Psicoanalisi

IL FALSO MITO DEL "BASTO A ME STESSO"

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Un mito molto comune proposto dai pazienti, ma certamente condiviso da tanti, è quello della perfetta autonomia ed indipendenza  e completa libertà che si sentitizza con la formula “basto a me stesso” o “non ho bisogno di nessuno”.

Apparentemente sembra un ideale da raggiungere quello di  diventare  “un’isola” con confini molto precisi e definiti, una terra isolata circondata dal mare, ma  la desiderabilità dell’isola dipende dalle sue caratteristiche, magari è solo uno scoglio nero sbattuto dalle onde,  o al contrario, è una piacevole  distesa di  sabbia con le palme. Si tratta sicuramente di due modelli diversi, ma rimane sempre il principio dell’isola che come indica il temine, richiama l’isolamento, l’essere soli.

Il mito del “bastare a se stessi” si sovrappone  alla solitudine, ma anche qui bisogna distinguere la forma dolorosa simile ad una cappa nera rancorosa ed astiosa,  da quella  matura in cui il silenzio diventa un suono di sottofondo accogliente e rassicurante.

Il mito dell’autonomia si arricchisce anche della componente della  forza e della potenza, ossia con il potere e con l’energia si ha l’impressione di  essere capaci di ogni cosa, in una parola ci si può sentire onnipotenti, invincibili come i supereroi  raccontati nei film e nei fumetti.

Le parole chiave  della sofferenza di molti pazienti sono proprio l’isolamento affettivo che accompagna l’onnipotenza ed il narcisismo,  un  insieme che avvelena ed inquina la mente e la qualità delle relazioni  amicali ed affettive.

Parlare con un supereroe è molto istruttivo, questo spiega le sue formule magiche per mantenere quello che considera il pieno controllo su se stesso e la propria vita, ma il racconto rischia di diventare ripetitivo, in fin dei conti c’è un solo protagonista, il supereroe stesso, che per restare tale deve rimanere sempre solo.

I superuomini e le superdonne, isole perfette, sembrano non avere  bisogno di niente e di nessuno, si nutrano da soli, si salvano da soli, incontrano gli altri  come  “oggetti”  transitori e non molto importanti e soprattutto scambievoli e sostituibili.

Tutta questa “potenza” ha un costo importante, ossia il senso di vuoto ed il deserto affettivo, nessuno può attraversare lo spazio psichico che divide il supereroe dagli altri,  questo resta isolato nella sua bolla narcisistica, che non lo  mette al riparo dal suo più grande e temibile avversario, che è invisibile eppure imbattibile, ossia il trascorrere del tempo.

Il supereroe può costruire un complicato sistema di auto protezione che può assumere forme diverse ma rimane comunque in balia del tempo che lo trasforma e lo cambia,  per quanto lui resti isolato da ogni autentico contatto emotivo ed affettivo.

Il tempo vince sempre anche il più forte e potente dei supereroi, è per questo che il narcisismo e l’isolamento affettivo sono mortiferi in quanto falliscono come antidoti al cambiamento, che comunque è sovrano in quanto insito nel processo della vita, solo quando la vita termina si elimina il cambiamento.

A volte il supereroe si presenta sotto mentite spoglie, come una vittima della cattiveria o dell’indifferenza degli altri, della malasorte o comunque come colui che subisce una grave ingiustizia e non viene riconosciuto nel suo valore e allora diventa un personaggio lamentoso e recriminatorio che si aspetta che il cambiamento avvenga  per via esterna, senza il suo apporto positivo ed attivo. Il supereroe passivo mascherato da supervittima, è apparentemente umile e remissivo, ma in realtà è aggressivo e richiedente con il suo incessante lamento, che è concepito per impedire ogni possibilità di evoluzione.

L’organizzazione psichica intorno al solo “Io” è malsana e claustrofobica, solo  “l’Io e te”, “il noi” aprono alla possibilità di evoluzione e di crescita ed anche alla possibilità di vivere in pienezza ed in sintonia e non contro, il trascorrere del tempo.

Il periodo storico che stiamo attraversando vanta un gran numero di  pseudo supereroi, uomini e donne, che hanno fatto proprio il mito del “basto a me stesso” e questo moltiplica l’infelicità propria ed altrui. Gli incontri sessuali o anche amorosi si moltiplicano, ma non lasciano traccia, se non uno strascico di inutilità. Sembra che il più forte sia colui che non si lascia minimamente coinvolgere e che la mattina successiva sia pronto per un nuovo incontro, che è però  quello con la propria immagine riflessa allo specchio che satura, per sua natura,  la possibilità di conoscere l’altro. L'incontro amoroso sembra trasformarsi in un’attività poco più che ginnica, che è però carica di  conseguenze negative, rinforzando la convinzione di non poter amare ed essere amati e quindi amplificando il senso di disperazione profonda, che può essere coperto e mascherato anche dal successo  lavorativo o da una vita sociale di superficie.

Tutta questa infelicità sembra amplificarsi e moltiplicarsi ad ogni passaggio, è come un veleno che si trasmette nell’area e che inquina uno spazio sempre più amplio, ma l’antidoto è in realtà già presente, si tratta solo di riconoscerlo ed imparare ad utilizzarlo magari nell’esperienza della psicoterapia psicodinamica, che pone al centro proprio la relazione tra paziente-psicoterapeuta e dove la parola assume a mezzo di cura, proprio perché investita e vitalizzata dal significato affettivo. La psicoterapia si basa almeno sul “io e te” che può diventare un  “noi” sempre più amplio, dove prendono di nuovo vita quelle esperienze molto precoci che hanno determinato la fuga  “nell’io”. E’ proprio facendo un'esperienza di un “noi” sano, evolutivo, affidabile, comprensivo che è possibile riaprirsi al “noi” nella vita.

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