Il transfert a partire dall’Antica Grecia
Nel seminario VIII, Il transfert (1960-1961), Jacques Lacan affronta il tema del transfert. Parte da Freud, secondo cui il transfert è una sorta di riedizione e proiezione di vecchie figure infantili sull’analista, uno schermo bianco su cui appunto il paziente proietta il proprio passato; si distacca totalmente dai post freudiani, secondo i quali il transfert non è solo un ricordo di un genitore bensì la messa in scena del mondo del paziente, popolato di fantasie inconsce e modi distorti di percepire se stessi e gli altri; e va ancora più avanti. Lacan definisce il transfert intorno al concetto di Soggetto Supposto Sapere e alla dimensione dell’amore.
La formula “l’amore consiste nel dare ciò che non si ha” viene espressa nel contesto della lezione del 23 novembre del 1960, e costituisce il perno attorno a cui Lacan articola la disparità strutturale dell’atto di amare, sovvertendo le letture di matrice post-freudiana.
Lacan introduce questa massima per formalizzare la dinamica tra le due polarità della relazione amorosa: l’erastès (l’amante) e l’eròmenos (l’amato). Due termini di origine greca che indicano chi ama (erastès): colui che si presenta segnato da una mancanza, che desidera qualcosa ma non sa esattamente cosa; e chi è amato (eròmenos): colui che si presume custodisca nel proprio corpo o nel proprio essere, l’àgalma, un frammento prezioso, un tesoro nascosto, l’oggetto causa del suo desiderio.
L’erastès e l’eròmenos erano due ruoli codificati nella pederastia ateniese, una relazione ritualizzata, istituzionalizzata e pedagogica nell’antica Grecia tra un uomo (o una donna) adulto e un adolescente. All’interno di questo contesto l’erastès rappresenta un uomo adulto (spesso sopra i vent’anni) che assumeva il ruolo attivo nel corteggiamento e nella relazione, e aveva il compito di fare da mentore, trasmettendo al giovane virtù civiche, cultura, coraggio e senso morale. L’eròmenos era invece il ragazzo adolescente (generalmente tra i 12 e i 18-19 anni) che occupava il ruolo passivo, e rispetto al quale ci si aspettava che non cedesse inizialmente al corteggiamento per salvaguardare il proprio onore. Questo legame non era considerato una semplice unione fisica bensì una tappa formativa fondamentale per l’inserimento del giovane nella cittadinanza e nella società aristocratica. La relazione si evolveva o si concludeva naturalmente, quando il ragazzo diventava adulto e sviluppava i caratteri sessuali “visibili” quali ad esempio la barba, preparandosi a sua volta a diventare un erastès o a contrarre matrimonio.
L’agalma e il Simposio
Agalma dal greco significa gioire, adornare, è un termine che indica originariamente un ornamento, un gioiello, una statua o un’offerta votiva dedicata agli dei. Nel mondo greco antico indicava un oggetto prezioso, un simulacro capace di deliziare la divinità o di adornare un luogo. L’àgalma, in termini metaforici, rappresenta l’oggetto prezioso e misterioso che si suppone sia custodito all’interno di un’altra persona ed è ciò che scatena il desiderio e l’attrazione amorosa. Platone, uno dei più importanti filosofi dell’Antica Grecia, vissuto ad Atene tra il 428 e 348 a.C, discepolo di Socrate, ne parla all’interno della sua opera il Simposio (385-370 a.C. circa).
Il Simposio (o banchetto) è un celebre dialogo dedicato al tema dell’Amore (Eros). Si svolge durante una cena a casa del poeta Agatone dove i partecipanti sono celebri personaggi storici e, tra questi, ci sono Socrate, il padre fondatore della filosofia occidentale vissuto anch’egli ad Atene tra il 470 e il 399 a.C), e Alcibiade, un brillante e ambizioso uomo politico e generale ateniese. Alcibiade irrompe alla fine del banchetto completamente ubriaco e invece di lodare Eros come avevano fatto tutti gli altri, ognuno descrivendo l’amore da una prospettiva diversa (come forza cosmica, come ricerca dell’anima gemella, come tensione verso la bellezza) fa un intenso e tumultuoso elogio di Socrate, svelando il suo profondo fascino ma anche la difficoltà di comprenderne la vera essenza. Lo stesso Socrate aveva, poco prima, raccontato l’Eros attraverso le parole di Diotima, essere un demonio figlio di Penia (povertà/mancanza) e Poros (risorsa/ingegno) ponendo l’accento sull’amore come mancanza che desidera ciò che non ha, una tensione che parte dalla bellezza del corpo fisico per arrivare alla bellezza dell’anima verso l’idea del bello assoluto attraverso la conoscenza e il sapere. Nell’intervento di Alcibiade egli dichiara la sua passione per Socrate, svelando che sotto l’aspetto rude e bizzarro dai tratti somatici marcati e grossolani del filosofo greco, si nasconde un tesoro preziosissimo, appunto l’àgalma.
