Lo schermo vuoto
Per far sì che l’analizzante arrivi a nominare il proprio desiderio, l’analista deve farsi sì uno schermo, come diceva Freud, non bianco però, ma vuoto. Se l’analizzante suppone che l’analista possieda un sapere segreto, una verità nascosta sul suo essere e sul suo sintomo, Lacan ci indica la via, paragonando l’analista a Socrate: colui che si sottrae quando viene messo nella posizione dell’amato da Alcibiade, non risponde sul piano immaginario dell’avere, pur custodendo dentro di sé il proprio desiderio. Lo scopo ultimo dell’analisi dunque diventa non rispondere alla domanda d’amore dell’analizzante, ma fa cadere questa illusione di sapere. L’analista non deve farsi Dio e padrone del sapere, ma fare lo schermo vuoto, occupare una posizione vuota affinché l’analizzante faccia i conti con la propria mancanza costitutiva e con il proprio desiderio singolare.
Ancora
Nel Seminario XX, Ancora (1972-1973), Lacan fa un passaggio ulteriore rispetto alla questione del transfert e dell’amore. Lo chiama Ancora, o Encore in francese, perché sostiene che il significante ancora sia profondamente legato alla questione dell’amore. Cito: “amore domanda amore. Non cessa di domandarlo. Lo domanda… ancora. Ancora è il nome proprio della faglia da dove nell’Altro parte la domanda d’amore”. [J. Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora (1972-1973), pagg. 5-6]
L’essere umano, costitutivamente segnato da una faglia, una ferita originaria, non è completo. L’Altro, che rappresenta la dimensione del linguaggio, della società e dell’alterità con cui cerchiamo di relazionarci, è colui a cui ci rivolgiamo per colmare illusoriamente questo vuoto. L’amore non nasce dalla pienezza ma proprio da questa faglia. Si chiede amore non perché si ha qualcosa da dare (come sostenevano i post freudiani) bensì perché si è mancanti, manca qualcosa. Il significante ancora rappresenta la ripetizione incessante di questa domanda. La domanda d’amore non trova mai un soddisfacimento definitivo, è una domanda che si rinnova sempre, che chiede sempre qualcosa, che cerca sempre di colmare l’incolmabile, ancora!
Il desiderio di essere Uno
Nella lezione del 21 novembre 1972, Lacan afferma che l’amore è impotente, poiché, benché sia reciproco, ignora di non essere che il desiderio di essere Uno. Cito: “Benché sia reciproco l’amore è impotente, perché ignora di non essere altro che il desiderio di essere Uno, il che ci conduce all’impossibilità di stabilire la loro relazione. La relazione di loro chi? Dei due sessi”. [J. Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora (1972-1973), pag. 7]
L’amore, ancora una volta, rimane agganciato all’illusione di colmare un vuoto, tuttavia negli anni ’70 Lacan è ancora più preciso dicendo che si tratta di una tensione dell’Eros a fare Uno laddove ci sono due, per tappare l’impossibile con l’illusione della fusione. In questo senso l’amore diventa un velo, un sembiante, che supplice all’impossibilità di fare Uno. Il passaggio ulteriore dal seminario VIII comincia a evidenziarsi a partire dal fatto che l’amore non può essere solo metaforico-simbolico, sostituzione dell’amato (eròmenos, colui che ha qualcosa) con l’amante (erastès, colui a cui manca qualcosa); o intersoggettivo-speculare-immaginario; poiché ciò che vi è di nuovo è un’impossibilità, un’impossibilità strutturale, un’impossibilità di fondare un’armonia tra i due sessi a partire dall’ordine dell’inconscio.
