Psicoterapia

Il perdono in psicologia

17 Dicembre 2013

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Dal punto di vista psicologico, non ci sono offese in assoluto imperdonabili, ma ci sono alcune offese o torti che le persone ritengono moralmente imperdonabili.

In psicologia si può perdonare anche chi non c’è più e quindi non ha chiesto perdono, si può perdonare anche dopo la morte.

Cosa non è il perdono:

  • Riconciliazione. Perdono e riconciliazione non coincidono, spesso si accompagnano: ad es. una donna abusata può perdonare il marito ma decidere che non è prudente e non è sano per la sua incolumità ricongiungersi con lui; non c’è vera riconciliazione senza perdono, mentre ci può essere perdono senza riconciliazione; al contrario della riconciliazione, il perdono è unilaterale, si può dare anche in assenza dell’offensore, mentre la riconciliazione è bilaterale e presuppone il rispetto di condizioni, cioè il fatto che il trasgressore possa assicurare, promettere o prendere un impegno verso la vittima di non commettere più quel torto

  • Dimenticare. Innanzitutto un atto di oblio volontario è impossibile, perché è dimostrato che i tentativi di soppressione di ricordi portano all’incremento di ricordi e immagini mentali; perdonare è ricordare in modo diverso da come la vittima ha fatto fino a quel momento. Il ricordare patologico è costituito dalla ruminazione, in cui il torto viene continuamente reiterato nella mente della vittima: in questo modo si mantiene la sofferenza. Il perdono è una scelta attraverso il libero arbitrio di ricordare l’offesa senza esserne sopraffatti, senza ruminare continuamente. Un completo processo di perdono è costituito dal ravvisare anche i possibili aspetti positivi, oltre a considerare i danni subiti, ad es. crescita personale e maggiore consapevolezza di sé. I maggiori modelli di teoria del perdono riguardano il ricordare l’offesa subita con le emozioni e i vissuti che l’hanno accompagnata.

  • Pseudo-perdono. Es.: quando una persona dice in modo minaccioso “perdono ma non dimentico”; quando chi afferma di perdonare afferma una superiorità morale verso l’altro, un’occasione per compiacersi del proprio comportamento generoso; quando qualcuno afferma di perdonare per non dover affrontare ciò che dev’essere affrontato, il che costituirebbe un’espressione di sottomissione

  • Non è solo aver superato sentimenti negativi, vendicativi o evitanti (che possono essere reazioni all’offesa): evitamento e fuga sono strategie di non perdono come la vendetta.


Invece il perdono:

  • è un processo, non un atto puntuale

  • è un processo di cambiamento in cui la vittima diventa sempre meno negativamente disposta verso l’offensore e sempre più positivamente disposta verso di lui

  • è un insieme di comportamenti prosociali verso l’offensore

  • implica una dimensione costruttiva, con la presenza anche di sentimenti di benevolenza verso l’offensore: non c’è concordanza sulla quota di benevolenza, che può andare dall’amore a sentimenti benevoli più attenuati

  • è un cambiamento intraindividuale prosociale verso un offensore

  • motiva a ridurre evitamenti e vendetta come possibile risposta all’offesa

  • include la disponibilità ad abbandonare il diritto al risentimento verso chi ci ha ferito ingiustamente e a coltivare le qualità immeritate di compassione, genersoità e amore; c’è un dono di qualcosa che l’offensore non merita

  • è un dono perchè non ci sono condizioni e prescinde dal rimorso, dall’ammissione di colpa da parte dell’offensore.



Bibliografia

Barcaccia B, Mancini F (a cura di): “Teoria e clinica del perdono”, Raffaello Cortina Editore, 2013.

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