette in azione la catena significante.

2) Ci avviciniamo così al secondo concetto-strumento: il linguaggio. Direi che il celebre trattato di Linguistica Generale di De Saussure, fa ancora una sua bella figura, a distanza di un secolo, così pure l’impressionante lavoro che in campo musicale e psicoanalitico è stato fatto sul fenomeno tutto umano della voce.

A mio parere, troppo spesso ci sof-fermiamo ad osservare se un paziente parla o meno e troppo poco ci si sofferma a constatare se, quanto, come e quando da quel corpo si stacca il fenomeno voce.

L’esperienza che un bambino fa del proprio corpo è quella della costruzione di un luogo, il proprio, da cui si staccano degli oggetti che la psicanalisi, almeno fino a una certa epoca, quando cioè la psicoanalisi era la clinica della scrittura dell’inconscio sul corpo del paziente e del terapeuta stesso, definisce “pulsionali”, e che quindi appartengono ad una categoria ben più complessa che quella di istinto:

Feci
Pipì
Voce
Sguardo (anche lui si stacca dall’occhio e ci permette di vedere…)

Probabilmente, c’è una certa resistenza culturale nell’appaiare due oggetti nobili (artistici) come la voce e lo sguardo alla cacca e alla pipì. Ma se ci pensiamo bene, soprattutto all’interno delle struttura di cura istituzionali, abbiamo tutti fatto più e più volte esperienza di pazienti che o trattengono o espellono i loro “oggetti” pulsionali e faticano a mettere dentro il contenitore relazionale questi oggetti – per esempio, trattengono la cacca, oppure la disperdono ovunque tranne che nel water, e analogamente trattengono la voce oppure urlano in modo non connesso all’esperienza che stanno attraversando.

Da buoni nevrotici, più o meno siamo al corrente della differenza tra:

Linguaggio
Lingua
Parola

Il linguaggio è una funzione che si può sintetizzare nell’algoritmo significante/significato. La lingua è l’articolazione specifica che il linguaggio assume in una comunità di parlanti. La parola è l’atto linguistico del soggetto. Tuttavia, i pazienti autistici e psicotici, ci spingono ad andare più in là, e a tornare a considerare la voce, la cui articolazione e produzione è altrettanto complessa di quella riguardante il linguaggio, in quanto la voce umana è l’effetto di uno sviluppo specifico dell’apparato faringo-laringeo, o meglio della distinzione dalla prima dalla seconda. Produrre la voce, non è un dato naturale altrettanto quanto respirare. Richiede una intenzionalità, l’entrata del soggetto sulla scena della relazione tra dare e ricevere, che è poi l’asse dello sviluppo pulsionale, cioè lo sviluppo del rapporto tra la psiche ed il corpo, un corpo che non si prolunga nell’altro ma che definisce i propri confini e quindi diventa ponte relazionale tra l’io e l’altro.

I pazienti autistici e psicotici non riescono a entrare sulla scena del rapporto tra dare e ricevere, e se vi entrano è spesso per momenti brevi e non facilmente replicabili.

Quando Kanner nell’articolo del 1943 descrive i famosi 11 casi di bambini con autismo, distinti dai casi tradizionali di schizofrenia e ritardo mentale, in fondo ci racconta di bambini che sin dalla nascita non entrano sulla scena del dare e ricevere. Sono bambini indifferenti all’esperienza del perdere qualcuno, tanto che non rispondono emotivamente né “comportamentalmente” all’assenza della madre, e nemmeno mostrano trasporto al ritorno di questa.

Guai invece se un singolo oggetto è fuori posto! Se l’oggetto non è al suo posto, se non è laddove è atteso, significa qualcosa, anzi significa qualcuno a quel bambino. Significa, la presenza del rapporto dare-ricevere, dello scambio, esperienza rispetto alla quale queste persone sembrano essere particolarmente sguarnite di strumenti.

Un oggetto che non è al suo posto è una esperienza impensabile, di mutilazione reale, di perdita senza riparazione – una esperienza di mancato accesso alla logica della vita pulsionale, al montaggio della pulsione in termini di fonte-oggetto-meta-intensità. Quindi, la reazione dei bambini descritti da Kanner alla presenza dell’oggetto che non è al suo posto non dice soltanto qualcosa di significativo rispetto alla “rigidità” percettiva del bambino con autismo, e che da una quindici anni in qui è diventata uno dei criteri-base della descrizione della fenomenologia autistica. Dice del non accesso al mondo dello scambio.

Bisogna ricordare che per tutti i bambini è una scoperta fondamentale fare la cacca, fare la pipi, fare la voce, fare lo sguardo… Fare proprio nel senso di costruire con quel che il corpo mette a disposizione un passaggio in più ossia scambiare. E lo scambio comporta una dare ed un ricevere, comporta dei confini psichici permeabili, una superficie psichica fatta di porosità che fanno entrare e uscire, senza che l’integrità mente-corpo venga minacciata.

Allora, proviamo a fermarci a riflettere sulle voci che si staccano, o che non si staccano dai corpo dei pazienti che ci circondano, o dai rumori o dai silenzi che, protesi vocali, anch’essi si staccano… Alle alterazioni della voce, che riproducono la temporalità di un passato che si impone al presente come presente che non diventa mai passato.

Come interpretare le voci? Come parlare a queste voci? Cominciamo in primo luogo a descriverle attribuendo ed esse aggettivi. Probabilmente, sono le voci ottimi candidati a dirci qualcosa dell’inconscio di questi pazienti. Le voci, sono sempre complesse, effetti di processi a più livelli.

Il mondo linguistico dell’autistico e dello psicotico è fatto in primo luogo di voce, anche in presenza di una lingua ben articolata.

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