Psicoterapia

Aggressività e creatività - Percorsi della mente

10 Dicembre 2019

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Cattiveria e creatività: sentieri della mente

Dopo un lungo silenzio passato sul lettino a guardare il soffitto dello studio, Laura esclama inaspettatamente: “Ma sono la stessa cosa!".

In un primo momento mi lascio sopraffare dal piacere della sorpresa (la sua, quella che mi comunica con voce squillante, ma anche la mia, mentre la sto ascoltando!) anche se ancora non capisco a cosa si riferisce.

Rimango in attesa ancora un momento, almeno fino a quando ripete di nuovo: "Ma sì, creatività e cattiveria sono la stessa cosa!”.  Abbozzo un “Cioè?” di curiosità e solo allora aggiunge: “Sì, sono solo due modi diversi per guardare ad alcuni fatti della vita. A volte i fatti possono essere descritti da due punti di vista apparentemente opposti, escludendone o l’uno o l’altro in base allo sguardo emotivo del momento o del contesto. Le emozioni usate per raccontare i fatti della vita possono essere agli opposti e sentite ugualmente valide, anche se verosimilmente descrivono solo una parte della realtà.

Dopo un attimo di esitazione, devo ammettere quasi a bocca aperta di essere intrigato da questa giustapposizione di parole.

Mi chiedo se nel silenzio di poco prima Laura si fosse messa a giocare con le lettere dell'alfabeto facendo un gioco da Settimana Enigmistica, un anagramma insomma, oppure se il suo sguardo rivolto al soffitto avesse seguito un percorso disegnato nella sua mente fino ad arrivare a “sentire” un qualche intimo legame fra queste due parole.

"Ah, proviamo a parlarne!" aggiungo.

Intanto penso tra me e me a quella che sembra una semplice concomitanza, una coincidenza. In Laura però, questa simultaneità ha prodotto invece una intuizione fulminante, comunicata a me con uno slancio del tutto inaspettato. Mi domando se possa esserci davvero qualche misterioso rapporto fra la cattiveria e la creatività, perché il senso comune si rifiuta di vederlo.

La sorpresa sua e mia, dunque. E' così che si avvia la catena associativa. Di sorpresa in sorpresa.

Per questo le chiedo quali pensieri stava cercando di organizzare nella sua mente quando è arrivata alla sua conclusione.

Un intervento il mio non strettamente necessario!

“Stavo giusto pensando a mia madre”, sussurra.

Da sempre quest’ultima era portata in seduta come la quintessenza della cattiveria, descritta come donna malvagia e capace delle perfidie più audaci, inaffidabile e dedita da tempo immemore, fin da quando la figlia era ancora una bambina, alla sistematica corrosione di tutte le sue iniziative. Una madre che ha frequentato spesso i sogni della mia paziente, tormentandola con incubi. Spesso sotto forma di ragni mostruosi, dotati di zampe artigliate e tentacolari, disposte a forma di gabbia, subito associate alle grate di una prigione, ragni con bocche simili a tenaglie, voraci, divoratrici e in grado di emettere viscide ragnatele avvolgenti. Ancora oggi queste immagini suscitano in lei penose reazioni di fobia incontrollata.

Questa figlia, ormai adulta e madre a sua volta, nel suo percorso terapeutico è apparentemente impegnata da tempo in una lotta senza quartiere coi suoi fantasmi per elaborare un penoso vissuto di dipendenza dalla madre. Nello sforzo di affermare la propria individualità, rincorre la propria autonomia emotiva per emanciparsi da lei e dalla ossessione di ricordi amari e angosciosi.

Un piccolo inciso: ascoltandola, si fa una certa fatica ad accettare come buono il fatto che la madre, cattiva come la strega di Biancaneve, sia una Grimilda a tutto tondo dove non ci sia nulla da salvare. Non fosse per altro che Laura è una persona intelligente e sensibile, dall’emotività a volte incontrollata, esigente ma anche molto affettuosa, ambiziosa ma fondamentalmente buona: da chi avrà acquisito queste capacità?

In effetti, proprio il rapporto difficile e disturbato con questa madre sembra abbia avuto un ruolo nel portare questa paziente da me.

Perché i pazienti vengono da noi? Perché qualcosa non ha funzionato o non funziona in maniera soddisfacente nelle relazioni interpersonali; oppure perché qualcosa si è inceppato nel cammino di individuazione. O infine perché qualcosa nel rapporto con sé stessi si colora di un'ombra depressiva.

Veniamo al primo punto: questa paziente, un’apprezzata professionista in un ambiente competitivo dove la creatività personale fa la differenza, è molto impegnata nel suo campo e viene spesso coinvolta in conflitti radicali con colleghi e colleghe, arrivando anche a rotture ritenute insanabili basate su proiezioni di colpa riversate addosso ai collaboratori. Infatti, ripropone sovente in seduta il suo cruccio: con una certa regolarità formalizza accuse ignominiose contro di loro, sostenendole con quelli che Laura ritiene siano fatti incontrovertibili. La sua conclamata buona fede è una sorta di assioma di partenza: tutto quanto c’è di cattivo che turba la sua mente, viene messo fuori, nel mondo esterno e regolarmente attribuito agli altri. Stando ai suoi racconti, sembra proprio quello che succede con sua madre, pronta ad attribuire alla figlia ogni nefandezza in forma gratuita.

