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La signorina F.

Primo giorno. E gli altri.
Passeggiavamo tra i vari reparti della casa di cura. Un giro esplorativo. Il dottore mi consigliò di prestare attenzione. Si avvicinò una donna dal viso curato, notevolmente, fuorviante dell’età anagrafica. Stavo per conoscere la signorina F.. La introdusse come una paziente “straordinaria”. Ci raggiunse mostrando soddisfazione. Passo rapido, viso a terra, determinata. L’esposizione datagli dal breve tragitto le era pesata.
F.: “Buongiorno padre sano.” disse riferendosi al Dr. e tentando un rispettoso abbraccio.
Il Dr.: “Buongiorno F., come va oggi?” schivandolo in modo altrettanto garbato.
Da quell’istante i saluti, i colloqui o le chiacchierate con F. si trasformarono in un esercizio linguistico coatto e psichicamente invasivo. Era composto di libere associazioni, rime, citazioni, frasi fatte, vezzeggiativi e motti di spirito in generale che doveva essere interrotto da terzi. Il Dr. mi chiese cosa ne pensassi. La prima sensazione indefinita, disorientante. Mi aveva confuso. Avevo posto molta attenzione alle sue parole e paradossalmente si era rivelata una strategia poco redditizia. Pensai che dovessi allentare la presa. E di dovermi difendere maggiormente per districare le trame tessute dalle molte parole. Filtrarle e aspettare di valutarne la posa.
Doveva nel suo presente psichico parlare. Doveva liberarsi. Una prolungata esplosione anale. È stitica. È ossessiva. È una catena di esplosioni. Un flusso di coscienza continuo. Quasi continuo. Tra la moltitudine di parole, concetti e collegamenti che produceva, fatta concentrare su uno di questi, ad hoc, su dei nodi, s'interrompeva il flusso. Riprendeva fiato e continuava con un tipico “…e allora…”. Una corda era stata toccata. A volte cambiava timbro: “Somatizzo sulla voce, le corde vocali sa, fratello sano, e sull’intestino…sa…sono stitica”. Ossessiva e ossessionata dalla pulizia. Tendeva a sottolinearlo sempre d’altronde, era diventato un vanto. Ormai scudo del nucleo patologico e niente più. Da difesa svolta e organizzata per anni senza consapevolezza adesso era utilizzata come uno strumento utile a non crollare. La sbandierava la sua ossessione. Tentava di distrarre l’attenzione dalla sua ferita. Teneva tutto un po’ più vicino l’ordine e la pulizia, conteneva la disintegrazione. E quel poco che ancora riusciva a creare lo teneva dentro di se.
F.: ”Nel mio armadio metto delle piccole borsette contenenti profumo alla fragola. Sa, si tratta di avere rispetto per se stessi, contro una sensazione di ‘barbonaggio’”. La paura della deriva è riscontrabile significativamente nelle ossessioni e fobie legate all’igiene. Ed era una prima strategia. Come seconda si avvaleva di un'acuta razionalizzazione: nei momenti più profondi dei colloqui incominciava a citare espressioni tecniche analitiche o psichiatriche donategli incautamente in tutti questi anni di peregrinare tra strutture di varia accoglienza.
Io: “F. che ne pensa se non usassimo più tutti questi tecnicismi?” suggerii.
E lei: ”…finalmente…”.
Io: ”Proviamo a parlare…”.
E lei: ”Con il cuore…”.
Ma non poteva.
L’istantanea con autoscatto della sua organizzazione mentale raccontava di un camino acceso dove venivano all’occorrenza bruciate le parole. Nella stessa stanza si trovavano i pensieri che vagavano liberi. Ora, se i pensieri rimanevano nell’etere erano salvi, ma non si potevano dire. Nel momento in cui diventavano parole dovevano essere bruciate e non si potevano più utilizzare. Se si resisteva a questo meccanismo tentando di ascoltare e poi esprimere verbalmente il pensato che vagava libero, arrivavano delle stilettate sulle ginocchia da una persona non bene definita.
