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Il pensiero sano è del bimbo. La questione è che il bimbo non lo sa.
L’aiuto al pensiero sano durante il lavoro psicoanalitico o durante il lavoro del difensore della salute va individuato al tempo del bimbo attraverso un lavoro di ritrovamento e d’imputazione che a quel primo tempo egli non era in grado d’individuare, nemmeno se l’altro, come nella situazione che tratto, lo avesse posto.
Ingenuo, troppo identificato, perché?

Provo a dirne qualcosa con un esempio personale che risale attorno ai miei cinque anni in cartiera Luigi De Medici a Ciriè, dove abitavo con i genitori.

Un giorno mia madre Zenobina esprime, in presenza di mio padre Ettore e mia, il desiderio di avere una panchetta appoggiapiedi per distendersi quando è seduta sulla sedia o in poltrona per  riposarsi.

A quel tempo so già che mio padre è stato nella sua giovinezza un falegname, e che attualmente dirige la fabbrica. Riconoscerò - durante il mio lavoro psicoanalitico- d’ammirarlo molto cercando d’imitarlo, come ogni bimbo.
Nei miei giuochi, distribuiti anche attorno a casa avevo un luogo destinato alla falegnameria, dove custodivo chiodi martello pezzi di legno ed una tenaglia, il tutto raccolto in un grosso cassone in legno che mi serviva come banco da lavoro sul quale appoggiavo i pezzi per battere ed inchiodare.

Avevo pensato di costruire la panchetta con due pezzi di legno simili messi in parallelo, alti uguali una buona spanna, ed uniti da un asse trasversale, che mi era parso sufficientemente resistente. Il tutto fissato con chiodi abbastanza lunghi, per tenere insieme i tre pezzi.
La costruzione mi riesce e, molto soddisfatto, presento l’opera alla mamma, la quale gioiosamente contenta mi ringrazia e bacia, facendola vedere a papà.
Dopo un paio di giorni intravedo alcuni cedimenti nei chiodi della panchetta: i piedi si allargano, inclinandosi sotto il peso.
Con un sorrisetto giunge mio padre tenendo in mano una panchetta molto più bella della mia e più resistente, fatta con dei supporti che non flettono al peso e tagliati a misura.
La mia è un disastro e non regge il confronto!

    Prova ne è che la mia panchetta è andata distrutta col tempo, mentre quella di mio padre è   tuttora integra.
Nel dialoghi immediatamente successivi emerge che Ettore accenna scherzosamente con Zenobina di aver fatto un lavoro migliore del mio. Zenobina lo riconosce, ma gli fa presente che Giancarlo non aveva a disposizione la falegnameria e gli strumenti che la fabbrica metteva invece a sua disposizione.
“E chissà -disse- se un giorno, disponendo anch’egli di attrezzature sofisticate, non saprà costruirne una migliore?”

“Già, -avrei potuto pensare- ecco perché la sua è più bella: ha una falegnameria attrezzata!”
Sì, “avrei potuto pensare”, ma a quel tempo non l’ho pensato: il confronto con la panchetta costruita da Ettore più resistente e più ben fatta mi sminuiva troppo, e non mi permetteva di cogliere l’aiuto che la mamma mi offriva nel suggerirmi che lui ha potuto farla più bella perché aveva a disposizione un sapere e delle attrezzature che io non possedevo.

Molti anni dopo, sono giunto a cogliere attraverso il lavoro analitico, che Zenobina mi aveva già offerto la difesa del difensore della salute, ma il mio pensiero allora non è stato in grado di riconoscerne l’opportunità e di accogliere il giudizio di Zenobina come un’ottima occasione difensiva e propositiva, invece sono stato schiacciato dal confronto che lui ce l’ha più bello e più potente del mio.


 

Il pensiero sano è del bimbo. La questione è che il bimbo non lo sa.
L’aiuto al pensiero sano durante il lavoro psicoanalitico o durante il lavoro del difensore della salute va individuato al tempo del bimbo attraverso un lavoro di ritrovamento e d’imputazione che a quel primo tempo egli non era in grado d’individuare, nemmeno se l’altro, come nella situazione che tratto, lo avesse posto.
Ingenuo, troppo identificato, perché?

Provo a dirne qualcosa con un esempio personale che risale attorno ai miei cinque anni in cartiera Luigi De Medici a Ciriè, dove abitavo con i genitori.

Un giorno mia madre Zenobina esprime, in presenza di mio padre Ettore e mia, il desiderio di avere una panchetta appoggiapiedi per distendersi quando è seduta sulla sedia o in poltrona per  riposarsi.

