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Il Trauma

08 Novembre 2011

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E’ un argomento trattato da millanta autori e io parlo solo di quelli che mi hanno dato un accento di verità umana. Borgogno (1999) ha sottolineato la centralità dell’ambiente e della forza traumatica che esso può avere nel formare l’individuo, e anche che questa verità ancora non è accettata da molti, chiusi in una visione monocentrica, unipersonale dello sviluppo individuale centrato; faccia testo per questo durante le Contoversial Discussions in cui vi era aperta lotta fra le fazioni di Melanie Klein e degli Anna freudiani e: la prima, congiuntamente con Donald Winnicott [che a volte fu considerato un kleiniano, in altre occasioni come facente parte del “Middle Group”, cioè di tutti coloro che rivendicavano la propria originalità di pensiero, sia rispetto ad un gruppo rispetto all’altro] in pratica riteneva che il ruolo della madre non potesse che essere quello di dare cibo e di cercare di contenere le fantasie sadiche di questo [anche riguardo a combattere gli usurpatori del grembo mai nato e cioè i fratelli]; la Klein non accennerà mai ad un suo “problema” riguardo alla propria madre che era depressa ed altamente svalutante per lei, elemento, fra gli altri che fa presumere F. Robert Rodman ( pagina 57) che le sue successive amiche, sue sostenitrici alla società Psicoanalitica Britannica, a volte pazienti, a volte traduttrici dei suoi lavori siano stato un gesto riparativo (inteso come posizione depressiva) nei confronti della propria madre.

Ma qual è il motivo di questa mia lunga digressione?
Il constare Winnicott come una persona con un proprio percorso e che quindi all’inizio seguì una linea di pensiero ben consolidata, ma che alla fine riuscì ad esprimere i propri sentimenti aggressivi [si lamenterà svariate volte che da piccolo era troppo carino Rodman-pag.24], [F. Robert Rodman, Winnicott, vita ed opere, Cortina, pag. 103).
Mi pare innegabile che parlarvi delle Controversial Discussions e quindi dei due protagonisti è stato una modalità per riaffermare i punti di vista diametralmente opposti delle due fazione: per la Klein la madre praticamente non esiste in quanto è la mente del bambino che è “intrisa” di gelosia, cattiveria, istinti predatori.
Ritengo che il modo migliore per farci comprendere il pensiero di Winnicott sia la sua celebre frase: “non esiste un bambino senza la madre”, con questo intendendo dire che il neonato non ha solo impulsi suoi innati, ma che sono le cure materne che hanno il compito di accrescere o meditate questi ultimi, pertanto egli affida uguale importanza all’ambiente esterno, come a quello interno. Pertanto innatismo vs. empirismo.
Pertanto il trauma per Winnicott può essere in egual misura sia sollecitato da eventi esterni, sia interni; per la Klein la madre è solo un “facilitatore”, non si può in realtà dare nulla al bambino perché è il suo mondo interno [inteso come pulsioni e non come oggetti introiettati] è per noi adulti inaccessibile.
Riprendendo le fila di quanto accennato sopra siano di ulteriore esempio gli scritti di Franco Borgogno mi ha anche meglio specificato il concetto di percorso dello sviluppo della persona e del suo modo d rispetto ai due “bastioni”: Anna Freud e Melanine Klein dall’altrai pensare per tutto il corso della sua vita, così come mi ha dato un interesse precipuo per i due autori il cui percorso seguo alla ricerca di verità sulla natura del trauma, Ferenczi e Heimann. Per tutto il resto, Borgogno non ha colpe di mie scelte e asserzioni.