L’idea trasmessami da questa scena era di un pensiero simbolico, troppo doloroso da vedere ed essere provato emozionalmente, quindi da poter codificare in parole. La comprensione doveva essere contenuta, ma la strategia era distruttiva. La sensazione era di un forte dispendio libidico. Da lì la caratteristica tenerezza di usare frequentemente diminutivi: la tendenza sadica era frenata nel bruciare il pensiero, poi parola, vissuto come e nella sua componente aggressiva. Il potenziale di angoscia era doloroso in modo direttamente proporzionale alla sua consapevolezza. Tutto sommato era meglio bruciare il desiderio del nucleo patologico, essere stanchi, che essere colpiti.
Tra un discorso apparentemente di poca importanza e un altro:
F.: “Io mi sento femminuccia e ne è l’unico segno evidente solo quando ho le mestruazioni. Ed è anche l’unico momento nel quale mi sento pulita”. Si sentiva pulita nella limitazione “impostagli” ma quanto mai gradita proporzionalmente al desiderio. Limitazioni pratiche, ormonali nella diminuzione del desiderio. E nell’uso di un tabù. Il tabù del rapporto sessuale con sconosciuti durante il mestruo è qui usato per annullarne il desiderio.
F.: “Mi piace molto Michael Jackson. Sa, non è pedofilo, e lo hanno ucciso. X alla struttura Y mi ha detto che mi piace solo perché ha un “pene” (più prosaicamente nella realtà) gigante”.
Io: “Non merita neanche replica una tale insinuazione verso di lei, persona così di cultura e livello…”. Sentii il bisogno di doverla ripulire ulteriormente. Avevo perso il controllo e tentavo di ripristinarlo in lei rinforzandola razionalmente. Non avrei dovuto ma a conti fatti fu più utile coprire un po' più che continuare a svelare. E poi mi ero ripulito anche io.
F. sorrise, mi guardò riconoscente della mia galanteria e riservatezza. Non adesso, se ne parlerà magari un’altra volta. Sapevamo che non era così. Sarebbero bastati pochi incontri a oltrepassare questo limite.
Mi confidò di ritenersi irrecuperabile. Gli risposi affermando fermamente la mia convinzione che si trovasse sulla strada giusta, comunque. Mi sentii autorizzato a un’affermazione di questo genere confortato dalla sua storia clinica recente. Ma era davvero migliorata? Il setting, o meglio la sua peculiare impalpabilità, mi permetteva paradossalmente di abbassare la guardia. Non ero sicuro affatto di quello che avevo previsto, ma ne ero sicuro in altro modo: il potenziale umano era ricco. Per ultimo, ma non per importanza, le comunicai la mia fiducia perché faceva bene a entrambi. Alla sua vita tanto vituperata. Alla mia inesperta compassione. E in fondo costava poco rispetto al rendimento. Ne ero sicuro e glielo comunicai.
L’anamnesi fu complessa da ricavare. Confusa e contraddittoria sul piano di realtà come naturalmente funzionale ai racconti di F. quanto poi a tratti inutile rispetto alla realtà della sua vita vissuta psichica. Brevemente.
Le muore il padre a undici anni.
Quarta figlia, due sorelle erano decedute, la madre era gravemente malata.
A diciotto anni i primi segni di scompenso, frequentò un collegio, a ventisei iniziò un analisi personale che durò 13 anni fino a quando uno degli analisti (non è chiaro questo frangente) le consigliò di farsi ricoverare.
A trentuno anni si iscrisse alla facoltà di psicologia.
48 anni e da tre non frequentava centri per la cura mentale.
Disse di essere figlia adottiva di suo padre. Ma poi lo negò.

Un altro Giorno.
Esordì in maniera decisa F.:”…sono le 11…” con un chiaro tono polemico.
Io con un tono sinceramente sereno: “Sempre verso quest’ora ci vediamo no?”.
F.: “Beh si…perché cosa ho detto?” come a tirarsi indietro.
Era triste perché la madre non la chiamava da qualche giorno. Forse non sapeva del suo ricovero e probabilmente le mancava un quadro patologico esaustivo. O realisticamente non poteva accettarlo.
Io:“Ma vuoi andare via?”
F.:”Quando avrò dormito a sufficienza si…”. Questo desiderio aveva l’aria di sensi di colpa contenuti in una coltre depressiva. Dopo qualche rassicurazione che prima o poi l’avrebbe chiamata incominciò a farsi avanti con decisione.