A quel tempo so già che mio padre è stato nella sua giovinezza un falegname, e che attualmente dirige la fabbrica. Riconoscerò - durante il mio lavoro psicoanalitico- d’ammirarlo molto cercando d’imitarlo, come ogni bimbo.
Nei miei giuochi, distribuiti anche attorno a casa avevo un luogo destinato alla falegnameria, dove custodivo chiodi martello pezzi di legno ed una tenaglia, il tutto raccolto in un grosso cassone in legno che mi serviva come banco da lavoro sul quale appoggiavo i pezzi per battere ed inchiodare.

Avevo pensato di costruire la panchetta con due pezzi di legno simili messi in parallelo, alti uguali una buona spanna, ed uniti da un asse trasversale, che mi era parso sufficientemente resistente. Il tutto fissato con chiodi abbastanza lunghi, per tenere insieme i tre pezzi.
La costruzione mi riesce e, molto soddisfatto, presento l’opera alla mamma, la quale gioiosamente contenta mi ringrazia e bacia, facendola vedere a papà.
Dopo un paio di giorni intravedo alcuni cedimenti nei chiodi della panchetta: i piedi si allargano, inclinandosi sotto il peso.
Con un sorrisetto giunge mio padre tenendo in mano una panchetta molto più bella della mia e più resistente, fatta con dei supporti che non flettono al peso e tagliati a misura.
La mia è un disastro e non regge il confronto!

Prova ne è che la mia panchetta è andata distrutta col tempo, mentre quella di mio padre è   tuttora integra.
Nel dialoghi immediatamente successivi emerge che Ettore accenna scherzosamente con Zenobina di aver fatto un lavoro migliore del mio. Zenobina lo riconosce, ma gli fa presente che Giancarlo non aveva a disposizione la falegnameria e gli strumenti che la fabbrica metteva invece a sua disposizione.
“E chissà -disse- se un giorno, disponendo anch’egli di attrezzature sofisticate, non saprà costruirne una migliore?”

“Già, -avrei potuto pensare- ecco perché la sua è più bella: ha una falegnameria attrezzata!”
Sì, “avrei potuto pensare”, ma a quel tempo non l’ho pensato: il confronto con la panchetta costruita da Ettore più resistente e più ben fatta mi sminuiva troppo, e non mi permetteva di cogliere l’aiuto che la mamma mi offriva nel suggerirmi che lui ha potuto farla più bella perché aveva a disposizione un sapere e delle attrezzature che io non possedevo.

Molti anni dopo, sono giunto a cogliere attraverso il lavoro analitico, che Zenobina mi aveva già offerto la difesa del difensore della salute, ma il mio pensiero allora non è stato in grado di riconoscerne l’opportunità e di accogliere il giudizio di Zenobina come un’ottima occasione difensiva e propositiva, invece sono stato schiacciato dal confronto che lui ce l’ha più bello e più potente del mio.


Nella cultura il tema dei due diritti è stato molto dibattuto, percorso e ripercorso, ma solo Freud l’ha concluso.
I due diritti sono già presenti nella tragedia di Sofocle, indicati da Antigone, in conflitto con le leggi della città. 
Soprattutto il dibattito secolare sul diritto naturale - dove l’uomo non ha parte in causa, ma solamente la possibilità di conoscere - dove è perennemente in tensione nel compromesso col diritto positivo dello Stato. 
La filosofia non riconosce la forma del primo diritto con cui sostituire la morale, dove invece lo statuto dell’uomo diventa etico.
Tuttavia questo dibattito nei suoi vari aspetti sfocia da una parte nella conclusione della definizione del diritto dello Stato come sovrano, e dall’altra nel cogliere un difetto di tale diritto nel reggersi da solo: siamo al disagio della civiltà che Freud denunciava.

Il problema è che il primo diritto non si regge da solo, benché fondante ciascun soggetto può  solo essere riconosciuto in un secondo tempo attraverso un lavoro di ricostruzione che passa esclusivamente attraverso il lavoro di imputazione e di giudizio.


E’ solamente il pensiero sano del mio primo diritto che ha la possibilità di riconoscersi, ma per potersi attuare ha la necessità di rapportarsi con un altro per riconoscersi in un tempo secondo attraverso quella facoltà di giudizio che in quel primo tempo non ho avuto. 
Non sono stato capace d’imputare Ettore, ed ho solo riconosciuto che è stato più bravo di me!
Giudizio che al suo tempo avrebbe potuto essere del tipo: “Già, ecco perché la panchetta fatta da Ettore è più bella: lui si è servito di una falegnameria attrezzata!”

 

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