Desiderio, mancanza e transfert
Nel seminario VIII Lacan utilizza il Simposio come testo fondamentale per comprendere la natura del desiderio, la struttura della mancanza e il transfert. Nel passaggio da Alcibiade a Socrate Lacan precisa la natura del tesoro dell’amato e la sua conversione in mancanza: l’àgalma è l’oggetto del desiderio in quanto è nascosto nell’amato, ma il punto fondamentale risiede nel fatto che l’amato, Socrate, non risponde alla dichiarazione d’amore di Alcibiade, bensì si sottrae, dimostrandogli che ciò che cerca in lui non è quello che crede di trovarvi, ma un vuoto, una mancanza. L’elogio appassionato fatto da Alcibiade si conclude accusando ironicamente Socrate di un essere un ingannatore: secondo le parole del giovane Socrate si presenta come l’amante adorante (erastès) ma alla fine si rivela essere l’amato (eròmenos) che attrae gli altri attraverso le sue virtù e li costringe a cedere alla sua superiorità spirituale. Socrate, si sposta, rispondendo con ironia e distacco al giovane, smontando le sue intenzioni, trasformando la sua coinvolgente confessione in un ulteriore momento di indagine dialettica e psicologica. Dopo questo scambio i convitati non si scompongono ma finiscono per ridere della schiettezza temeraria di Alcibiade il quale resta innamorato del maestro.
La metafora dell’amore
Il paradosso dell’amore, per Lacan, all’epoca del seminario VIII, risiede nella metafora dell’amore: il passaggio dalla posizione di amato a quella di amante. Amare non significa offrire le proprie ricchezze, le proprie virtù o ciò che si possiede abitando la dimensione dell’avere, immaginaria, fallica; bensì amare significa offrire la propria mancanza, offrire il proprio vuoto all’altro. Nella lezione del 30 novembre del 1960 Lacan chiarisce come la scintilla dell’amore non nasca dalla complementarietà ma dal passaggio della mancanza nel punto di incontro tra due vuoti, cito: “[…] l’amore è una metafora. […] E’ nella misura in cui la funzione dell’erastès, di colui che ama, in quanto è il soggetto della mancanza, viene al posto e si sostituisce alla funzione dell’eròmenos, dell’oggetto amato, che si produce la significazione dell’amore” [J. Lacan, Il seminario. Libro VIII. Il transfert (1960-1961), pag. 45].
Nella clinica lacaniana questa definizione sradica l’amore da qualsiasi illusione di complementarietà dei sessi. Che l’amore sia dare ciò che non si ha significa che l’offerta d’amore è l’offerta della propria castrazione, del proprio fallo simbolico, si ama a partire da ciò di cui si è privi. Quando il soggetto chiede amore, non chiede un bene materiale o una prestazione, ma un segno: chiede che l’Altro accetti di mostrare la propria vulnerabilità e la propria mancanza per accogliere la sua. Mantenere il ruolo dell’offerta vuoto è ciò che concerne l’analista. Da qui il punto sul transfert: l’analista non risponde alla domanda d’amore del paziente dando consigli o risposte, ciò che avrebbe, ma preserva il posto del vuoto affinché il desiderio del soggetto possa emergere nell’articolazione significante.
Lacan usa il Simposio per indicare la posizione dell’analista nel transfert e per criticare la deriva della psicoanalisi dell’Io (Ego psychology), che vedeva l’amore come un donare le proprie ricchezze o la propria maturità all’altro. Ciò che si dà nell’amore non è un oggetto reale né un attributo d’avere, il fallo immaginario; ma la propria castrazione.
Dott.ssa D’Acuti Arianna
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