Il processo analitico, il cambiamento, l’incremento della capacità di essere presenti a se stesso da parte del paziente sono spesso elementi che passano attraverso canali sub simbolici e non verbali della relazione. La madre sogna il bambino prima della sua nascita preparando una pelle psichica e contenitiva che possa accogliere gli elementi dell’esperienza che la relazione affettiva porterà. Questo contenimento che avviene nella relazione tra il sé emergente e chi si prende cura di lui permette di metabolizzare , assimilandoli , gli elementi grezzi ed inelaborati dell’esperienza dando loro forma e senso. E’ questo un processo che potremmo assimilare al sognare l’esperienza , per usare una definizione di T. Ogden o al concetto di rêverie avanzato da W. Bion.
Per esemplificare questo concetto porterò un caso clinico.
Francesca, 30 anni, sposata e madre di due bambini, lavorava saltuariamente come baby sitter, si era rivolta a me a causa di un pervasivo vissuto di disorientamento rispetto alle proprie mete da perseguire, riportava una profusa demotivazione, un vissuto di insoddisfazione (nella vita di coppia, lavorativa, nei rapporti con la famiglia e con le amiche). La sensazione era quella di non poter mai “attecchire” in nulla galleggiando sulle esperienze, osservandole da fuori come in un film. Riportava, inoltre, il suo vissuto di non essere ascoltata, tenuta in mente dall’altro (in primis la madre), un altro che interagiva con lei come se lei non ci fosse.
La relazione controtransferale iniziò potente già dalle prime sedute, un invalidante vissuto di torpore che mi costringeva ad alzarmi spesso durante la seduta per andarmi a sciacquare il viso per non addormentarmi (o il muovermi continuamente sulla poltrona) e soprattutto la difficoltà, quasi del tutto invalidante, a ricordarmi qualsiasi cosa ci dicessimo. Non ricordavo nulla di lei, zero. Provai quindi a prendere appunti durante la seduta ma inesorabilmente li dimenticavo a casa o li perdevo, quelli sul telefono sparivano come per magia. A volte mi proponevo di prendere delle note a fine seduta ma era troppo tardi, tutto era stato cancellato nella mia mente.
Ogni volta che ci incontravamo era per me la prima volta, quando iniziava a parlare per me era come non ci fossimo mai visti prima. Anche il suo volto mi sembrava nuovo. Durante la seduta la mente si annebbiava e mi trovavo costretto ad andare sul senso letterale del suo discorso per non addormentarmi (e non escludo che a volte sia accaduto). Chiesi in alcune occasioni aiuto a Francesca chiedendole di riprendere lei il discorso della seduta precedente ad inizio seduta ma neanche lei aveva la più pallida idea di cosa ci fossimo detti. Mi ricordavo solo le prime battute della seduta, poi il vuoto più assoluto. Mi trovavo a sperimentare una sorta di buco condiviso della memoria, un’assenza accecante di contenuti. Eravamo entrambi molto motivati a lavorare ma entrambi non ricordavamo nulla. Capii allora che il lavoro andava fatto ad un altro livello, che dovevo entrare in quell’assenza e viverla insieme, mentalizzando una serie di potenti vissuti grezzi e inelaborati.
Decisi allora di seguire le mie rêverie interiori, per libere associazioni lasciavo vagare il mio pensiero e il mio umore come un cavallo su una collina, senza alcun freno o vincolo. Non ricordo dove andassi con la mente in quei frangenti ma mi ricordo che quel galoppare libero era molto piacevole.
Nel frattempo vedevo Francesca migliorare, aveva un buon umore , aveva iniziato un master con profitto per specializzarsi in una branca delle scienze dell’educazione, stava esprimendo un suo desiderio e lo perseguiva attivamente, con il marito aveva iniziato ad affrontare una serie di nodi problematici e lui aveva a sua volta iniziato ad andare in psicoterapia. Il rapporto con la madre aveva preso una forma e la madre incominciava a ricordarsi le cose che lei le diceva e a non interferire nell’educazione dei bambini. Mi ringraziava commossa del lavoro che stavamo facendo anche se io non avevo la più pallida idea sul modo in cui la stessi aiutando. Un giorno , a fine seduta, imbarazzata mi disse “dottore, la prossima volta devo dirle una cosa, devo confessarle che lotto per tutta la seduta con una intensa sonnolenza”. Colsi la palla al balzo dicendole che saremmo partiti da questo punto nella seduta successiva. Questa volta , alla seduta seguente, mi ricordai. Stavamo uscendo dal buco.

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