Non c’è rapporto sessuale
Nell’inconscio troviamo la dimensione del godimento. Lacan ci insegna che ci sono due tipi di godimento, il godimento fallico sul piano maschile, inteso come il godimento misurabile, regolato dalla legge del linguaggio e del significante, dell’organo che Lacan indicherà anche come il godimento dell’idiota; e il godimento femminile, il godimento Altro, non-tutto, non tutto dicibile o rappresentabile, che Lacan indicherà come il godimento dei mistici, dell’estasi dei mistici e di La donna. A partire da questa differenza Lacan introduce l’assioma centrale del Seminario XX ossia il “non c’è rapporto sessuale”. Nell’ultima lezione del seminario, del 26 giugno del 1973, Lacan dice: “Non c’è rapporto sessuale perché il godimento dell’Altro preso come corpo è sempre inadeguato: perverso da un lato, in quanto l’Altro si riduce all’oggetto a, e dall’altro, direi, folle, enigmatico. Non è forse dal confronto con questa impasse, con questa impossibilità […] che viene messo alla prova l’amore? Del partner l’amore può realizzare solo quello che con una qualche poesia, per farmi intendere, ho chiamato il coraggio di fronte a questo destino fatale”. [J. Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora (1972-1973), pag. 138]
Tra i due sessi non può esistere alcuna complementarietà logica inscrivibile nel linguaggio. Su questo abisso l’amore diventa l’unica cosa che può tentare di intervenire. In che modo? Facendo segno. Segno di che cosa? Di un dire. L’amore, dato il gap tra il desiderio (di segno più) di fusione con l’Altro e il godimento inscrivibile [Lacan a pagina 5 dice che “Il godimento dell’Altro, […], del corpo dell’Altro che lo simbolizza, non è il segno dell’amore”] si collega alla dimensione della parola e del significante come unico modo possibile di collegamento, ponte, tra i sessi. Cito: “Nell’amore, ciò a cui si mira è il soggetto, […]. Un soggetto, in quanto tale, non ha molto a che fare con il godimento. Viceversa, il suo segno è suscettibile di provocare il desiderio. Qui la molla dell’amore”. [J. Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora (1972-1973), pag. 48]
La contingenza
L’ultima lezione del Seminario XX ancora una volta è quella decisiva in quanto Lacan dirà che l’incontro amoroso è contingenza. L’amore cerca di trasformare questa contingenza in necessità, di far sì che il rapporto sessuale non cessi di scriversi. Solo così è possibile un incontro tra i sessi. Cito: “[…] il cosiddetto rapporto sessuale - diventato qui rapporto da soggetto a soggetto, soggetto in quanto non è altro che l’effetto del sapere inconscio - cessa di non scriversi. […] La contingenza l’ho incarnata nel cessa di non scriversi. Perché qui non c’è nient’altro che incontro, l’incontro del partner dei sintomi, degli affetti, di tutto ciò che in ciascuno indica la traccia del suo esilio, non come soggetto ma come parlante, del suo esilio dal rapporto sessuale” [J. Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora (1972-1973), pagg. 138-139]
È qui che si colloca il punto di sospensione cui si attacca ogni amore, e anche il suo dramma. Ecco così che l’amore è ciò che fa da “rimedio”, supplenza, al non-rapporto, permettendo solo così, di affrontare quell’impasse strutturale.
Ciò che nessuno possiede è la formula per fare “Uno” con l’Altro. Nessuno ha il significante finale che possa garantire la fusione e la comprensione totale dato che il soggetto è e rimane sempre lo spazio tra il significante uno e il significante due della catena. Amare significa dare all’Altro proprio questa impossibilità: accettare che egli non possa colmare la nostra solitudine strutturale, né noi la sua. Se l’amore pretendesse di dare ciò che si ha, il proprio godimento, scivolerebbe nel godimento narcisistico o fallico, dove l’Altro è ridotto a mero oggetto a, oggetto causa di desiderio. Amare invece significa riconoscere l’Altro nella sua alterità irriducibile.
Cosa significa amare
Lacan ci ricorda che per amare l’Altro dobbiamo rinunciare alla pretesa di sottometterlo alla logica dell’averlo, di comprenderlo; per aprirci a ciò che non possiamo dominare. Nel seminario XX l’amore non è un’illusione consolatoria ma l’atto etico per eccellenza: l’arte di fare con l’impossibile. Se nel seminario VIII “l’amore consiste nel dare ciò che non si ha”, nel seminario XX questo diventa offrire la propria impossibilità di fare Uno con l’Altro, donare la fessura del proprio limite trasformando un’impossibilità logica (il non c’è rapporto sessuale) in un incontro contingente e generativo.
Sul transfert questo discorso ha delle ripercussioni importanti. Nella lezione del 20 febbraio 1973 Lacan sostiene che: “Colui a cui suppongo il sapere io l’amo” [J. Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora (1972-1973), pag. 64], indicandoci che il transfert è indissolubilmente legato all’amore. Un amore di posizione, un amore che, come abbiamo detto finora, “supplisce” all’inesistenza del rapporto sessuale. L’amore dunque, non può essere che legato alla supposizione di un sapere inconscio; si ama colui o colei a cui si suppone un sapere capace di decifrare il proprio essere e il proprio godimento. Per Lacan l’innamoramento poggia sempre sulla spinta verso qualcuno a cui attribuiamo un sapere enigmatico su noi stessi. L’analista è chiamato a tenere vivo dentro di se il desiderio, il desiderio che Lacan stesso definirà desiderio dell’analista, nell’unico modo possibile: non solo non rispondendo alla domanda d’amore dell’analizzante rinnovandogli sempre l’interrogativo verso il suo desiderio; ma anche a non credere a “questo Uno di cui ci si riempie la bocca […] della stessa natura di quel miraggio dell’Uno che crediamo di essere”. [J. Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora (1972-1973), pag. 45]
Dott.ssa D’Acuti Arianna
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