Ferenczi: un percorso tutto personale
Il contributo di Ferenczi riguardo al trauma è fondamentale, anche se non viene riconosciuto per intero o è frainteso (Borgogno, 1999) da chi non si è dato la pena di conoscere il suo percorso e la sua persona, e ha soltanto sottolineato il suo disconoscimento da parte di Freud e dei suoi fedeli nell’ultima parte della sua vita, quando, sempre secondo i più fedeli (Jones, 1957), uscì pazzo.
Il concetto di percorso è molto importante e può essere usato più utilmente di quello di processo: processo è come una fotografia della dinamica delle forze che interagiscono nel campo, percorso è una freccia, una direzione, con un inizio che riporta al padre e alla madre, ai nonni e ai bis-nonni e che termina con la morte.
Come nelle coppie o nelle famiglie uno acquista un aspetto, un ruolo, un nomignolo che è difficile modificare e che rimane nel tempo oscurando un proprio cambiamento personale, che non viene riconosciuto fin quando non esplode in conflitti e rotture, anche all’interno della psicoterapia, quando un paziente è stato etichettato in un certo modo, non è facile vederne il cambiamento e la resistenza alla riproposizione dell’immagine consueta.
Si tende sempre a essere visti come si è stati visti. La disconferma e la non convalida sono traumatiche, perché tolgono una parte dell’identità del soggetto.
Bisogna sapere da dove uno è partito, ma anche dare valore a dove uno sta andando. Un’immagine spesso usata negli ultimi anni per descrivere il compito degli psicoterapeuti, come delle persone al volante, è che essi debbono guardare nello specchio retrovisore, ma nello stesso tempo guardare avanti; il che vuol anche dire che, parafrasando il concetto di Bion (1962) di visione binoculare, si deve guardare con il microscopio ai derivati dell’inconscio, ma nel frattempo guardare a tuttocchi la realtà dell’esistenza. I pazienti devono essere studiati nel loro percorso: se li guardiamo dall’esterno e a prima vista vediamo solo la loro sofferenza e la loro stramberia, ma se andiamo ad osservare bene quella sofferenza e quella stramberia a poco a poco ci diventano comprensibili: questo è stato l’insegnamento di Freud e quello di Binswanger e in genere degli antropofenomenologi, agli inizi del secolo scorso.

Anche gli autori e i loro contributi alla conoscenza vanno colti nel loro percorso: Ferenczi è arrivato a sostenere una terapia attiva, nel senso che è il paziente che nella terapia si attiva: il compito di una terapia è quello di rendere il paziente attivo, autonomo, e la terapia deve attivare qualcosa, altrimenti che senso ha?
Mai Ferenczi si è posto come attivo, se non, come dice in una lettera a Freud, del 1931, quando aveva adottato all’inizio della sua attività la neutralità e l’astinenza che i canoni tecnici freudiani prevedevano. Fin dai suoi primi lavori, a cavallo degli anni ’10, egli ha percepito che il presente è fallace se non ha un passato e un futuro, e fallaci sono le sensazioni soggettive del terapeuta quando trova un paziente che non è capace di mettere in parola ciò che sente e può allora, il terapeuta, sentirsi annoiato, sonnolento, attaccato, risentito contro il paziente che gli pare stia boicottando il suo progetto terapeutico.
Ma se il paziente non ha la capacità di percepire e comunicare le sue emozioni dobbiamo dire che sta attaccando il terapeuta?
Che il sintomo attacchi la mente può non essere immediatamente comprensibile. Allora in gioco sono la tenacia e la pazienza del terapeuta nel prendere in considerazione la direzione futuro, le intenzioni, le aspirazioni che il paziente può avere riguardo al proprio futuro.
Dall’interesse e dalla considerazione per i bisogni e le aspirazioni dell’altro membro della coppia terapeutica può nascere una relazione terapeutica efficace e produttiva.