Questa cosmica cattiveria da cui Laura si sente perseguitata, la costringe a “ritirarsi nei suoi appartamenti” (il suo studio professionale) per medicare le sue ferite. Lì si sente finalmente nel suo mondo, in paradiso, protetta, sicura, autostimata. Tenendo fuori, lontana, tutta la cattiveria avvolgente di sua madre, lì può dedicarsi alla sua professione con risultati artistici e creativi anche di notevole livello: non ho motivo di dubitarne!

Proprio come le capitava da bambina: spesso lasciata chiusa da sola in casa, in assenza della madre fantasticava di fughe chimeriche in mondi immaginifici e progettava per sé scenari futuri di successo costellati da trionfi narcisistici.

Cos’ha a che fare con la sua esclamazione sulla cattiveria e la creatività?

 

E veniamo al secondo punto.

Ribelle fin da bambina, maschiaccio nella prima adolescenza e seduttiva più tardi, ancor oggi si sente sul filo del rasoio, specie per quest’ultimo tratto del carattere che le ha procurato anche qualche guaio non cercato, oltre a qualche altro guaio più consapevolmente e irresponsabilmente rincorso. Laura si definisce un’adolescente non cresciuta. Fatica a scegliere quali aspetti del suo funzionamento può abbandonare al loro destino perché decisamente inadeguati all’età e quali invece valorizzare per la sua stabilità emotiva e affettiva. A intervalli non programmati, sull’onda di sogni appunto adolescenziali, si lascia trascinare in avventure relazionali esterne alla sua famiglia, difficili da gestire e da decifrare nel loro significato. Si giustifica a prescindere dicendo più a sé stessa che agli altri: “…perché ne ho bisogno… per non morire soffocata!”. Il riferimento è appunto al dilemma soffocante della scelta fra desiderio e realtà.

La fine di queste avventure poi la lasciano in balia di paranoie e marasmi tanto notturni quanto diurni, nei quali si sente cattiva e meritevole di punizioni inenarrabili, a cui tenta di sfuggire con fantasie autolesioniste ed estremamente allarmanti. Poi, lentamente, faticosamente, “rinsavisce”. Lo sguardo e il sorriso dei suoi figli, fino a qualche attimo prima vissuti con angoscia e che avrebbe volentieri buttato nel fuoco o giù dal balcone, la placano: le sue creature sono un premio che la vita le ha dato, si sente una madre amorevole ed esprime lo slancio generoso verso di loro per proteggerli, farli crescere felici e amarli.

Un’altra coincidenza?

 

Infine, la depressione.

Così, come si presenta a me, sembra spesso pervasa da furie maniacali, agitazioni verbali, iperproduzioni di fantasie, perché no, anche creative nel loro insieme e tuttavia fantasie col sapore di una sorta di fuga dalla realtà sentita come ostile. O meglio: ”non sentita”, non raggiungibile.

Allora, meglio sentirsi cattivi che non sentirsi, in una sorta di nemesi con quel mondo esterno così cattivo dove solo poche vere amicizie – per la verità elevate a un ideale piuttosto ineffabile, tipo mamma buona, per intenderci: quella che non può tradire mai - ci possono consolare.

Viene il sospetto che tutto il suo vitalismo, tutto il suo affannoso rincorrere riconoscimenti, sia un modo per tenersi al riparo dalla perdita di autostima, dal rischio di sentirsi vuota e priva di valore.

Come accade nei suoi sogni, la difficoltà a conservare una coscienza adeguata del valore di sé, la costringe di volta in volta a fare i conti con una serie di incubi. In uno di essi si rivolge ad una cattedra di Giudici che devono ratificare ufficialmente il suo valore; questi ultimi però svelano invece il suo ingenuo desiderio di grandiosità e la rimproverano, decretando la sua bocciatura irrimediabile.

Quando si rende conto di essere lei la “creatrice”, la responsabile dei suoi sogni, arriva la sua intuizione: questa sentenza le appare come una sorta di cattiveria verso di sé in grado di mortificare tutti i suoi sogni di affermazione artistico-professionale.

Dopo qualche alto momento di silenzio esclama: “Io li ho creati, io li devo distruggere”. Penso si riferisca ai Giudici.

Sento di non poter più escludere a priori una possibilità, un pensiero: nella mente di Laura sembra proprio che il diavolo ci abbia messo almeno un pizzico di coda.

Lei, Laura, per lo meno quel legame ineffabile fra la cattiveria e la creatività lo sente davvero.  

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