Quando la performance non è il problema

"Le cose non vanno male, i risultati ci sono, il mio lavoro è abbastanza riconosciuto, ho un buon welfare aziendale… eppure non sono felice, mi sento vuoto, venire al lavoro mi pesa tutti i giorni di più."

L'ho letta, in forme diverse, decine di volte analizzando i risultati di una recente indagine di clima aziendale. E ogni volta mi confermava una cosa: siamo abituati a cercare i problemi nel lavoro solo quando la performance diminuisce.

Ma cosa succede quando la performance continua a essere buona (per ora), e le persone non trovano più nessun significato in quello che fanno?

Non è sempre un problema di motivazione…

Il lavoro non è soltanto ciò che facciamo o quanto ci pagano, è anche il significato che gli attribuiamo.

La ricerca sul meaning of work mostra che la significatività del lavoro può nascere da diverse fonti: dalla persona, dalle relazioni, dalle caratteristiche del lavoro, dal contesto organizzativo. Ognuno di noi trova significato nelle cose che fa in modo diverso, unico, non standardizzabile.

Un contributo fondamentale in questo senso è quello di Wrzesniewski, McCauley, Rozin e Schwartz, che hanno individuato tre modi diversi di vivere il proprio lavoro.

Job — uno strumento per procurarsi reddito, sicurezza e stabilità. Il significato principale della vita sta altrove, fuori dal lavoro, che rimane un mezzo.

Career — un percorso costante di crescita, apprendimento, riconoscimento, responsabilità e successo. A guidare sono i progressi fatti, gli incrementi di ruolo, la visibilità, il successo.

Calling — qualcosa di più profondo. Un'attività percepita come significativa, coerente con i propri valori, capace di contribuire a qualcosa che va oltre il risultato individuale. Una chiamata che pervade il 100% della vita, senza distinzione fra lavoro e vita — perché in questo caso quel lavoro è la vita, indipendentemente dalla carriera e dal ruolo.

Nessuno di questi orientamenti è giusto o sbagliato. Il punto è che non tutti lavoriamo per le stesse ragioni, e questo cambia molto il modo in cui ciascuno di noi vive la stessa situazione.

Una promozione può essere una grande opportunità per chi ha un orientamento Career. Può essere quasi irrilevante per chi vive il lavoro come Job. Può essere significativa per chi cerca nel proprio lavoro coerenza con i propri valori.

La stessa opportunità, tre significati completamente diversi. A volte è difficile spiegare a un imprenditore che vive per la sua azienda ed è felice, come mai molti dei suoi collaboratori, a una certa ora, vogliono andare a casa e fare altro. E non è sempre solo questione di retribuzione… ma di significato, prima di ogni altra cosa.

Il significato può cambiare…

Un aspetto molto interessante è che il significato può cambiare nel tempo. Non siamo necessariamente le stesse persone professionalmente a 30, 40 o 50 anni: cambiano le priorità, i valori, le responsabilità, ciò che consideriamo successo.

E può cambiare anche ciò che ci aspettiamo dal lavoro. Ed è forse proprio qui che nasce quella sensazione difficile da spiegare: "Continuo a lavorare bene, ma non trovo più lo stesso senso in quello che faccio."

L'istinto immediato, in questi casi, è: "Non sono felice qui, devo cambiare azienda o almeno ruolo, ho bisogno di una nuova sfida."

Il suggerimento che do sempre è quello di fermarsi un attimo, riflettere, capire — prima di agire d'impulso. A volte è utile cambiare. Ma non sempre.

La ricerca sulla motivazione lavorativa ci ricorda che la motivazione è un processo dinamico, che dipende dall'interazione tra caratteristiche della persona, obiettivi e contesto.

Per questo, prima di chiedermi "Come ritrovo la motivazione?", potrei chiedermi: "Che cosa è cambiato nel rapporto tra me e il mio lavoro? Sono cambiato io, le mie priorità, le cose che danno significato alla mia vita?"

Nel mio lavoro di psicologo e coach incontro spesso persone che si trovano proprio in questa zona di confine: non in difficoltà nella performance, ma in una fase in cui stanno cercando di comprendere meglio il rapporto tra chi sono, ciò che fanno e ciò che oggi considerano importante.

Se ti riconosci in questa "zona di confine" — performance ok, senso che manca — scrivimi pure, ne parliamo volentieri.

Stefano Tirozzi – Psicologo e Coach - www.stefanotirozzi.it

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