F.: “Ho sognato che è nato un bambino. Un bambino buono. E ce l’ho tra le braccia. È nostro…”.
Io: “Hai visto che la mia sensazione trasmessale la settimana scorsa ha trovato conforto dentro di lei? È un bel sogno “sognare” di dare la vita ad un bambino”.
F.:“Si…Io mi posso sposare solo con Gesù Cristo o con qualche principe, altrimenti suora.
Ah, un’altra cosa: ma dove eri venerdì? Ti ho cercato per tutta la villa!”
Io:”Non ci sono il venerdì, non potevi trovarmi, ci sono il lunedì e mercoledì”.
F.:”E come faccio io. Mi apri la pancia e poi rimane aperta, non si chiude finché non ritorni. Psicologicamente e fisicamente. Ho un taglio qui. Qui c’è il bambino”. Sguardo ammiccante ma controllato come timorosa della mia reazione.
Non alimentai. Ma lei continuò.
F.:”Posso chiamarti dottore porcellino? Sa…” come ad intendere una intimità fisica.
Io:”No..non si può”.
F.:”Peccato…con l’altro psicologo potevo…”.
Io:”Ma ognuno…”.
F.:”Si si…”.
E ancora mi propose di diventare il suo ragazzo, di fare delle passeggiate soli mano nella mano o almeno a braccetto, ancora di chiamarmi dottore porcellino.
Ai miei fermi rifiuti rispose forzando ulteriormente. Mi raccontò delle sue esperienze sessuali. Due a memoria. La prima nella quale il ragazzo le toccava il seno e la seconda nella quale accadeva “il fatto” come da lei chiamato. Il tentativo seduttivo fu così parossistico che non mi creò problemi. Almeno apparentemente. Lei lo intuì chiaramente ma comunque fece un passo indietro, in un ruolo meno pericoloso e traballante.
F.:”Sa dottore…con te ho 48, anni ma anche 5 dentro di me! Per te sarei disposta a portare il pannolone per tutta la vita”.
“Bene” pensai. Dopo tanto parlare, sentire e accusare, un dato anamnestico della sua realtà psichica era emerso in tutta la sua tranquillizzante forma numerica. Mi rimaneva tanto dal quale guardarmi. Lei aveva intuito che nei primi colloqui era entrata senza incontrare difese discriminanti, e aveva provato a sfruttarlo. Da etereo e quasi indiscriminato, il transfert si era repentinamente sessualizzato. Trasformandosi. Le moltitudini di operatori ai quali lei faceva riferimento con grande devozione erano un feticcio. Ma oggi era sembrato che avesse puntato tutto su di un numero. Aveva messo in gioco il suo disagio. Era calata la maschera. Stava iniziando la regressione.
Mi stava ammaliando? Il transfert sessualizzato che stava inscenando, era sempre una ripetizione in fondo. Era precoce, eccessivamente. Dopo un primo momento di collusione giunsi a un’amara conclusione: mi stava dando quello che volevo. Le sue parole, le sue affermazioni, le sue simbolizzazioni erano degne di essere spalmate in tempi considerevolmente più lunghi senza per questo perdere la loro carica trasformativa. Cominciai a considerare la situazione transferale, prima buona, poi ottima fino all’eccessivamente gratificante.  Ci si chiederà a questo punto cosa c’era di così anomalo in una situazione transferale di questo tipo per quanto forte…e anche per quanto rapida viste le caratteristiche combinate della paziente e del contesto terapeutico. Ebbi un dubbio. Sentivo qualcosa di strano. E di strano c’era che il transfert non si era mai formato. O almeno in proporzioni di molto inferiori a quelle mostrate. Anzi: la sua qualità era diversa. Avevo di fronte a me la ripetizione di anni di vita ospedaliera psichiatrica e non di dinamiche familiari espressamente genitoriali. Troppo calde evidentemente. Un eco dunque. Un derivato di troppo. E mi stava testando. Lo aveva fatto precedentemente. Continuava a farlo. Probabilmente facendo un confronto con il suo personalissimo “gruppo controllo” di comportamenti terapeutici. Di esperienza ne aveva. Ero stato presuntuoso. Di positivo considerai il processo di scrematura, che probabilmente, ma molto più in la mi avrebbe portato a confrontarmi con la translazione del suo vero passato e non con il surrogato della sua difesa razionale. Se me lo fossi guadagnato. Mi aveva ammaliato.
