Il soggetto dell’inconscio mette in crisi l’Altro del sapere: gli dice ‘non sai niente’. Lo si vede molte bene coi bambini, quando cominciano a porre domande ai genitori non tanto per sapere effettivamente ad esempio, perché le stelle sono attaccate al cielo, bensì per testare la risposta dell’Altro, per posizionarla all’interno di un quadro di sapere o non sapere. Se il bambino incontra nell’Altro “troppo sapere” si prende gioco di lui.
La ripetizione non cessa di non scrivere questa ironia nei confronti dell’Altro sapiente. La macchina inconscia va affamata togliendosi, sfilandosi, in quanto analisti, dalla posizione di sapere, per far sì che la pulsione si sfianchi. Non va data all’inconscio, nella sua posizione altezzosa, l’occasione di ironizzare sul sapere dell’Altro, perché spera proprio questo, che ci sia qualcuno che sappia così da colpirlo, destituirlo.
L’Altro, per l’inconscio, è sempre misterioso. L’inconscio sogna di rappresentare il mistero dell’Altro, sogna di agganciare l’Altro, ad un oggetto rappresentabile, nel linguaggio freudiano, sogna di giacere con la madre. Il fine dell’inconscio non è la sopravvivenza, come dice Bowlby, ma la padronanza, insegnare all’Altro come si fa ad amare. Ride dell’Altro che non sa amare ma soltanto sapere.
Nel tentativo di schiacciare l’Altro a livello di un qualcosa di rappresentabile, visibile, l’inconscio deve fare i conti con la disarmonia originaria tra il soggetto e l’Altro. Lo vediamo attraverso la dialettica tra domanda e desiderio. Il desiderio è ciò che non viene soddisfatto dalla domanda, una sorta di residuo interno alla domanda, ciò che della domanda non potrà mai soddisfarsi, il resto prodotto dal soddisfacimento della domanda. Sicché, quando il bambino domanda la presenza dell’Altro, di essere amato, di essere desiderato, poiché il desiderio dell’Altro è ciò che, al di là della soddisfazione della domanda, particolarizza il suo essere; rivela l’irriducibilità del desiderio a ogni domanda. Il fondo della domanda non è mai domanda di qualcosa, ma domanda di essere amati.
L’onnipotenza materna è legata alla dialettica della domanda che sorge sempre in assenza dell’oggetto reale, il seno. È la non sincronicità fra la domanda del soggetto e la risposta materna che fa sorgere l’Altro materno come onnipotente. È questa l’esperienza che sottolinea più di altre lo statuto dipendente del bambino, il quale resta letteralmente appeso alla risposta o alla non risposta dell’Altro.
Nel Seminario V, Le formazioni dell’inconscio (1957-1958) Jacques Lacan spiega che quando l’Altro “dona il seno” soddisfacendo la domanda del bambino, rende l’oggetto simbolico, trasformandolo in un dono. Ma è sempre e solo perché “il seno può mancare” che esso può elevarsi alla dignità del segno d’amore di cui il bambino ha necessità per umanizzare la propria esistenza.
Dott.ssa D’Acuti Arianna
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