Posso sperare di avere una terapia psicoanalitica per tutta la vita?

Alessia

Posso sperare di avere una terapia psicoanalitica per tutta la vita? Sto scrivendo questa domanda in lacrime perché ho molta paura del futuro e mi è venuta un po' una crisi. È da quasi un anno che sono in analisi e mi sto trovando molto bene con il mio terapeuta, nonostante qualche discussione iniziale. Grazie all'analisi ho capito e sto capendo molte cose di me e, inevitabilmente a quanto pare, mi sono molto affezionata al mio analista. Sono consapevole che ci proietto l'immagine di un mio parente morto quando avevo 16 anni che era la mia figura di riferimento primaria e mi ha lasciato un vuoto incolmabile. E questo vuoto sento che ci sta riuscendo il mio analista a sanarlo in qualche modo, solo che il mio terrore più grande è che la terapia finisca. Ho paura che se anche durasse per 20 anni, il solo pensiero che a causa della sua pensione (è piuttosto giovane quindi il tempo sarebbe lungo, ma io ci penso già ora) mi mandi via da un altro terapeuta, mentre lui sarà da qualche parte e non potrò raccontargli cosa avrò fatto o starò facendo mi devasta. Di questa mia paura gliene ho già parlato e mi ha detto che sarebbe meglio concentrarsi sul qui e ora e che magari in futuro potrei essere io a non avere più bisogno dell'analisi e io gli ho risposto, forse in modo un po' deciso, "e invece no, non succederà" e mi ricordo che ha posto la frase successiva con un "eventualmente". Gli ho promesso che mi sarei concentrata sul qui ed ora perché oggettivamente il futuro è incerto e mi racconto dentro di me che magari in futuro potrebbe avverarsi questa eventualità, che lui possa anche vedermi dopo la pensione, ma sento e leggo tanti articoli contrastanti sull'argomento. C'è chi dice che è possibile e dipende dal paziente, c'è chi dice che sarebbe meglio di no perché crea dipendenza nel paziente. Io vorrei solo che mi vedesse il più a lungo possibile senza che una scartoffia decida al posto mio (o "nostro" se posso permettermi) di continuare a mantenere la relazione terapeutica. Vorrei solo avere la libertà di decidere di vederlo quando voglio a seconda delle necessità (un periodo per una volta a settimana o una volta ogni tot mesi) senza che sparisca per la pensione. Questa paura in questo momento mi devasta così tanto che, a volte ho la voglia, paradossalmente, di lasciare la terapia da lui, perché penso che se non ho proprio scelta che avvenga questa separazione burocratica, tanto vale cercare un altro sguardo che può esserci senza impedimenti di scartoffie varie. Però allo stesso tempo non voglio perché non voglio separarmi da lui e non so che fare. Con lui parlo liberamente e con trasporto in seduta e mi sento viva, poi mi ricordo della pensione e cerco di essere distante, ma non ce la faccio ad non essere felice con lui, ma la paura rimane, come se ci fosse una bomba a orologieria sotto il lettino analitico in cui cerco di dimenticarmi la presenza per parlare con gioia con lui in seduta. Grazie a chi è arrivato fin qui e mi risponderà. P.s. scusate la mia sfattataggine, ma risparmiatemi la frase "lo porterai dentro" e "interiorizzazione" perché io non voglio nessuno dentro, ma lo voglio vedere di persona e parlarci possibilmente.

3 risposte degli esperti per questa domanda

Cara Alessia, 

premetto che tutto quanto hai scritto e condiviso denota un notevole lavoro "in corso".

Ciò detto, mi sembra che tu abbia potuto già sperimentare un confronto diretto rispetto alla tematica che porti come oggetto di confronto e che il tuo analista in maniera molto leale ed autentica abbia risposto nel rispetto della tua libertà di scelta.

Rispetto alle tematiche di pensiero abbandoniche, credo che abbia a che fare proprio con una parte della terapia in essere.

Sei dentro e parte di un processo, è necessario un tempo per gestire, elaborare, processare e sperimentare; ci sono delle fasi che hanno nomi diversi in base ad altrettanti approcci differenti che si susseguono e possono essere sinonimo di movimento ed evoluzione.

Non fare nulla e "restare", rimane l'azione più complicata ma non la più banale.

Un caro saluto.

Dott.ssa Angela Frattaruolo

 

Dott.ssa Angela Frattaruolo

Dott.ssa Angela Frattaruolo

Monza e della Brianza

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Buongiorno Alessia, capisco il desiderio di avere uno spazio sempre disponibile, soprattutto quando la terapia è diventata nel tempo un punto di riferimento importante per lei.

La possibilità di proseguire a lungo e secondo gli obiettivi condivisi, è valutabile a seconda del suo percorso, insieme al suo terapeuta.

Le auguro il meglio.

Un caro saluto 

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Roma

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Buongiorno Alessia,

La paura che descrivi non è "strana" né sbagliata: è la reazione immediata di una parte di te che ha finalmente trovato un luogo sicuro e una figura protettiva, e che ora è terrorizzata all'idea di dover rivivere l'esperienza devastante di una nuova perdita o di un abbandono.

L'analisi non è una punizione a tempo fisso decisa da scartoffie burocratiche. Il percorso si adatta alle fasi della vita. È assolutamente normale che una terapia possa durare molti anni e che, con il tempo e l'evolversi delle esigenze, il ritmo delle sedute possa diradarsi, mantenendo attivo il legame professionale finché la persona ne trae beneficio e il terapeuta è in attività. Tu stessa hai riconosciuto con grande lucidità di aver proiettato sul tuo analista l'immagine di quel parente fondamentale perso a 16 anni. Quel vuoto incolmabile sta trovando un primo contenimento ed è del tutto naturale che la mente associ il terapeuta alla salvezza e tema la sua scomparsa. La reazione "no, non succederà" quando si parla di un futuro senza di lui fa parte di questo processo. La tentazione di chiudere ora per evitare un dolore futuro è un meccanismo di difesa molto comune quando il legame diventa profondo. È la mente che tenta di riprendere il controllo: "Se me ne vado io prima, non potrai essere tu a lasciarmi". Riconoscere questa dinamica ti permette di non agire d'impulso.

La cosa più importante da fare adesso non è trovare una risposta definitiva su cosa succederà tra dieci o venti anni, ma portare questa crisi esatta all'interno della prossima seduta. Il tuo analista ha già dimostrato di saper accogliere la tua franchezza. Puoi dirgli apertamente che il pensiero del futuro ti ha provocato questa crisi, che l'idea di dover "Interiorizzare" la sua figura per ora ti infastidisce soltanto, e che il terrore di doverlo perdere ti spinge a voler scappare o a mettere una distanza difensiva durante le sedute. È proprio lavorando su questo terrore dell'abbandono, dentro la sicurezza della stanza d'analisi, che la "bomba a orologeria" può gradualmente disinnescarsi.

Un cordiale saluto.

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Ravenna

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