La visione di Ferenczi sul passato si concentrava sul trauma. Trauma prodotto da piccole cose che si ripetono.
Per capire un sintomo, occorre avere attenzione per come si costruisce nella seduta, arrivando per gradi ad una sorta di modello prototipico di come si è andata costruendo la malattia psicologica di ogni specifico individuo. Microtraumi come ferite al proprio narcisismo.
Ferenczi scrisse questo nella seconda metà del primo decennio del Novecento, quando ancora nessuno aveva sviluppato il concetto di ferita narcisistica dell’Io.
Una collega e allieva di Ferenczi colse anch’essa questo insulto al nucleo profondo della persona: Clara Thompson (1964) ai nevrotici di guerra, catatonici, diceva abbracciandoli: “cosa ti hanno fatto figlio mio?” e allora essi “ritornavano”.
L’abbraccio permetteva al paziente di sentirsi degno di entrare di nuovo nel consorzio umano, mentre erano stati trattati come lebbrosi e tali si erano sentiti. Trovare un contesto in contrasto con l’ambiente traumatico permette quello che è chiamato un nuovo inizio (Balint, 1932 e 1968), la nascita di un nuovo Sè.
Le persone pensano con la pancia e con il cuore e poi con la testa, mentre molti hanno vissuto in un contesto solo di mente, senza pancia e senza cuore. Il trauma non è solo qualcosa che è accaduto, ma qualcosa che doveva accadere e non è avvenuto, è l’assenza, quel vuoto che dipende dal fatto che quella famiglia non c’era nel modo giusto: troppo spesso si pensa che l’abuso riguardi tutte le famiglie e non si guarda all’incapacità di molti genitori di essere generosi e di sapere nutrire, divertire, ammaliare.

Poi il trauma deve riprodursi nella terapia, il terapeuta diventare l’assassino: la sofferenza grande non si cura con le parole, ma bisogna incarnare i personaggi, e il terapeuta deve vivere i sentimenti del paziente-infante e a lungo, per restituirli al paziente, non è sufficiente una semplice operazione cognitiva.
E bisogna ripetere, ripetere, ripetere. Ripete il paziente e ripete il terapeuta. Come i bambini con i genitori, anche i pazienti con il terapeuta. E se il terapeuta sa vedere il gioco (come non seppe vederlo il genitore), il gioco non è più pericoloso.
Il trauma allora sarà forte quando il paziente scoprirà quello che non c’è stato. La guarigione comporta il passaggio attraverso una sofferenza più grande quando si capisce perché si è tanto sofferto e la rabbia diventa più grande.
Si passa attraverso un peggioramento fenomenologico, che è in realtà un miglioramento, un percorso verso la guarigione.
E’ un’operazione eccezionale di Ferenczi quella di riconoscere l’identificazione con l’aggressore che i bambini debbono spesso effettuare quando vivono in un ambiente malato. Ne Il piccolo uomo gallo (1913), Ferenczi racconta di un bambino, Aràd, che viene morsicato al prepuzio da un gallo e per affrontare questo trauma si coinvolge nella vita di galli e galline e giunge ad imitare il verso del gallo. Diventerà come chi lo ha aggredito. Il suo mondo diventa quello del pollaio. Il bambino cerca così di diventare protagonista di una vicenda traumatica che ha subito.

Ferenczi metteva in luce che l’individuo si identifica con l’aggressore perché non può fare diversamente, perché deve sopravvivere nell’ambiente che gli è toccato, anche se capisce che il genitore è ammalato.
Meglio quel genitore che nessuno. Il bambino non può fare altrimenti, si identifica suo malgrado con il genitore aggressivo. Questo, in misura diversa, vale per tutti: siamo fatti dai nostri genitori.
Per Ferenczi l’introiezione è la bramosia di oggetti del neonato. Fairbairn (1952) dirà che il bambino cerca oggetti.
Anche Ferenczi dice che il bambino cerca oggetti con brama, ma dice anche che non necessariamente questi oggetti sono buoni. Introietta di necessità per questa brama di oggetti.
I lavori di Ferenczi nei suoi ultimi anni, e soprattutto il Diario clinico del ’32, sono la migliore e più emotivante esposizione del dolore, dell’annichilimento e delle disperate misure difensive del bambino- e dell’adulto- violato, nel corpo e nella mente.
Viene così ribaltato il punto di vista classico secondo il quale in terapia si introiettano Io e Super-Io del terapeuta: oggi molti sottolineano che sono più importanti la disidentificazione e la scelta delle identificazioni.
Ma non è semplice: il paradosso è che è solo quando si è maturi che si possono combattere certe identificazioni e sceglierne altre; un percorso che normalmente avviene soprattutto nell’adolescenza, ma che spesso richiede l’aiuto di un terapeuta il cui compito, come dissi all’inizio di questo capitolo, è di lavorare per consentire l’attività e l’autonomia di chi ha sofferto.
Ancora più distante è il punto di vista di Ferenczi da quello di Melanie Klein che già in quegli anni ’30 parlava di seno buono, buon latte, buon pene, che diventa invece cattivo perché il bambino lo rende non-buono. Per la Klein il primo alito di vita è già di morte in quanto per invidia di quel che è buono e che non è nostro lo corrodiamo.