Il problema, o meglio uno dei tanti, era “il nucleo del disagio”, così denominato da F., interno ed esterno. Oltre ad essere “picchiatella” doveva “sorbirsi” questi nuclei patologici da “tutte queste vecchie pazze e dalle suore”. “Cos'ho da spartire con loro” chiedeva. Lei doveva “spicchiatellarsi”, ma con tutti quei “nuclei del disagio” nei paraggi non era semplice. E poi non era come loro che nel peggiore dei casi rientravano dopo tre mesi e nei migliori dopo sette. Lei erano tre anni che stava bene.
F.: ”Alcune cose non posso dirle. Non voglio”.
Io: ”Giusto così”.
F.: ”Sono private” per poi iniziare a mimare qualcosa. Stava mostrando fisicamente la scena. Non aveva parole sufficientemente scariche libidicamente. Rischioso poterle dire. Le stava rappresentando, con viso serio e impegnato nel suo mimo psicotico. Non capii niente. Il pensiero corse a Bion che riferiva nei racconti delle sue sedute di vedere gli oggetti bizzarri lanciati dal paziente per la stanza… pensai come fosse fondamentale osservare i punti di caduta... visto che prima o poi bisognava andare anche a raccoglierli. Io mi limitai fiducioso ad attendere una futura trasformazione verbale.

Ultimo incontro
La sala ricreativa era vuota e in penombra. Le altre pazienti o in stanza o a messa. Lei era lì seduta al suo posto, sulla sua poltrona, vicino al televisore. Era una giornata che prometteva pioggia e il colore del cielo era come quello della sera, quando la giornata si appresta a finire.
Mi vide, ma non disse niente, mi avvicinai.
Io: ”Buongiorno”.
F.: ”Salve fratello sano…sono distrutta. Domani esco”.
Ero stato informato. Sarebbe stata dimessa il giorno seguente. Non sembrava contenta. Rispetto poi alle continue lamentele sulle compagne di degenza mi aspettavo più entusiasmo. La notizia di tornare nel mondo reale aveva risvegliato in lei angoscia e paura. Non poteva comprare le “cremine” e tutti i ciondoli. Non le passavano più i soldi. Aveva paura, della sua agorafobia, degli autobus e dei marocchini. Come per il rapporto con i barboni. La badante la trattava male. La madre la teneva sempre sotto pressione psicofisica. La sorella la odiava. Il padre era morto. A casa fu travolta da un senso di vergogna che le veniva buttato addosso in modo genericamente gratuito e fuori da una analisi selvaggia, peraltro riscontrata anche dal Dr., data da sedute irregolari e interpretazioni precoci. Era tutto semplicemente un po’ più chiaro. Il mondo che la aspettava era quello del suo malessere. Voleva rimanere più a lungo: con i nuclei sani del “padre sano” (il Dr.), della Dottoressa e del “fratello sano” (io). Dovevamo chiudere la pancia, mi ricordò.
Era buio, e in penombra andava avanti il nostro colloquio dettato sempre dal ritmo di F. "allegro ma non troppo". Tanti aneddoti, spesso riciclati e tappezzati di nuove emozioni e sfumature. Tanti centri e case di cura, dottori ed operatori nella sua vita, nella sua mente, tra una canzone abbozzata ed un’altra. Nei suoi desideri. Non sarà più come tanti anni fa. La morte del padre, quando aveva undici anni. Non come il suo precedente operatore che “…se l’è goduto fino ai trentadue!”.
“Non guarirò mai” mi disse. “Mi hanno detto a X che se non divento “spicchiatella”, non troverò mai marito. Ma io sono pronta per Gesù”. Mi confessa che un giorno tornerà per riposare ancora e sotto il benestare del “padre sano” potremmo andare mano nella mano a fare una passeggiata soli, io e lei. Ancora un'oscillazione tra il desiderio e la sua rimozione maniacale.
