Dipendiamo sempre da qualcuno

Con la prospettiva psicoanalitica dello sviluppo umano, portata avanti dallo psicoanalista francese Jacques Lacan, tra gli anni ’30 e ’80 dello scorso secolo, che vede il bambino sorgere nella posizione di oggetto assoggettato al discorso dell’Altro, egli vuole evitare di cadere dal lato della retorica umanistica che farebbe del bambino un soggetto già compiuto in se stesso, sostanziale, e nella affermazione di una sua onnipotenza narcisistica. Gli esperimenti nel campo dell’Etologia di Harlow (1958) sottolineano la necessità di un legame di attaccamento tra il piccolo macaco rhesus e la madre, e i problemi che tale mancanza di legame implica. Le madri sono artificiali: costituite da stracci morbidi o metalliche. Questi esperimenti anticipano la Teoria dell’Attaccamento (1969) di John Bowlby secondo cui al bambino non interessa la soddisfazione della pulsione orale (che Bowlby identifica col mangiare), ma l’attaccamento alla madre. Invece, secondo Lacan, e prima di lui, secondo Freud, il bambino non vuole soddisfare alcunché bensì vuole <> la madre, fare un tutt’uno con lei. Si identifica questo processo come una sorta di schizofrenia primaria (Lacan la chiama perversione primaria). L’oralità in questo caso non coincide con il bisogno di mangiare, bensì è la domanda all’Altro, l’appello che fa il bambino alla madre: <>. Il bambino freudiano non possiede sistemi innati di attaccamento, come sostiene Bowlby, che gli consentano di avvicinarsi alla madre, bensì  è preso totalmente dai suoi bisogni metafisici, da quelle che Freud chiama pulsioni di morte.

La domanda all’Altro è dell’ordine della speranza, è la domanda d’amore al di là di ogni egoismo. È una ripetizione. Il bambino è in balia della madre, totalmente impotente per Freud, e ciò che gli sta a cuore è ribaltare la potenza, uscire fuori dallo stadio di impotenza. Dunque, tra il bambino e la madre c’è una disarmonia originaria; mentre per Bowlby il bambino non è in balia della madre, è potente, sa, è efficace. Il bambino bowlbyano è in armonia con la madre.

In questa prospettiva la tesi dell’inconscio strutturato come un linguaggio (1956-19579 si completa con un’altra affermazione celebre di Jacques Lacan:

“L’inconscio è il discorso dell’Altro”. (J. Lacan, Il seminario su “La lettera rubata”, in Scritti, vol. 1, Einaudi, Torino, 2002, p.12)

Con l’introduzione della categoria dell’Altro, con la A maiuscola, irriducibile all’altro intenso come il simile, come l’altro uomo, come l’altro dell’intersoggettività; egli vuole mettere in rilievo la dipendenza costituente (disarmonia originaria) in cui è gettata la realtà umana. La dipendenza del soggetto dall’Altro precede e fonda ogni dipendenza psichica del bambino dalla madre. Il grande Altro (storico, sociale, culturale, familiare) definisce il luogo entro il quale il soggetto umano si trova preliminarmente iscritto sin da prima della sua nascita. L’insistenza di Lacan su questa dimensione preliminare dell’Altro comporta che la nascita del soggetto non avvenga tanto a partire dalla separazione dalla madre, ma dalla separazione del soggetto da una parte di se stesso, da una parte del proprio corpo pulsionale. La psicoanalisi sostiene che non c’è ideale a cui performarsi bensì c’è del nuovo. Essendo per il soggetto già perso in partenza qualcosa di sé nell’incontro con l’Altro, c’è dell’altro di sè da conquistare nel processo di soggettivazione che non è dell’ordine dell’ideale, né dell’ordine della rappresentazione.

È sullo sfondo di questa perdita originaria di godimento causata dall’incorporazione del linguaggio che il rapporto madre-bambino può trovare la sua cornice strutturale. Il soggetto umano nasce sempre nel campo dell’Altro, non esiste un soggetto che consista solo del proprio essere. Prendiamo la questione del linguaggio. La prospettiva strutturalista rovescia completamente quella evoluzionistica che affronta questa questione in termini di apprendimento, da parte del bambino, di una funzione cognitiva specifica. Attraverso la memoria e l’esperienza, il bambino acquisisce progressivamente la parola emancipandosi da uno stato iniziale di tipo preverbale. Nella prospettiva strutturalista, invece, non è il bambino che impara a parlare, che apprende l’uso comunicativo del linguaggio, ma è il linguaggio a parlare al bambino. Prima di apprendere a parlare, l’infante è un essere immerso nel linguaggio, iscritto nel campo dell’Atro, nel discorso dell’Altro, assoggettato ai suo significanti. Sono le leggi dell’Altro (culturali, storiche, familiari, sociali, mitologiche) che precedono la sua venuta al mondo a dettare l’ingresso del bambino nel linguaggio. Esso è obbligato a passare attraverso queste leggi per provare, in un tempo retroattivo, a soggettivare la sua esistenza. Al centro c’è un ribaltamento radicale di ogni prospettiva genetico-evolutiva: il soggetto non è un patrimonio in sviluppo (innatismo) che l’ambiente può facilitare o ostacolare, non esiste un programma biologico che anticipa la presa strutturante dell’Altro sul soggetto. Per Lacan, prima di ogni interazione possibile tra il bambino e la madre e prima ancora che questi venga effettivamente al mondo è sempre il grande Altro che agisce sul soggetto. Le leggi della cultura, come la scelta del nome proprio o l’iscrizione in una determinata tradizione o leggenda familiare, anticipano la nascita dell’essere umano. L’Altro è, nella prospettiva bowlbyana, un altro reale, che sa cosa vuole il soggetto. La madre sa cosa vuole il bambino, sopravvivere. L’Altro della psicoanalisi freudiana e lacaniana è colui che non sa, l’Altro esiste solo nella posizione di non sapere.

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