Paula Heimann: un percorso di pensiero che l’allontanò dalla Klein.
Quali fatti della vita sottendono le teorie.
Paula Heimann, dopo essersi laureata a Berlino in Medicina, fu inviata da Max Eitingon a Theodor Reik per la formazione psicoanalitica. Nel 1933 Eitingon la raccomandò a Jones, vista la mala parata per gli ebrei. Essa pertanto si trasferì in Inghilterra.
Lì si rilaurerò in medicina ad Edimburgo per le pressioni di Jones. Venuta a Londra fu invitata a casa della Klein per un evento mondano; le due si conobbero, si piacquero (a quel tempo la Heimann credeva fortemente come la Klein nell’impulso di morte e nell’invidia, cosa che cambierà negli anni 50).
La Klein nel 1933 subì il lutto della morte del figlio e la Heimann, che andò in analisi da lei, divenne come un suo sostituto. A detta della Heimann una delle cose che non perdonò mai alla Klein fu di non aver mai riconosciuto apertamente che in analisi lei era il sostituto del figlio e la Klein il sostituto della madre della Heimann, che, avendo perso la prima figlia prima della nascita di Paula, la “costrinse” poi a diventarne la sostituta.
Era la Heimann che si sedeva in prima fila, assieme a Clara Thompson, quando la Klein parlava, la prima a difenderla durante le Controversial Discussions.
D’altronde per anni fu la Heimann che ebbe anche il compito di tradurre in inglese gli scritti della Klein. Fu sempre lei che diede il nome agli psicoanalisti che non si schieravano del tutto o per la Klein o per Anna Freud, quello di Indipendenti. Solo nella maturità, un poco prima del 1950, in occasione del Congresso dell’Associazione Psicoanalitica che si tenne ad Edimburgo, un cui tema era il controtransfert, si affrancò dalla Klein (operazione d’altronde difficile in particolare dal punto di vista emozionale in quanto ne era contemporaneamente amica, analizzanda, segretaria, traduttrice e difensore in prima fila) e scrisse articoli che raccolse in Bambini e non più bambini (1955-1956), articoli in cui la visione dell’invidia e della pulsione di morte si erano alquanto ammorbidite e dove trovava grande spazio il tema del transfert e controtransfert, da lei considerati elementi fondamentali in un’analisi.

Punto importante è l’appello che la Heimann fa agli psicoanalisti: mischiarsi con il paziente, scendere nel campo di battaglia. Nell’articolo sul contro-transfert (1950), dice che esso è reazione al paziente e che in qualche modo è frutto dell’ identificazione proiettiva del paziente. Il paziente “mette” se stesso nell’analista, il quale si identifica con lui e si restituisce al paziente.
L’introiezione è un atto di ricezione del terapeuta, ma per interpretare deve proiettare, dando al paziente modo di conoscere ciò che è suo e ciò che è del paziente.

Perché avviene un tal malfunzionamento nella coppia?
Perché vi è un gap temporale tra quello che l’analista riceve e quello che rimanda?
Perché il paziente provoca questo ritardo temporale?

L’analista deve interrogarsi sulla sua effettiva apertura verso il paziente, deve trovare a vivere il Sé bambino del paziente. La Heimann parla di rovesciamento di ruoli e inizia a pensare che insieme al contro-transfert dell’analista c’è il anche il transfert dell’analista, che quindi deve differenziare quello che il paziente gli chiede di vivere e quello che è proprio per sue caratteristiche. Gli analisti bambini. Questo percorso culmina con un contributo, del 1969, che riguarda la responsività dell’analista.