Poi, uno strappo, un elemento importante. Si stava chiudendo la pancia. La mia attenzione meno rigida ma più puntuale rispetto alle nostre risonanze mi aiutava a reggere l’impatto. Era importante. Forse ci saremmo rivisti a marzo, o ad aprile. In primavera. Per altri “…ventitré ventiquattro giorni di riposo”. Mi chiamerà. Se potrà. I contorni del suo viso si scioglievano tra le sue parole. Sorvolavano rapide l’attenzione e scomparivano velocemente come i primi fiocchi di neve al suolo. Neve di primavera. Ci avviavamo alla conclusione e lei mi raccontava ancora aneddoti già sentiti. Mi chiedevo se stesse dando la stessa importanza all’ultimo incontro che gli stavo dando io. Probabilmente molto di più, conclusi. Solo allora mi apparve chiaro che i suoi racconti stereotipati erano l’impalcatura della sua mente. Solo ricostruendola ogni volta poteva parlarmi per pochi secondi del padre, della madre, del mestruo, della sorella e altri vissuti consistentemente penosi. Altrimenti non aveva dove contenerli. Come la leggenda di Sisifo. Condannata a sospingere in cima la sfera, per poter dire durante il tempo della sua caduta . Poi ricominciare a creare lo spazio, per poter vedere, per poco. Era molto doloroso, faticoso.
F.: “Non posso parlartene” mi disse in due occasioni, visibilmente sofferente. Si difendeva. Fortemente. Erano due contenuti sessualmente accentati.
L’ultimo sogno: “Andavamo a passeggio su di una collina mano nella mano. Ci fermavamo e stavamo li tranquilli, quando incominciò a piovere.”. Tristezza e sessualità combinate da una sola parola ed una sola espressione del viso, nelle sua ultima immagine.
Noi siamo fratelli, però adottivi, altrimenti è una cosa brutta, sporca. Oscillava tra una forte sessualizzazione del rapporto e il contrario. Dalla sessualità era provata significativamente e i sensi di colpa per desideri infantili e incestuosi la reprimevano del tutto. Desiderio sessuale – disagio – parentela assicurativa – desiderio sessuale ancora – diniego.
Mi confidò di essersi accorta del messaggio dei miei occhi. Un giorno le comunicarono il mio dispiacere nel pensare il suo nucleo sano mescolato con quello delle “vecchie” della casa. E mi raccontò del Dr. che era contento dell'ipotetica buona conclusione della nostra storia. Anche se non poteva chiamarmi dottore porcellino… Prendeva i pensieri più belli, a lei più cari, li salvava trasformandoli, facendoli propri di persone come me o il Dr. o per dirla a suo modo, con il “nucleo sano”. Per non prendere stilettate. Per non bruciarli. Dura è la vita.
Era già visibilmente stanca. La stanchezza di chi sapeva cosa la aspettava. E di chi aveva provato. Quella stanchezza data da un equilibrio energeticamente patogeno. La madre era malata, la doveva massaggiare, diceva lei. E la sfruttava per sbrigare tutte le faccende dentro e fuori casa. Madre padrona, una bambina cresciuta nel ricordo di quello che sarebbe potuto essere. Senza un padre, anzi, senza due padri, con la morte che aleggiava, attiva e presente. Cattiva sorte. Caduti in disgrazia. Sarebbe potuto essere. Convinta ormai del suo ineluttabile destino “disagiato”, percepito, compreso, sventolatogli in faccia come una colpa. Una vergogna. La vergogna del desiderio. Voleva passare da due a dieci gocce di Valium. Tutto andava bene pur di non pensarci. L’importante era non dovere subire altri prelievi. Aveva già dato, donato. E ancora avrebbe aspettato prima di ricevere. Per molto ancora. La congedai.
Andandomene incontrai un’altra paziente, aveva dell’ansia. Ci penserà il Dr. per i farmaci dissi. Lei mi rispose che non bisognava di quello, voleva parlare. Ci penserà il Dr. per i dolori dell’anima.
E poi un’altra ancora. Stava tanto male diceva. Ci penserà la Dottoressa, le dissi, per le medicine. E lei disse che aveva bisogno di parlare, tanto. Ed io le dissi che ci avrebbe pensato la dottoressa per i dolori dello spirito.
E intanto mi guardava a distanza ancora, F. Appoggiata al muro del corridoio, le mani dietro la schiena. In fondo volevano parlare, solo parlare. O meglio, essere ascoltate, solo essere ascoltate.

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