Individuiamo tre fasi nel percorso della Heimann:

  • Ricerca nel paziente, l’analista studia la patologia del paziente
  • Ricerca con il paziente, diventa meno autoritaria
  • Ricerca del paziente: l’analista è ancora più attivo nel cercare il paziente nella seduta.



Chi parla? Chi parla a chi?
Questo piaceva al mondo kleiniano, ma la Heimann era molto più dinamica, diceva che gli alieni possono essere proprio alieni e questo non piaceva ai kleiniani. E poi che l’interpretazione (1970) troppo brillante dell’analista distrugge la squadra di lavoro e questo faceva immediatamente torto ai kleiniani che dicevano che il paziente è invidioso dell’interpretazione. Quel che è importante è la funzione dell’interpretazione e non il contenuto, e nell’interpretazione ci possono essere dei meta-messaggi: sono quelli che si inviano al paziente quando attraverso i contenuti si dice cosa al terapeuta è gradito e cosa è sgradito. Fatti più in là, fatti più in qua, non toccarmi, ti devi comportare bene, altrimenti dicono “guarda che terapeuta”.

Per la Heimann invece il fine della terapia è di aiutare il paziente ad essere se stesso, ad essere libero nel proprio modo di essere. Si devono poi prendere in considerazione i processi cognitivi dell’analista, analizzare i processi mentali che l’analista utilizza quando si occupa del paziente. Spesso è importante affidarsi alle proprie immagini: portarle in seduta perché possono rivelarsi molto importanti, se non si riescono a mettere in parola.
La spontaneità per la Heimann non è lo spontaneismo, perchè la spontaneità deve essere attrezzata dall’esperienza. L’analista non è un dio e fa vedere al paziente le vie con cui giunge al pensiero, fa vedere al paziente come ragiona. La psicoterapia inoltre non riguarda solo il dolore.
Ci sono momenti di gioia, di gioco. I bambini ricercano la verità e se questo non viene riconosciuto lo fanno per conto loro con tutto il pericolo che ne deriva. Rivediamo l’identificazione proiettiva.
È un mostro, un ibrido: la Klein intende una proiezione che non sia solo intrapsichica ma interpersonale, la proiezione in un altro che riguarda se stessi, pezzi che il paziente non vuole riconoscere come propri. Non è come la rimozione, è un’esperienza più complessa: si fa vivere ad altri qualcosa che lui non può vivere, si crea nell’altro un proprio fenomeno psichico. Per esempio una donna depressa che verbalmente non pronuncia il desiderio di morte lo fa vivere agli altri.

I kleiniani hanno iniziato con il considerare l’identificazione proiettiva come manipolazione e controllo dell’oggetto, ma non c’è niente in questa prima definizione di quello che vedranno poi in seguito quando diranno che essa permette di vedere qualcosa che non si riesce a dire a parole. Oggi l’identificazione non è solo quello che intendeva la Klein, ma un’azione personale dove si fa sperimentare qualcosa che non si riesce a vivere. È una modalità relazionale.
La Heimann si sbarazza dell’istinto di morte: ciò che appare anomalo può non essere un eccesso di pulsione distruttiva, ma lìeffetto di un ambiente deprivante, dissociato. Le carenze dei genitori vengono trasmesse ai figli. Le storie si trasmettono a prescindere dall’intenzionalità.
Per molti genitori il pensiero è questo: “io sono confuso e sto male e anche tu lo sarai.” Questa è come una dannazione, un peccato originale che viene trasmesso come una macchia indelebile, è il dolore che si trasmette.

D’altronde per essere se stessi bisogna aver ricevuto amore.
E se non si è ricevuto amore non lo si può trasmettere. Parlo quindi di questo non per colpevolizzare i genitori- Bettelheim procede in modo analogo quando ne La Fortezza Vuota (1967) rifiuta come eziologia dell’autismo la madre-, ma per evidenziare quanta sofferenza può circolare all’interno delle famiglie e quanto dolore, in gran parte inconscio e inelaborato e proveniente da più generazioni, venga ineluttabilmente veicolato.
Figli di genitori che non ebbero genitori. Gli oggetti interni sono quindi da distinguere in due categorie: quelli introiettati liberamente, quelli buoni, e quelli che vengono vissuti come intrusioni. Spesso sottolineiamo quanto è importante la qualità dell’ambiente, cioè il tipo di relazioni che fanno parte dell’ambiente.
Ma non basta: c’è il diritto all’equità (Borgogno 1999) di sottolineare che il bambino non è un adulto, così come il paziente non è uno psicoterapeuta. Questo disse Winnicott (1987), ma anche Anna Freud (1968) diede importanza alla risposta della madre al bambino come essere unico e speciale- e non uno fra tanti, all’attenzione che le occorre nella lettura delle necessità infantili e alla qualità del suo compito di soddisfarle adattandosi ai ritmi del bambino e non solo imponendo i propri; su questa base teorica si fondava la tecnica del warming up, cioè la costruzione del reticolo interattivo indispensabile all’accoglimento e al lavoro psicoanalitico e dunque particolarmente sollecita ai problemi di formulazione e di timing dell’interpretazione. Molti dei pazienti difficili che trattiamo sono persone a cui non è stato concesso di esistere come persone individualizzate, ma solo come appendici di qualcun altro. I loro bisogni di base sono perciò stati ignorati.

Spoilt Children
Sono bambini in cui sono state introdotte dai genitori parti loro proprie: spoilt ha due significati, uno è “viziato” e l’altro “essere spogliati”.
Di spoilt children, come riferisce Borgogno (1999), parlò la Heimann (1975) commentando il concetto di trauma cumulativo di Khan (1974) per porre un importante quesito circa l’amore dei genitori. Seguendo il pensiero della Heimann e di Bollas (1987, 1989) cerco di definire che cosa è uno spoilt child, tenendo presente che l’ambiente da cui provengono numerosi nostri pazienti è assai più deprivante e intrusivo di quello offerto dai genitori iperindulgenti e iperpermissivi che Khan (1974), come tradizionalmente fanno gli psicoanalisti, indica come patogeni: si tratta di bambini in cui non soltanto vengono posti proiettivamente delle esigenze, dei bisogni, dei desideri che non sono i suoi, ma da cui vengono estratte aree di espressività e di esistenza: nel senso che, dovendo tenere in primo piano i loro bisogni, i genitori non sentono e poi non riescono a rappresentare i bisogni del bambino.
L’evoluzione, che per diritto naturale spetterebbe ad ogni essere, viene del tutto o in parte impedita e bloccata.

Il bambino risulta infatti espropriato di qualche cosa di suo e di specifico, trovando invece depositato al suo interno qualche cosa di estraneo ed alieno, che proviene dai genitori e che in molti casi uccide ogni vita e ogni crescita.
Bion (1962, 1967) descrive bene questo processo quando, soffermandosi sulla nascita del pensiero, parla del fallimento della reverie materna e sostiene che il bambino può incorporare un seno invidioso che deruba e spoglia di significato le comunicazioni che riceve. Un seno che rifiuta i bisogni e le angosce del bambino non digerendoli e invece restituendoli in forma maligna per il mancato contenimento da parte del genitore dei vissuti sia del bambino che suoi propri.
L’incapacità del seno- madre- ambiente di accogliere e trasformare le identificazioni proiettive del bambino che trasmettono realtà che hanno bisogno di essere comprese ripropone al bambino la sofferenza psicologica che affligge la madre e pervade l’intero ambiente transgenerazionale.
Da un’altra collocazione culturale, Piera Aulagnier (1975) parla di violenza materna, come un’azione intrusiva che crea nella mente del bambino un oggetto alieno, obbligando il bambino a usare una violenza speculare nel costruire un suo proprio sé.
La Aulagnier è particolarmente dura a sottolineare come questa violenza materna può essere riproposta nella violenza dell’interpretazione, che obbliga il paziente a resistere con quella che nell’ambiente kleiniano è stata chiamata reazione terapeutica negativa.

Bibliografia
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Bion W.R. (1962), tr.it. Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma 1972.
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